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Chiara (materia oscura).

Ottobre 5, 2009

C’era una possibilità su un milione che Mattia e Chiara avessero mai potuto trovarsi nella stessa stanza. E quella fui io.
Mattia era nel pieno del suo periodo portoghese. Un sabato mi chiamò per cercare di organizzarsi la serata: come va, che fai di bello, finii per invitarlo a una cena a casa di certe mie amiche di fisica: le padrone di casa cucinavano e gli invitati portavano da bere e Mattia si presentò con una bottiglia di porto in mano e un libro di Pessoa nella giacca.
Eravamo in dieci, in un salottino dove ci stavano sì e no quattro sedie e un tavolo. Mangiammo bene e bevemmo tanto. Mattia tenne banco per tutta la sera: guardava fuori dalla finestra e attaccava a parlare di Lisbona, e tutti a starlo a sentire.
«Siamo finiti a Elvas.» disse a un certo punto «Era un paesino del cazzo, due case e due barche. Di ‘sta festa neanche l’ombra e io e Fausto alla fine…»
«Guarda che Elvas non è sul mare.» lo interruppe qualcuno.
Tutti si voltarono verso il divano: sopra c’era seduta Chiara. Credo fosse la prima volta che sentivo la sua voce. Lei guardò in terra e cominciò ad arricciarsi i capelli della coda attorno a un dito.
Mattia si cavò d’impiccio con una battuta e riattaccò come se nulla fosse. Appena la vide sola prese un bicchiere e le si sedette accanto.
«Quindi sei stata in Portogallo?»
Lei lo guardò «No, mai.»
«E come fai a dire che Elvas non è sul mare?»
«Devo averlo letto da qualche parte.»
Mattia inarcò le sopracciglia «Di Elvas?»
Lei scrollò le spalle.
«Eppure io mi ricordo che quel paesino là si chiamava proprio Elvas.» tirò dritto lui «E c’era il mare.»
«Ti starai confondendo.»
«Come fai a essere sicura?»
«Perché è così. E le cose alla fine stanno in un modo solo.» Chiara lo guardò negli occhi «Che ci piaccia o no.»
«Però qui dentro sono l’unico che è stato in Portogallo. Se non ci fossi tu, tutti penserebbero che Elvas è sul mare e la verità sarebbe quella.»
«E se domani qualcuno andasse in Portogallo potrebbe farsi tutta la costa senza mai incontrare nessuna Elvas. Che non è sul mare.»
Dal giorno dopo cominciò uno stillicidio di chiamate, serate, uscite; tutto solo per rivederla.
Chiara era una a cui la gente non piaceva. Viveva da sola a costo di fare salti mortali per starci dentro coi soldi. Addirittura ci lavorava, in casa. Non chiamava mai nessuno e non usava internet, non per comunicare almeno.
Mattia poteva metterci anche delle settimane per riuscire a vederla, e magari era solo per passare una sera a giocare a Monopoli. Ogni volta se ne tornava a casa con gli occhi persi in fondo alla strada, guidando senza pensare a dove andava. Si fumava un mezzo pacchetto di Marloboro e si addormentava come un sasso davanti alla televisione. Il giorno dopo cominciava a ciondolare per casa, dimenticandosi in giro le cose, e si ricominciava daccapo. E tutto questo durò mesi.
Una domenica si ritrovò a guardare fuori dalla finestra. Era maggio, il cielo era scuro e pesante. Aveva finito le sigarette e per arrivare al distributore più vicino bisognava prendere la macchina. Una grossa goccia picchiò contro al vetro. Mattia vide il suo riflesso e si accorse che non sapeva da quanto tempo non si faceva la barba. Prese il cellulare e la chiamò.
- Pronto? -
«Mi sa che ho finito le scuse per vederti. Non so più cosa inventarmi.»
- Questa settimana non si saluta più? -
«Ti va di prendere un caffé?»
- Adesso? Ma non piove, lì? -
«Forse in casa ho un ombrello. Passo a prenderti.»
- No. -
«Perché?»
- Perché non ho voglia di andare in un bar. Con questo tempo saranno pieni di gente. -
«E allora?»
