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Camminare su ghiaccio

Giugno 8, 2009

Era caldo. Il sudore mi gocciolava dai capelli.
Trovai il cancello di Mirko aperto: lassù fanno così. Tanto si conoscono tutti. Non avrebbe chiuso neanche la porta, fosse stato per lui.
Quando fui davanti a casa suonai, ma non rispose nessuno. Eppure qualcuno doveva esserci. Era la televisione, mi accorsi dopo. La sentivo da fuori, attraverso i vetri della finestra.
Fu come camminare su un lago ghiacciato: i passi incerti, le crepe che si allargano, e poi scopri che sotto c’è il vuoto. Che c’è sempre stato solo quello.
Mi affacciai alla finestra, tranquillamente, e guardai dentro. Vidi Mirko. Lo vidi solo per un attimo, perchè mi voltai subito dall’altra parte. Strinsi gli occhi, come per proteggerli da qualcosa, ma era tardi. Cominciai a tossire, mi veniva da vomitare. Mi accorsi di avere le mani strette sulla bocca.

Ero salito a Monteombroso il giorno prima. Era il mio primo giorno di ferie: avevo spento l’aria condizionata e tenevo il finestrino aperto, con la radio accesa. Entrai a Caiano senza aver ancora suonato il clacson.
Caiano è il paese subito prima di Monteombroso: tre case, due negozi e ovviamente un bar, aggrappati in punta di piedi al fianco della collina. Erano le dieci e mezza e non avevo ancora fatto colazione. Il bar di Monteombroso fa in assoluto il caffé più schifoso di tutto l’Appennino, così decisi di rischiare quello di Caiano.
Mi fermai in un parcheggio che non poteva ospitare più di tre macchine, appena davanti a un bosco di castagni. Scesi e mi stiracchiai.
Il bar divideva il piano terra di una palazzina con il generi alimentari del paese. Davanti, seduto su una panca che forse faceva le veci di un tavolino, c’era un vecchietto con una cicca in bocca.
Entrai. La barista era una tipa formosotta, di mezza età. Mi fece un bel sorriso e mollò la sua rivista.
«Sì?»
«Un cappuccio e…»
Guardai la vetrinetta delle paste.
«…e una di queste.»
Lei allargò il suo sorriso «Serviti pure!» e cominciò a sbatacchiare il filtro del caffé sulla cassetta dei fondi.
Presi l’unico cornetto rimasto e mi appoggiai con la schiena al bancone. Attraverso la vetrina si vedeva la mia macchina, parcheggiata dall’altra parte della strada. Dietro c’era qualcuno che frugava nel baule.
Volai fuori.
«HEI, TE…!»
Il tipo schizzò via in mezzo ai castagni. Io corsi fino all’auto e mi fermai a controllare: sembrava tutto in ordine. Forse non aveva avuto il tempo di portar via niente.
Chiusi con le chiavi e riattraversai. Io e il vecchietto della sigaretta ci guardammo. «L’avevo lasciata aperta…» dissi allargando le braccia.
Quello mi rispose in dialetto. Non capivo le parole, ma, grosso modo, doveva aver detto: “Non si preoccupi, sa? Non è pericoloso.”
Mi sedetti di fianco a lui, sulla panca di cemento. Mi si era mosso il sudore .
«Perché, lo conosce?»
“Ma sì, è solo Aldo”
Ecco, “Aldo” lo capii.
«Chi?»
La risposta fu un po’ troppo complessa per andare a senso. Per fortuna il cappuccio era già pronto.
«E’ solo un matto che vive nei boschi.» mi disse la barista allungandomi bicchiere e cornetto «Ogni tanto ruba qualcosina nelle case o nelle macchine, mi sa che vive di quello.»
«Grazie…vive nei boschi? Anche d’inverno?»
«Ah non lo so, io lo imparo solo adesso che si chiama Aldo…te com’è che fai a saperlo, Germano?»
Il vecchietto rispose. Per me fu ancora arabo.
«Dice che lo conosceva quand’era un ragazzino… chissà poi se è vero…»
Germano tornò a parlarmi, questa volta fu più facile.
“Lei dove sta andando?”
«A Monteombroso. Vado dalla mia fidanzata.»
“A Monteombroso? Lassù son tutti…” e disse qualcos’altro, sorridendo. Io guardai la barista.