- Se vuoi possiamo prenderlo qui da me. -
Dopo dieci minuti Mattia suonò al campanello di una casa a ventitrè chilometri da dove abitava. Chiara venne ad aprirgli.
«Sei già… ma sei fradicio!»
«Alla fine non ce l’avevo, l’ombrello.»
«Entra, che prendi un accidente! Ma guarda te… ti porto un asciugamano…»
Lui si tolse il maglione e la maglietta. Chiara tornò nell’ingresso.
«Cominciavo a avere i brividi.» le disse.
Lei gli allungò un telo a fiori. «Non credo di aver niente per cambiarti. Mi sa che nei miei vestiti non ci entri.»
Mattia invece dell’asciugamano prese le sue dita e la tirò verso di sé.
«Dài, sei tutto bagnato!»
Lui la baciò sulla bocca.
Quando cominciarono ad avere freddo, fuori era tornato il sole. Erano sdraiati su un divanetto dell’Ikea e ogni tanto ognuno tirava un po’ dalla sua parte l’asciugamano, che era diventato un lenzuolo.
«Che casino.» sospirò lei.
Mattia guardava fuori dalla finestra. C’era un bel tramonto.
«Come fai?» disse.
«A far che?»
«Sei tranquilla. Come se niente fosse. Con me si lamentano tutte.»
«Non mi hai mica fatto male.»
«No, è che dicono… che non ho un verso… che non si capisce mai dove voglio andare a parare.»
«E’ vero. Cambi idea ogni due secondi.»
«Di solito non piace.»
«Immagino. Ma a me è piaciuto.»
«E’ la verità?»
Chiara gli accarezzò la cicatrice dell’ultimo tatuaggio che si era fatto cancellare. «Siamo così tutti, non sei tu che sei speciale. La gente cerca di guidare la corrente, tu invece cavalchi l’onda. E’ solo un modo per non affogare.» lo baciò sulla spalla, proprio dove lui avrebbe voluto «Forse è per questo che mi piaci.»
Quella notte Mattia dormì come un sasso. La mattina si svegliò tardi, nel suo letto. Guardò la sveglia e pensò al pomeriggio prima. Fece colazione con cappuccino, due toast prosciutto e formaggio, pane burro e marmellata e una pasta alla Nutella. Si lavò, si fumò una sigaretta in terrazza guardando i colli in fiore, pensò che Pessoa dovesse aver avuto proprio una vita complicata per volersi affibbiare tutte quelle identità contraddittorie e si sedette davanti al libro di procedura civile.
Finì il primo capitolo che era quasi ora di pranzo. Si fermò per mangiare. Guardò il telefono, si preparò qualcosa, caffé, altra paglia. Cazzeggiò per un’oretta, si addormentò sdraiato sul divano.
Si svegliò male.
Guardò il telefono e si rimise a studiare, con la testa un po’ pesante. Dovette ricominciare e ricominciare. Quando iniziò a far sera si accorse di aver letto cinque pagine e di non aver ancora capito nulla. Guardò il telefono.
Mattia lasciò il libro e attaccò a fumare. Arrivarono le sette, le otto, le nove. Non aveva fame. Si mise a guardare un film. Dopo un quarto d’ora spense, prese il cellulare e la chiamò. Suonava libero, ma lei non rispondeva. Pensò che forse era sotto la doccia, che non lo sentiva. Riprovò dopo dieci minuti: niente. Ancora dopo mezz’ora. Dalla doccia ormai doveva essere uscita. Accese la televisione e cominciò a girare i canali. Continuò finché non gli bruciarono gli occhi. Allora spense e si sdraiò lì dov’era.
Riaprì gli occhi verso le sei. Quando si alzò dalla poltrona gli girava la testa. Riempì la caffettiera e la mise sul fuoco. Dopo due tazzine cercò di rimettersi su procedura, ma non durò dieci minuti: si appoggiò sul divano e si riaddormentò.
Si svegliò a metà pomeriggio. La testa gli scoppiava. Mangiò qualcosa e si sedette davanti al portatile. C’era posta. L’utente che l’aveva inviata, alle sette di mattina, si chiamava Chiara.
Mattia aprì la mail, poi prese il telefono e la chiamò. Dopo dieci minuti era già da lei.