«E’ che qua diciamo che a Monteombroso son tutti… un po’ avari, ecco…»

Mi rimisi in macchina, col clima acceso, e più salivo più mi veniva voglia di fumare. Katia lo capì subito che c’era qualcosa che non andava. Katia era la mia ragazza. Finii col raccontarle tutto appena arrivato: trascorremmo il pomeriggio a fare i fidanzatini, a spasso per le colline, e non ne parlammo più.
Ma non passò. Lo capii la sera, a tavola con i suoi amici. Eravamo meno del solito: in un paio avevano i bimbi troppo piccoli per il ristorante. Non mi andava di bere. Guardavo l’orologio di continuo e mi chiedevo quando sarebbe stato abbastanza tardi per poter tornare a casa. Alla fine qualcuno lo chiese.
«E voi, invece, quand’è che vi sposate?»
Mi accorsi che avrei voluto tirargli il bicchiere in faccia. Non riuscii neanche a inventarmi una battutina per cambiare argomento. Rimasi lì a fare l’imbarazzato e basta. Quando il silenzio cominciò a farsi pesante Katia disse qualcosa, non mi ricordo neanche più cosa, e in qualche maniera ne uscimmo.
Eravamo tutti coppie. Chi conviveva, chi no, chi viaggiava, chi si faceva le ferie a casa. Variazioni sul tema. Prima o poi saremmo tutti diventati famiglie. Tutti, Dio lo benedica, a parte Mirko.
Mirko era uno scoppiato, ma gli volevo bene. Se gli chiedevi che lavoro facesse lui diceva il pittore. In realtà viveva dei soldi dei suoi. Un mantenuto, peggio di un delinquente insomma. Per dipingere dipingeva davvero, ma se fosse bravo proprio non saprei. Non ho mai capito niente di arte.
Appena potei scappai fuori a fumare. Lui era già lì con la sigaretta in bocca.
«Allora, quanto rimani?» mi chiese.
«Tutta la settimana. Se non cercano di rapinarmi un’altra volta.»
Lui si mise a ridere.
«Sì, me l’ha raccontato la Katia. E’ solo il vecchio Aldo, poveretto.»
«Tu sai chi è?»
«Un mezzo matto. Vive nei boschi, giù a Caiano, chissà dove dorme…»
«E’ uno del paese?»
«Ah, sì, sì… mio nonno lo conosceva. Quand’era ragazzino, se mi ricordo bene, gli dev’essere successo qualcosa… lavorava al cantiere della vecchia fabbrica, hai presente?»
«Veramente no…»
«E’ una roba degli anni settanta, un rudere… da casa mia la si vede… non ha mai neanche aperto, che io sappia. Comunque Aldo ci faceva il manovale. Avrà avuto quindici anni. Sai a quei tempi… ha avuto un incidente e è diventato così. E’ scappato via, non voleva più vedere nessuno. Non aveva tutti i torti…»
«Perché, dici?»
Il sorriso gli si spense sulle labbra.
«Per il paese, la gente. Prima o poi mi sa che faccio così anch’io.»
«A Caiano dicono che i montombrosini…»
«…sono degli spilorci? E’ vero.»
«A me non sembrate.»
«Perché non ci conosci. Oggi è normale correre dietro ai quattrini, ma una volta, qua nei paesi, certi comportamenti erano delle depravazioni.»
«Tipo?»
Mirko diede l’ultimo tiro e buttò via il mozzicone.
«L’altro mese mio padre ha fatto dire messa per mio nonno. E’ morto da un anno, poveretto. Fa la sua brava offerta, ma poi arriva il giorno e il parroco scopre che si è sbagliato e ha promesso la funzione a due persone. E sai cos’ha detto? Se volete la messa la dico per tutti e due e poi fate a metà.» Mirko scosse la testa e guardò verso le colline, nel buio. «Qua ormai son tutti così. Dammi retta, non c’è più speranza.»

Alla fine riuscimmo a tirar tardi. Al momento di lasciarsi, salutammo e ritornammo a piedi. Mi piaceva passeggiare con Katia: era bello avere qualcuno accanto durante il cammino.
Per strada non c’era nessuno. I lampioni illuminavano gli alberi più vicini, senza riuscire a penetrare il bosco. Camminammo in silenzio, poi il campanile della chiesa batté le due.