Chiara venne ad aprirgli e rimase ferma sulla porta. Aveva una specie di smorfia sul viso.
«Cos’hai?» le chiese lui.
«Un po’… un po’ di mal di stomaco. Entra, dai.»
Mattia non si mise neanche a sedere.
«C’è un altro?»
Lei si buttò sul divano, con gli occhi chiusi e le punte delle dita sulle tempie.
«No, no, ma cosa vai a pensare… Cristo, perché sei così…»
«E allora perché è meglio che non ci vediamo più? E’ stata solo una storia?»
Lei non rispose, non lo guardava.
«Non ti piaccio? E’ stato uno sbaglio?»
«Perché sei voluto venire qui?»
«Per sentirmelo dire con la tua voce.»
«Te l’ho scritto…»
«Non mi hai scritto un… non mi hai scritto un bel niente. Voglio sapere il perché, quello vero. Poi me ne vado.»
«Ma cosa ne sai te, della verità…»
«Ma che cazzo dici!» sbottò Mattia «Sputi sentenze senza sapere niente degli altri! Cosa credi, di essere migliore di qualcuno?»
Lei si tolse gli occhiali.
«Tuo padre non te lo ricordi, vero?»
«Che c’entra?»
«Non l’hai neanche conosciuto. Sei venuto su coi tuoi nonni mentre tua madre girava il mondo. E’ il suo lavoro, no?»
«Cosa c’entra?» ripeté.
«Lui però c’era quando sei nato. Ti ha tenuto in braccio per primo. Era caldo e forte e aveva la voce profonda. Te lo immagini un masai di due metri, ma è solo quello che ti piace pensare. Sei nato in Nuova Zelanda e lui era un meticcio, un mezzo aborigeno. Dopo tanti anni, delle sue mani non te ne ricordi più. Ma le hai sentite, e lo sai.» guardò in terra «Non sono migliore, Mattia. Sono solo più sfortunata.»
Lui era rimasto in piedi ad ascoltarla. Le si avvicinò e piano, come se stesse toccando un castello di carte, le accarezzò la testa. La baciò.
Quando furono stanchi di fare l’amore, si ritrovarono un’altra volta nudi sul divano dell’Ikea.
«Se un giorno provassimo anche il letto?» disse Mattia.
Chiara stava già sorridendo prima che lui aprisse bocca.
«Ti va di parlarne?» le chiese.
«Prima di venire a Bologna lavoravo al Gran Sasso.»
«Cosa facevi?»
«Sono un fisico. E’ uno dei laboratori più grandi d’Europa.»
«Quindi eri brava.»
«Lo sono ancora. Adesso lavoro da casa.»
«E perché? Ti hanno trasferito?»
«No. Ho dovuto andarmene.»
Esiste un gas, molto particolare, che si chiama xenon. Nel laboratorio del Gran Sasso uno staff di ricercatori aveva realizzato un apparecchio che usava quindici chili di xenon per rilevare la presenza di una cosa che si chiama WIMP. WIMP significa Weakly Interacting Massive Particel. Delle WIMPs si può solo supporre che esistano. Fisici di mezzo mondo lavorano per cercarne tracce o per dimostrare che siano in qualche modo osservabili. Le WIMPs sarebbero una delle componenti della materia oscura.
Se si calcola la quantità di materia della nostra galassia a partire dalla legge di gravitazione, si ottiene un certo risultato. La prova del nove sarebbe la somma delle masse di tutti i corpi visibili della via lattea. Ma non torna. Mancano all’appello i nove decimi di tutta la materia esistente. Se al calcolo si aggiungono tutte le forze di cui percepiamo le manifestazioni, la parte della realtà di cui ci rendiamo conto passa da un decimo a un venticinquesimo. Tutto il resto, i fisici, lo chiamano materia oscura.
L’esperimento Xenon dava dei risultati, così una parte del corpo di ricerca stava studiando un rilevatore più efficace, che usava quasi centocinquanta chili di gas. Chiara lavorava al computer, eseguiva calcoli la cui logica sfugge alla maggioranza della gente e faceva esperimenti con lo xenon.