«Mi dispiace per prima.» dissi io.
Katia mi guardò.
«Per cosa?»
Sapevo che aveva capito. Era solo una specie di gioco.
«A cena, quando Marco ha tirato fuori quella cosa del matrimonio…»
«Ti ha preso alla sprovvista. Tu sei così, un po’ introverso.»
«Ho fatto la figura del maleducato.»
«Del riservato, al limite. Fregatene, non se la sono presa.»
Continuammo, senza parlare. C’era sempre quel qualcosa, a cui non riuscivo a dare un nome. Cercavo continuamente le sigarette, poi mi costringevo a ricacciarmi la mano in tasca.
«E se venissimo a stare qui?»
Katia si fermò. Stavolta non fece finta di niente.
«Luca, ancora? Ma non ne abbiamo già parlato?»
«Non sarebbe così impossibile, no? Qui è bello, vuoi mettere con la città? Voglio dire, per un bambino…»
«Luca, ho trovato un lavoro giù. E anche tu, il tuo, ce l’hai a Bologna.»
«Basterebbe organizzarsi…»
«E se lo facciamo, questo bambino? Andiamo avanti e indietro? Con la nebbia, la neve, il ghiaccio…?»
«Io in fondo guadagno bene. Magari…»
«Magari potrei stare a casa a aspettarti?!»
Odiavo quando aveva quel tono. Evitai il suo sguardo.
«Lo sai che non volevo dir questo.»
«Sì, ma io… io voglio fare qualcos’altro prima! Mi sono appena laureata, sono giovane, se non ci provo adesso…»
Non risposi. Lei si avvicinò e mi prese una mano.
«Luca, ti prego, cerca di capire. Quassù non c’è niente. E’ tranquillo, è vero, tutti ti conoscono. A te sembra bello, ma è perché vieni da giù. Qui se hai voglia di fare non vai da nessuna parte. Al massimo apri un’altro bar che ti si riempie di ubriaconi. Io voglio di più. Non ho studiato tanto solo per fare la cameriera.»
Mi abbracciò. Io me la strinsi al petto.
«Luca, almeno voglio provarci. Lo so che non è bello, ma le cose…le cose vanno così…»
Aveva ragione: le cose vanno così. E non ci si può far niente.

La mattina mi svegliai e mi girai dalla parte di Katia, ma trovai il letto vuoto. La sveglia segnava le dieci.
Mi vestii, scesi di sotto e diedi il buongiorno a tutti. Presi appena un caffé e scappai fuori.
«Vado a correre, finché non è troppo tardi.»
Cominciai a trotterellare senza convinzione. Il sole era alto da un pezzo e il riflesso sull’asfalto faceva stringere gli occhi.
Non avevo quasi dormito. Io e Katia eravamo rincasati e ci eravamo infilati sotto le lenzuola. La notte era fresca, non come a Bologna. Avevamo fatto l’amore, dolcemente. Abbiamo sempre fatto pace, così.
Ma dopo, il sonno non era arrivato.
Per strada cercai di allungare, di aumentare il ritmo. Andai in affanno quasi subito: non riuscivo a rompere il fiato. Spinsi ancora, con stizza, ma non prendevo il passo, non funzionava. Il cuore mi martellava nel petto.
Lasciai andare. Era tutta la vita che ci facevo la guerra, con me stesso. Cos’era che non andava? La discussione della sera prima? Il lavoro? Il vecchio Aldo, che mi girava per la testa in silenzio? Otto giorni, poi di nuovo in città, nel caldo, nel traffico. Dieci e sarei tornato in ufficio, dai clienti, dal capo e dal prospetto delle vendite. Gli alberi, il sole, il pranzo che la madre di Katia stava preparando: era tutto opaco, insipido.
Mi fermai, respirando forte. Così era questa la depressione. Cos’è che volevo fare? Andarmene? Cominciai a vedermeli. Il capo che mi dava del mentecatto. Katia che non mi rivolgeva più la parola. Mia madre, che si chiedeva dove avesse sbagliato.
E io?
Non aveva tutti i torti, aveva detto Mirko.
Alzai gli occhi: in cima alla collina, sopra gli alberi, spuntavano delle mura grigie, senza vetri alle finestre. Ricominciai a camminare: piano piano il palazzo mostrò il suo volto, rigato dalla ruggine delle grondaie. Il tetto era fatto a botte, come certi vecchi capannoni, con in mezzo una grande ciminiera dalle strisce stinte. Non mi ero mai fermato a guardarla: c’era davvero la fabbrica, era sempre stata là.
Mi accorsi di essere davanti a casa di Mirko.
Guardai l’ora: le undici e mezza. Difficile che fossero già a tavola. Il cancello era aperto. Camminai lungo il vialetto, con le gambe irrigidite dalla corsa, fino alla porta. Suonai, ma non mi rispose nessuno. Eppure qualcuno doveva esserci. Era la televisione,  mi accorsi dopo. La sentivo da fuori, attraverso i vetri della finestra. Mi avvicinai e diedi un’occhiata dentro, tranquillamente.
Le mosche. Lo guardai solo per un attimo, ma riuscii a vedere le mosche che gli ronzavano attorno alla testa. Mirko era seduto per terra, le spalle contro al muro, e teneva in mano un fucile. Qualcosa gli aveva portato via la faccia.
Cominciai a tossire, mi veniva da vomitare. Mi accorsi di avere le mani strette sulla bocca.

Non ricordo molto di quello che successe dopo. Chiamai il 113. L’agente che guardò dentro per primo si dovette appoggiare a un albero a riprendere fiato. Arrivò un’ambulanza e una quantità di auto della polizia. C’era un signore di mezz’età, un commissario. Cominciò a farmi domande che ancora non avevo smesso di tremare.
«Li conosceva?» mi chiese senza neanche presentarsi.
Io lo guardai stralunato.
«Il signor Martini e suo figlio.» insisté.
«Che c’entra suo padre?»
Lui guardò il poliziotto che mi stava accanto.
«In casa c’è anche il corpo del signor Martini.»
Continuò così per più di un’ora, credo. Il tempo sembrava passare in un modo diverso. In fondo ero caduto in un altro mondo.
Alla fine mi lasciarono chiamare Katia e me ne andai.
Qualche giorno dopo i giornali scrissero quel che in paese si era detto da subito: Mirko aveva chiesto un’altro prestito a suo padre che, questa volta, gli aveva detto di no. Urla che si eran sentite fin dalla strada, porte sbattute: prima di me nessuno aveva badato a nulla. Mirko aveva preso un coltello dalla cucina e gliel’aveva piantato nel collo. Poi aveva aperto un armadio, aveva tirato fuori la doppietta del signor Martini e se l’era puntata sotto al mento.
I dettagli io li ebbi già quella sera, a cena.
«Con quella fissa di fare il pittore…» disse la madre di Katia.
«Non è stato per quello. Aveva dei problemi, uno normale non reagisce così.»
Io non dicevo nulla. Infilzavo l’insalata senza mangiarla. La carne non la riuscivo neanche a guardare.
«Problemi, problemi,» fece suo padre «gli aveva chiesto dei soldi, al povero Ermanno, e lui non glieli ha dati… alla fine son sempre quelli i problemi.»
«Ancora per la mostra?»
«Ben.»
«Aveva fatto proprio una malattia…»
«E suo padre, poveretto? Devi trovarti una strada, ormai hai trent’anni… quante volte gliel’aveva detto che se voleva lo prendeva in filiale? Anche se non sapeva far niente?»
«Si vede che non voleva fare quel lavoro lì…»
«Quello lì non voleva fare un accidente, Maria.»
«Adesso è rimasta solo la Carla, poveretta…»
Smisi di tormentare i radicchi.
«Scusatemi.» dissi «Io vorrei… vorrei andare a riposarmi.»
La madre di Katia mi guardò come per rimboccarmi le coperte.
«Ma certo, caro, fai pure.»
«Buonanotte…»
Me ne andai in camera. Mi infilai nel letto, al buio, e rimasi sveglio.
Dopo un po’ arrivò Katia. Si fermò sulla soglia, con la porta in fessura.
«Dormi?»
«No. Ancora no.»
«Sei sicuro di voler restare? Guarda che se…»
«No. Rimango fino al funerale, se non dispiace ai tuoi.»
«No, no, certo. Lo dicevo solo per te. Se preferisci così…»
Sentii i suoi passi avvicinarsi, poi le braccia attorno al collo. Mi baciò su una guancia.