Nessuno sa cosa sia successo il 4 giugno del 2005. Chiara ricordava solo di essere rientrata in laboratorio dopo aver preso un caffé. Si era seduta davanti al computer e aveva controllato a che punto era un calcolo sulla pressione del gas liquido. Aveva sentito un sibilo, come di una pentola a pressione. Erano suonati tutti gli allarmi dell’impianto. I colleghi l’avevano trovata sul pavimento, mezza congelata. La stanza era satura di xenon.
Tre settimane dopo Chiara si era svegliata in un reparto di terapia intensiva. I dottori l’avevano considerato un miracolo.
«Bel miracolo…» disse mentre mescolava lo zucchero nel caffé.
Mattia era seduto dall’altra parte del tavolo di cucina. Le prese una mano e la guardò.
«Lo so.» fece Chiara.
«Cosa?»
«Non ti ho ancora detto cosa c’entra con te.»
Mattia s’irrigidì. Allentò le dita e si lasciò andare contro lo schienale.
«E’ per questo che ho dovuto andarmene.» smise di girare il cucchiaino «All’inizio pensavo fosse un problema di vista. I colori non li vedo più come prima. Ho anche perso quattro diottrie. Non si sa molto delle conseguenze dell’esposizione allo xenon. Mi hanno detto che era daltonismo, niente di così grave. Che forse dovevo mettere gli occhiali.»
Una notte, in ospedale, Chiara si era svegliata. Le luci erano spente, ma i colori le facevano male agli occhi. Non smetteva mai di vederli. Si era messa in piedi; la testa le girava. Aveva preso il palo della flebo e ci si era appoggiata fino in bagno. Poi era uscita ed era andata nel corridoio. Dalle finestre entrava una luce rossastra. Si era fermata a guardare le ambulanze che entravano e uscivano dalla rimessa.
Si era accorta della bambina perché aveva sentito singhiozzare. Avrà avuto otto, dieci anni. Era una bimba grassottella, con i capelli legati in due codini in cima alla testa. Stava in piedi, con le braccia lungo i fianchi, guardava la stanza degli infermieri e piangeva.
Chiara si era avvicinata. Le aveva detto qualcosa, ma la bimba aveva continuato a piangere. Dalla saletta venivano dei rumori lontani e allora Chiara aveva guardato dentro. L’infermiere del turno di notte aveva i pantaloni abbassati e stava montando una donna sdraiata sul tavolino. Ansimava, con la faccia affondata tra il collo e i seni bianchi di lei. In equilibrio sulla sua schiena, una ragazzina bionda stava masturbando un uomo dal pene enorme. In un angolo una vecchina che avrà avuto settant’anni era in lacrime. Un uomo sulla sessantina, con un maglione a losanghe e un paio di pantaloni un po’ troppo larghi, era piegato sulla donna posseduta dall’infermiere e le stava urlando qualcosa nelle orecchie. C’erano almeno altre dieci persone là dentro.
Chiara aveva gridato. L’infermiere e la donna si erano voltati verso di lei, terrorizzati. L’uomo con il pene enorme e la ragazzina erano spariti, la vecchia e la bambina avevano pianto più forte e l’uomo col maglione aveva continuato a strillare. Tutti gli altri si erano messi a correre per lo stanzino. L’asta di metallo era caduta in terra e la flebo si era spaccata con un rumore di bicchieri rotti.
«Credevo di essere diventata matta.» disse Chiara. Ormai fuori era buio.
«I dottori cos’hanno detto?»
«Che forse era lo shock, forse l’esposizione al gas. Ho fatto un mucchio di esami, ma non hanno trovato nulla.»
«Era lo stress. Credo che sia normale.»
«Non hai capito, Mattia.» chiuse gli occhi e fece un respiro profondo «Io adesso vedo così.»
Ci fu un attimo di silenzio.
«Non sono pazza.» disse.
Mattia si alzò in piedi e cominciò a girare per la cucina, evitando di guardarla. Le mani. Le mani di suo padre. Aveva tirato a indovinare, pensò.
«In Nuova Zelanda avevate una donna di servizio vietnamita, che si chiamava Marie.»
Chi poteva averglielo raccontato?