«Mi dispiace, Luca.»
Le strinsi una mano.
«Va bene, Katia. Sto bene. Grazie.»
Lei si sciolse.
«Buonanotte.» disse prima di richiudere la porta.
Io non dormii.

Quelli che vennero furono giorni convulsi. Il pomeriggio del terzo stavo camminando nei boschi sotto Caiano. Erano due notti che non dormivo in un letto.
L’aria era soffocante. Il sottobosco non lo puliva nessuno, lì. Camminavo da ore, e ancora niente.
Il mio telefono ormai doveva essere in un camion della spazzatura. Chissà se ha provato a chiamarmi, Katia. Pensai alla lettera che le avevo lasciato, e che avrei dovuto dirglielo guardandola negli occhi, addio. Ma avevano perso importanza talmente tante cose. In ufficio non avvertii nemmeno. Non sapevo neanche se avrei parlato coi miei. Alla fine mandai una lettera anche a loro. Nessuno è ancora venuto a cercarmi.
Marciai senza meta per parecchio. Poi, quando il sole era già basso, lo sentii: da qualche parte, alle mie spalle, si mossero delle foglie. Mi fermai, e dei passi si allontanarono di corsa in mezzo ai rami.
«Aldo!» chiamai.
Lui continuò a correr via. Era troppo veloce rispetto a me. Provai a stargli dietro, ma non capivo neanche in che direzione dovevo andare.
«Aldo, per favore! Non voglio farti niente!»
Mi fermai, col fiato grosso.
«Ti saluta… ti saluta tuo fratello…»

La mattina dopo la morte di Mirko mi feci a piedi quasi tutta la strada che portava a Rocca. Al numero della casa di Armando mi fermai. Cercai il campanello, ma trovai solo un buco quadrato nel muro. Bussai.
Mi ero alzato presto e ero andato subito in paese, al bar. Non avevo neanche dovuto chiedere: la gente non parlava d’altro. Nel tempo che ci misero a portarmi il caffé scoprii che Aldo aveva un fratello. Feci finta di leggere la gazzetta per mezz’ora e venni a sapere che viveva ancora in paese, un po’ isolato. Lontano dalla vecchia fabbrica.
Insistei a bussare due o tre volte. Alla fine la porta si socchiuse.
«Il signor Armando?»
Suo fratello non dimostrava meno anni di lui.
«Chi è?»
«Mi chiamo Luca. Sono qui perché devo chiederle una cosa… a proposito di Aldo…»
«Non conosco nessun Aldo.» mi disse richiudendo. Lo anticipai e mi poggiai di peso contro l’uscio.
«Cosa c’è in quella fabbrica?»
Per un attimo lui smise di spingere.
«Ma che fabbrica? Io sono in pensione. Adesso…»
«Ieri sono morti in due, Armando.»
Lasciò andare.
«Chi…?»
«Mirko, il figlio di Martini. Ha ammazzato suo padre e poi si è sparato in testa.»
«Ommadonna… non lo sapevo…»
«Cosa c’è nella fabbrica? Cos’è che ha visto Aldo?»
Armando rimase fermo sulla soglia, indeciso. Poi, stancamente, aprì del tutto e si fece da una parte. La casa era buia, mezza vuota. Mi sedetti davanti a un tavolino dalle gambe arrugginite. Armando mi si mise di fronte, in silenzio.
«Allora?»
«Ma a te cosa interessa?»
«Ho visto suo fratello. Voglio capire. Cos’avete di diverso dagli altri? Perché sono trent’anni che dorme in un bosco piuttosto che vedervi?»
Lui abbassò gli occhi.