«Hai perso la verginità a quattordici anni, con una prostituta che ne doveva avere almeno venti in più di te.»
Poteva averlo sentito da chiunque.
«Tuo padre si chiama Hubert. Non l’hai mai detto a nessuno. Tua mamma non te ne ha mai parlato; sai il suo nome solo perché una volta hai trovato una lettera. Era scritta in Inglese, e…»
«Fai così con tutti? E non ti hanno ancora rinchiuso?»
«No. Non ne ho più parlato con nessuno.»
«Diosanto…» Mattia aveva appoggiato i gomiti al davanzale della finestra e si teneva la testa tra le mani.
«Scusami.»
Si voltò verso di lei. «No. Non è niente. Vai avanti.»
«Non credo che…»
«Vai avanti, ti prego.»
«Non c’è molto. Ho qualche idea, ma non ho modo di verificarla. Forse lo xenon mi ha reso sensibile a una serie di particelle non visibili, del tipo che studiavo al Gran Sasso. Neutrini, assioni, neutralini… penso che siano loro quello che vedo. E forse… penso che la materia oscura costituisca una sorta di base fisica del subconscio.»
Mattia la guardava in silenzio.
«Vuole dire… Cristo santo… vuol dire che forse la personalità… la psiche… esiste a un livello che noi non immaginiamo. Forse è fatta di materia. Io quella materia la vedo.» chiuse gli occhi e se li massaggiò con le dita, sotto agli occhiali «Anche se ogni tanto preferirei non vederci per niente.»
Mattia l’abbracciò. «Vieni qui.»
Da quel giorno Mattia sparì. Passarono settimane e nessuno lo sentì più. Ogni tanto qualche amica di Chiara raccontava di averlo visto al supermercato, in tuta e maglietta. «Avevamo il frigo quasi vuoto.» «Ah, la sera andiamo a letto alle undici.» «Vado a casa, che ho una montagna di roba da lavare.»
Io all’inizio non ci credei. Mattia non era mai collegato su Messenger. Provai a scrivergli qualche mail, ma mi rispondeva dopo dei giorni, due righe in croce. Una volta lo chiamai.
- Gigi! -
«Mattia! Ma che fine hai…»
- Aspetta, aspetta, scusa, che finisco una cosa… -
«Ma che stai facendo?»
- No, è che sto stirando, solo un attimo che appoggio il ferro… -
Mattia era andato a vivere da Chiara, in un appartamento grande come il bagno degli ospiti di casa sua. Se qualcosa poteva metterli a contatto con la gente, ci pensava lui: la spesa, la macchina dal meccanico, anche aprire alla porta. Ogni tanto, quando le persone normali erano a pranzo o a cena, loro uscivano e passeggiavano tenendosi per mano, nei giardinetti deserti o lungo le strade in cui nessuno passava. Al pomeriggio Mattia e Chiara mettevano su una moka e bevevano il caffé chiacchierando di film. La sera prendevano una margherita e una quattro stagioni alla pizzeria sotto casa, le mangiavano nei cartoni, poi facevano l’amore sul divano oppure si addormentavano guardando un DVD. Mentre lei lavorava al portatile, lui studiava; un nostro amico incontrò Mattia che usciva dall’appello di procedura civile: l’aveva passato con ventinove.
Un giorno Chiara entrò in cucina e cominciò ad aprire tutte le ante della dispensa. Mattia stava studiando: alzò gli occhi dal libro e la guardò. Lei spostò dei barattoli, poi ne tirò fuori uno vuoto, con gli avvallamenti del fondo sporchi di caffé, e lo ricacciò dentro sbattendo. Si appoggiò con le mani al piano del mobile e sbuffò.
«Che succede?» chiese Mattia.
«Mi è arrivata una mail.»
«Da chi?»
«Dal laboratorio. Devo andare giù.»
«Ma quando?»
«Domattina sarebbe meglio.»
«Ti accompagno.»
«No. Devo restare un po’ di giorni.»
«Vabbè, non è un problema. Mi guardo un po’ la città…»
«No, sul serio. Non avrei neanche il tempo di salutarti. Rimani su e studia. Magari te ne vai a casa per un po’.»
«Vai giù in macchina?»
«Mmh.» disse facendo di sì con la testa.
«Sei sicura? Se vuoi chiamo un taxi, per me…»
«Ma và. L’ho già fatto tante volte. Tu stattene tranquillo; torna un po’ a casa e studia.»
Mattia la guardò riempire la valigia; la sera fecero l’amore e la mattina dopo l’aiutò a caricare il trolley nel baule. Aspettò che lei avesse messo in moto, poi tornò a salire nell’appartamento: mise i libri di diritto commerciale in uno zaino, prese lo scooter e ritornò a casa sua.
Studiò tutto il giorno, solo con qualche pausa sigaretta. La sera chiamò Chiara, poi guardò un film e se ne andò a letto.
La mattina dopo la sveglia lo fece alzare male. Aveva dormito poco. Fece colazione e si sedette davanti al libro. Guardò l’orologio: Chiara stava già lavorando. Lesse cinque o sei pagine e si accorse che erano passate due ore. Si fumò una sigaretta. Ricominciò. Dopo pranzo fece un sonnellino e si svegliò che erano quasi le quattro. Quando Chiara lo chiamò aveva letto otto pagine in tutto. La salutò e pensò a che film guardare. Ne provò un paio, ma li piantò lì tutti. Si mise a gironzolare su internet. Alle undici si ritrovò a fissare lo schermo con una sigaretta in mano e i piedi sul tavolo. A mezzanotte si fece una doccia e uscì.
Scese a Bologna in motorino e cominciò a fare il giro dei viali, senza meta. Quando passava vicino a una puttana stringeva i denti e dava del gas. Il caldo si attaccava alla pelle e a ogni semaforo l’afa lo faceva sentire appiccicaticcio.
Prese per la periferia e cominciò a girare per le strade interne. Serrande abbassate, un uomo in canottiera che portava a spasso il cane, due ragazzi che si baciavano sul sellino di una vespa. C’era un bar aperto con un capannello davanti. Si ricordò di un altro baretto lì vicino e gli venne voglia di cuba libre. Arrivò che era ancora aperto. Dentro non c’era quasi nessuno. Due tipi che parlavano a un tavolo e una bionda da sola in un altro. Andò a banco. La barista gli sorrise per abitudine.
«Mi fai un coca e jack?»
Pagò, prese il bicchiere e si sedette. Diede un sorso osservando la ragazza. Lei tirò fuori una sigaretta e guardò la barista, che si strinse nelle spalle. Allora l’accese e si mise a fumare.
«Cos’è che stai bevendo?» le fece Mattia.
La bionda alzò gli occhi. Ombretto nero e matita.
«Manhattan.»
«Con questo caldo?»
«Nella coca cola ci sono i conservanti.»
«E le Fortuna?»
«Che c’entra?»
«Hai ragione. Me ne offri una?» lei fece scivolare il pacchetto sul tavolo. Mattia prese il bicchiere e si alzò.
«Grazie. Io sono Mattia.» le allungò la mano.
«Io Laura.» rispose lei stringendogliela. Era morbida.
«Ci vieni spesso qui?»
«Ogni tanto. Abito un po’ in là.»
«Dove?»
«In via Arno.»
«Più vicini non li trovi i Manhattan?»
«E tu dove stai?»
Già, dove sto? pensò lui.
«Sui colli.»
«E più vicini non li trovi i…?»
«Coca e jack.»
«Mmh! Posso?»
Lui le allungò il bicchiere e sentì di nuovo le sue dita. Ci misero un attimo per lasciarlo.
«E’ una vita che non lo bevo!»
«Forse è per i conservanti. Prendine uno.»
«Ormai chiudono…»
«Sei qua in macchina?»
«In autobus.»
«E come ci torni a casa?»
«Non ci ho proprio pensato.»
«Vuoi un passaggio? Io sono in scooter.»
Si fumarono una sigaretta sotto il portone di lei, poi salirono. Era una casa piena di libri. Lei era appassionata e un po’ più timida di quel che voleva sembrare. Profumava di erbe e sapeva di Manhattan e Fortuna blu.