«C’è una donna» mi disse «che vive a Montalto, dieci minuti fuori dal paese. Faceva la contadina, non so se è ancora al mondo. Tempo fa sono andato a fare dei lavori a casa sua: riparare il tetto, mettere a posto una tubatura, roba così. Ti parlo di cinque, sei anni fa. Questa vecchia è una all’antica, con la mania di risparmiare su tutto: mi aveva chiamato perché ormai le entrava l’acqua in casa, altrimenti si sarebbe tenuta il tetto coi buchi. Vive con suo genero, un tipo un po’ semplice, poco sveglio. Dopo che è rimasto vedovo lei se l’è tenuto in casa e lo fa lavorare. Fatto sta che io mi metto a fare le mie cose e lui, Romualdo si chiama, mi dà una mano. Un giorno stiamo scaricando dei sacchi di cemento e questo mi sviene davanti. Era uno magrolino, sempre stato poco robusto. Io lo porto al pronto soccorso a Villalta e quando siamo là lo visitano e lo ricoverano. Il dottore viene da me, convinto che sia un suo parente. “Ma non vi vergognate?” mi dice. Io gli chiedo perché. “Perché questo qui è denutrito. Da quant’è che non mangia?” La vecchia gli dava da mangiare un giorno sì e uno no.» S’interruppe e mi guardò coi suoi occhi sciupati. «Di cose così, fatte per risparmiare due lire, te ne potrei raccontare fino a stasera. Ce n’è per tutti, qui in paese.»
«Siete dei mostri.»
«Una volta non era così.»
«E quando è cominciata?»
Armando tornò a guardare il tavolo.
«Io e Aldo lavoravamo al cantiere della fabbrica. Facevamo i manovali, eravamo dei ragazzini. Dopo una settimana o due abbiamo cominciato a capire che c’era qualcosa che non andava. Non si sapeva chi era che pagava e neanche cosa potevano produrci, lì. Una volta un tale aveva tirato fuori la chiacchiera che erano dei lavori ordinati da un ministero, ma poi se n’è andato e nessuno l’ha più rivisto. A dir la verità, nessuno ci ha neanche fatto caso. I muratori andavano e venivano, a seconda del bisogno che c’era, e la gente che se ne andava cercava di non tornare. Si trovava da litigare di continuo, eravamo sempre incazzati, ogni tanto qualcuno si metteva anche le mani addosso. Dopo un mese nessuno voleva più lavorarci.»

Rimasi a casa di Armando fin quasi a mezzogiorno, poi cominciai a radunare l’attrezzatura. Mi ci volle tutta la giornata. Il telefono suonava, ma io non rispondevo. La sera tornai davanti a casa di Katia, lasciai la mia lettera nella buchetta e me ne andai.
Aspettai le due, poi salii la stradina buia che portava alla fabbrica e parcheggiai nel piazzale pieno di erbacce. Il silenzio; fu la prima volta che lo sentii per davvero. Non cantavano neanche i grilli. Scaricai la roba, presi le tenaglie e tagliai la catena che teneva chiuso il portone. Mi facevo luce con una torcia elettrica: dentro erano tutte cartacce e vetri rotti e tra le crepe del cemento era cresciuta l’erba. Per il resto era solo una scatola vuota.
Mi caricai il piccone su una spalla e camminai fino al centro della fabbrica. Mi fermai, lo presi con tutte e due le mani e lo lasciai cadere verso il pavimento. L’eco del colpo sembrava non voler più finire.

«Alla fine» aveva detto Armando «stavamo solo scavando una buca.»
«Cioè?»
«Un giorno Ferri arriva da me e da Aldo. Ferri era il capomastro, quello che ci dava gli ordini. Lavoravamo da parecchio, avevamo già tirato su i muri e stavamo cominciando il tetto. Mi ricordo che aveva piovuto, fuori c’era già la nebbia. Ci fa: “Prendete le vanghe e venite con me”. Allora io e Aldo gli andiamo dietro. Lui raduna un altro po’ di gente e dice: “Quelli con le vanghe adesso cominciano a scavare qui, gli altri caricano la terra e la portano fuori. Bisogna fare una buca di tre metri, larga tre e lunga cinque.” Noi rimaniamo lì così: ma come, una buca in mezzo al cantiere? E per far che? Uno, un mezzo muratore, salta subito su: “E la gettata per il pavimento?” “Il pavimento dopo” gli dice Ferri. “Ma non si poteva fare prima di tirar su i muri, con la ruspa? Con le vanghe ci mettiamo una settimana.” “Voi ci mettete due giorni, e vi date anche una mossa.”»
«E allora?»
«Alàra avàn taché a scavèr… Cosa dovevamo fare? Non si capiva cosa cazzo se ne facesse, il padrone, di una buca in mezzo al pavimento, ma se lui la voleva noi gliela facevamo. Ci abbiam messo poco a impararlo, a cosa serviva.»

Così quella notte scavai anch’io. Dopo qualche colpo le spalle cominciarono già a farmi male. Non avevo idea di come si lavorasse, non avevo preso neanche un paio di guanti. Le mani mi si coprirono di vesciche, che prima che cominciassi col badile si erano già rotte. Poi la pelle si spaccò e iniziai a sanguinare.
Ruppi il cemento e feci una buca stretta, in cui mi muovevo appena. Infilavo la pala nella terra e me la buttavo dietro alle spalle, guardando fuori di continuo. Avevo il terrore di vedere la luce del sole e di dover lasciare tutto lì, a metà. Costasse quel che costasse, quella notte la facevo finita.
Quando la buca mi coprì fino alla vita incontrai qualcosa di duro. Io piangevo per il male. Raschiai e trovai una superficie liscia. A batterla suonava vuota.
Raccolsi il piccone. Aprii un foro nel legno fradicio e subito mi arrivò addosso l’odore di marcio. Non dormivo da due giorni: cominciò a girarmi la testa, mi dovetti appoggiare all’orlo della fossa. Quando le vertigini passarono mi coprii il naso con un fazzoletto e andai avanti, fermandomi ogni tanto a aspettare che i conati si calmassero. Alla fine feci un buco abbastanza largo da riuscire a vederci attraverso. Presi la torcia, ma la lasciai quasi subito: uscii dalla buca, scivolando nella terra franosa, e corsi fuori.
Era bianco. Bianco e lucido e molle, e ogni tanto tremava. Proprio come aveva detto Armando.

«Il giorno dopo Ferri torna da noi. La buca era quasi finita. “Stasera servono delle persone, paga doppia.” Avevamo le ossa rotte, erano due giorni che lavoravamo come dei somari. “E cosa c’è da fare?” “Bisogna coprire la buca.” A sentir parlare di paga doppia son stati in pochi a tirarsi indietro. Così siamo rimasti lì, a aspettare. Gli altri, un po’ alla volta, se ne tornavano a casa; la fossa era finita, tre per cinque per tre, e nessuno si decideva a dirci cosa ci dovevamo fare. Quando il sole era già andato giù, finalmente arriva un camion. Ci chiamano fuori e ci fanno vedere che sopra c’è caricata una cassa enorme; una roba così non l’avevo mai vista. Ferri comincia a sbraitare: montiamo delle assi per farla scivolare fuori e l’appoggiamo su un telo per spingerla un po’ meglio. Un lavoro da bestie. Non so quanto sarà pesata, forse una tonnellata, forse di più. Arrivati davanti alla buca l’abbiamo imbracata con delle corde e l’abbiamo calata dentro a forza di braccia. Aldo, poveretto, credevo che mi cadesse per terra da un momento all’altro. Ferri e altri due ci guardavano, ci giravano attorno in continuazione, e sempre a urlare “Attenti, piano che è fragile”.»
Armando si alzò e prese una bottiglia da un armadietto. Tolse il tappo, e sentii l’odore della grappa scivolarmi nel naso e poi giù, fin nello stomaco.
Si riempì un bicchiere e diede un sorso.
«Aldo ce l’avevo davanti. Ormai mancava poco, forse mezzo metro, poi potevamo lasciare andare. Lo vedo che vacilla, poi sento la corda che strappa in avanti. Io cerco di puntellarmi, ma il peso mi arriva sulle mani tutto in una botta… ho… ho mollato. Guardo dentro al buco e vedo che Aldo è là sotto: era scivolato in piedi, tra il legno e la terra. La cassa era caduta su un angolo e si era rotta, proprio dove c’era lui. Dal legno è uscita… Dio bono… sembravano budella, ma bianche… una puzza di marcio… Noi ci mettiamo tutti a tossire, a coprirci la bocca. E Aldo là in fondo, coperto da quella roba, che urlava. “Batte! Batte! Si muove! Tiratemi fuori!”»
Armando vuotò il bicchiere.