Mattia se ne andò che fuori c’era già il sole. Arrivò a casa e si lavò la faccia. Si fissò nello specchio, con le gocce che gli scendevano lungo le guance. Aveva il fiato grosso. Continuò a guardarsi finché non sentì l’acqua che si rapprendeva sulla pelle, poi chiuse gli occhi.
«Cazzo.» disse tra i denti.
Non dormì per tre giorni. Andò avanti a caffé e sigarette e basta. La prima sera, quando Chiara lo chiamò, non rispose. Le mandò un messaggio, montando la storia che era andato al cinema. La sera dopo ci chiacchierò come se niente fosse. «Ci vediamo domani a casa.» le disse.
L’ultimo giorno Mattia lo passò sul divano, davanti alla televisione. A metà pomeriggio Chiara gli fece uno squillo per avvertirlo che partiva. Alle sette lui prese e andò da lei. Per strada si fermò dal tabaccaio. Quando uscì si accorse di aver comprato delle Fortuna. Mise il motorino davanti a casa di lei, si sedette sul sellino e cominciò a fumare.
Lei arrivò alle otto. Scese dalla macchina e Mattia vide che aveva il collo lucido di sudore. Si era legata i capelli quasi in cima alla testa e aveva ancora addosso gli occhiali da sole. La guardò prendere fuori il trolley dal baule e venire verso di lui. Sorrideva.
«All’uscita c’era…»
Si fermò. Lo fissava e gli angoli della bocca le scendevano piano piano. Si tolse gli occhiali da sole e continuò a guardarlo.
«Vattene.» gli disse.
Mattia abbassò gli occhi.
«Vai via.» ripeté.
Lui fece appena di sì con la testa, s’infilò il casco e mise in moto. Partì piano, cercando di non guardarla.
Qualche sera dopo incontrai Mattia per strada. Stavo bevendo una birra con dei ragazzi dell’università. Eravamo in una di quelle verande che d’estate i bar montano fuori dal locale. Lo vidi passare a piedi.
«Oh, Mattia!»
Lui si girò. C’erano quasi trenta gradi e lui andava in giro in giubbotto da motociclista. Aveva la barba sfatta e gli occhi fissi. Camminava male.
Sorrise un po’ storto e mi venne incontro «Oh Gigi, grandissimo!» mi diede una pacca sulla spalla «Come andiamo?»
«Te piuttosto! Che fine hai fatto?»
«Ah, un po’ di casini, ma adesso vedo di sistemarmi… sei da birra? Io andavo a farmi un margarita qua vicino…»
«Ti vedo carico…»
«Sì, sì, sempre…» rise con gli occhi quasi chiusi «…oh, ci sentiamo, eh?…»
«Sei a posto? Vuoi fermarti un po’ qua?»
Ma lui se ne andò per la sua strada, senza neanche voltarsi.
La mattina tornò a casa in taxi. Pagò e, dopo qualche tentativo, aprì la porta di casa.
Si svegliò sul divano, davanti alla televisione accesa. Era sudato: da fuori entrava un riflesso che abbagliava.
Seduta su una poltrona c’era Chiara.
Mattia strinse gli occhi, poi si mise a sedere e si prese la testa tra le mani.
«Cristo.»
Lei si alzò e gli allungò un bicchiere d’acqua.
«Toh, bevi.»
Mattia aveva la bocca impastata e la gola secca. Lo tracannò d’un fiato.
«Che schifo. Cosa c’è dentro?»
«Un’aspirina.»
«Che ci fai qui?»
«Ero venuta a riportarti le chiavi. Ti ho trovato a quattro di spade lì sopra.»
«Sì, ho fatto… ho fatto un po’ serata…»
«Io vado. Le chiavi sono sul tavolo di cucina. Mettiti a letto e dormi.» si girò e uscì «Scusami.»
«Chiara…»
Lei aveva già richiuso la porta.
«Ma vaffanculo.» si rannicchiò con le spalle alla luce e si addormentò.
Quando riaprì gli occhi aveva ancora caldo, ma il sole era basso. Si mise seduto. Gli veniva il voltastomaco e la testa gli faceva male. Toccò il cuscino e lo sentì bagnato.
Mise i piedi per terra e si stiracchiò. Sentiva un fischio basso e continuo. Si guardò: addosso aveva una scarpa sola, l’altra non riusciva a vederla. Il tramonto illuminava il soggiorno di un rosso intenso.