«Ferri e quegli altri due son rimasti così. Sembrava che stessero decidendo, secondo me avevan pensato di lasciarlo là sotto e di coprire tutto. Noi finiamo di appoggiare la cassa in fretta e furia e buttiamo una corda a Aldo, lo tiriamo fuori. Tremava come una foglia. Ferri viene da noi e ci dice che bisogna coprire la buca, alla svelta che sennò scoppia un casino. E che nessuno deve fiatare o son dolori, che quelli là son gente mandata dal ministero, e se vogliono ci rovinano tutti. Noi ci incazziamo, urliamo, ma alla fine prendiamo in mano i badili e cominciamo a buttar dentro la terra. Aldo stava in un angolo e non diceva niente. Per quel che ne so io non ha più parlato. All’alba siamo tornati a casa, sporchi, mezzi morti di fatica. Io mi sono addormentato così com’ero. Quando mi son svegliato, Aldo era uscito. Non… non è più tornato.»
«Secondo te è per questo che…»
Armando fissava il bicchiere e se lo rigirava in una mano.
«Non lo so. Da quando abbiamo sotterrato quella… quella roba là, è andato tutto a puttane. In paese qualcuno ha fatto i soldi, i ragazzi studiano… ma a nessuno frega più un cazzo di niente. I giovani se ne vanno in città e non tornano più, delle volte non vengono neanche a seppellire i genitori. Quelli che rimangono trovano qualche lavoro del cazzo e si attaccano alla bottiglia, si drogano, si sputtanano tutto in vestiti. E i vecchi… i vecchi stan qui, a aspettare di morire.»

Non lo so se Armando è ancora là che aspetta. Ogni tanto gli penso.
Quando me ne andai da Monteombroso mi misi a vagabondare, senza meta. Prima in treno, poi, quando finii i soldi, a piedi. Dopo non so quanto trovai le montagne. Non lo so dove sono, a dir la verità. La poca gente che vedo parla con un accento stretto, forse trentino, forse tedesco.
Passo il tempo a cercare da mangiare e a scaldare una baracca che chissà che cos’era prima che ci entrassi io. All’inizio ho rischiato di morire di fame un paio di volte e il primo inverno mi sono quasi congelato. Ma mi sono abituato. Ci si abitua a tutto.
Ogni tanto, quando non è troppo brutto, vado a vedere il lago ghiacciato. Sono due ore di cammino in mezzo al bosco. Mi siedo su un sasso, là davanti, e lo guardo. Sembra di marmo, ci si potrebbe camminare sopra. Se uno non avesse paura di quello che c’è sotto.
Credo che Aldo, quella sera, sia stata l’ultima persona con cui ho parlato. Gli dissi quella cosa, che lo salutava suo fratello, e mi misi a aspettare. Alla fine lo vidi venir fuori da in mezzo agli alberi. Mi teneva gli occhi puntati addosso. Aveva i capelli lunghi e una barba grigia che gli arrivava sotto alla gola. Mi fece un cenno, per chiedermi cosa volevo. Chissà se se lo ricordava, come si faceva a parlare.
«Ho visto tuo fratello, su in paese. Ti saluta.»
Lui continuava a non dire niente.
«Ha detto che se vuoi andarlo a trovare, ogni tanto… insomma, a lui farebbe piacere.»
Aldo fece per andarsene di nuovo.
«L’ho vista anch’io. La cosa nella cassa, sotto terra. L’ho vista anch’io.»
Si fermò.
La notte della fabbrica, dopo essere uscito dalla buca, avevo preso le taniche riempite al distributore di Rocca. Ne avevo vuotata una nella fossa e l’altra un po’ dappertutto, sui muri e sul pavimento. Poi avevo buttato dentro il mio Zippo e ero scappato. Ai piedi della collina mi ero fermato a guardare. Le fiamme illuminavano già il paese. All’improvviso s’era alzato un fumo nero, con un odore acre, di immondezzaio. Il fuoco era arrivato dentro alla cassa.
«L’ho bruciata.» gli dissi «Ho dato fuoco a tutto. E’ stato due giorni fa, l’hai visto, no?»
Aldo mi fissava, scuro in volto.
«Lo so che la gente ormai è avvelenata… però bisognava farlo! Forse così…»
Lui si voltò, e tornò a sparire nel bosco.
«…le cose cambieranno…»
Rimasi solo, fermo sui miei piedi. Appoggiai la schiena a un albero e mi lasciai scivolare per terra. Rabbrividii, e all’improvviso cominciai a tremare.
Sotto il ghiaccio non c’era nulla a cui aggrapparsi.
Potevo nuotare anche tutta una vita; laggiù, alla fine, c’è solo il freddo.