Si alzò, e gli vennero le vertigini. Macchie verdastre gli passarono davanti agli occhi. Andò in bagno, appoggiandosi ogni tanto ai muri. Pisciò, poi si lavò la faccia. Si passò le mani bagnate dietro al collo e tra i capelli. Vedeva tutto blu.
Adesso passa, pensò. E’ solo uno svarione. L’aspirina con la tequila.
Si guardava le mani. La luce blu faceva sembrare le cose più vicine. Cercò di riaprire il rubinetto, ma ci riuscì solo dopo due o tre volte. L’acqua cominciò a scorrere in un fiotto rossastro. Si drizzò sulla schiena: allo specchio si vide di un color verderame. Dietro di lui c’era qualcuno.
Si voltò di botto. Era un nero, gigantesco, completamente nudo. La sua pelle scura, sotto la luce colorata, aveva dei riflessi rosati. Aveva un pene e delle mani enormi. Lo guardava con i pugni sui fianchi e scuoteva piano la testa. Le linee nere dei suoi tatuaggi disegnavano cerchi, ghirigori e punte di lancia.
«Che vuoi adesso? Te ne è mai fregato qualcosa di me?» gli disse Mattia.
Suo padre continuò a fissarlo.
«Cos’è, avevi un cazzo così ma eri muto?»
«Mattia!»
Sua madre, in vestaglia, entrò in bagno tra volute di luce viola. Era troppo giovane. Il vestito le lasciava scoperti seni e cosce.
«Anche te…»
«Non parlare così a tuo padre!»
«Neanche lo conoscessi.»
«Senza di lui, tu non ci saresti. Almeno lui qualcosa di buono l’ha lasciato.»
«Oh, non ricominciare…»
«Tu sei stato solo capace di combinare questo casino.»
«Ma quale…»
Da fuori arrivava un frastuono indistinto, come un brusio. Mattia passò attraverso suo padre e si affacciò sulla porta del bagno. Il corridoio era affollato di gente. Il suo tatuatore stava disegnando un quadro di Mondrian sulla schiena di un tizio sdraiato sul comò. Keanu Reevs combatteva a mani nude contro tre uomini vestiti di nero. Un tipo in mountain bike stava facendo lo slalom tra due ragazze dai seni esageratamente grandi, fermandosi ogni tanto in equilibrio sulla ruota davanti. Un torero si teneva lo stomaco e perdeva sangue sul pavimento. Un cavaliere medievale, tagliato a metà dalla testa all’inguine, camminava avanti e indietro reggendosi su una gruccia. Qualcuno stava fumando un sigaro dall’odore acido. Appena sopra le voci si sentiva la marcia nuziale di Bach.
«Chiara…»
Mattia attraversò il corridoio. Anche se non avevano consistenza, d’istinto cercava di evitare le persone. Davanti alla porta del soggiorno trovò Batman; gli passò attraverso, ma colpì qualcosa di duro, che cadde sul pavimento con un rumore metallico. In cucina, schivando il gatto che aveva avuto da piccolo, mandò in terra due bicchieri. Si tagliò, e la stanza si riempì di lame e cocci rotti. All’improvviso si sentì odore di sangue. Un suo compagno degli scout, sdraiato sul pavimento, stava urlando tenendosi una gamba.
Mattia si sedette. L’aspirina. Vide Chiara in piedi davanti a lui. Aveva in mano un machete.
«Cosa mi hai dato?»
«Non lo so. Sono nella tua testa, mica nella sua.»
Se prendo la macchina faccio un incidente, pensò. Si rialzò in piedi. Raccattò le chiavi di casa e uscì.
In giardino l’aria era attraversata da vortici iridescenti. Camminò verso il cancello, cercando di pensare a quello e a nient’altro. Passò un’auto. Attorno a uno pneumatico c’era arrotolato qualcosa che si lamentava a ogni giro di ruota.
Seguì la strada fino alla fermata dell’autobus. Mise una mano sul cartello degli orari: ne passava uno alle sei e diciassette. Non aveva idea di che ora fosse. Si rigirò e appoggiò la schiena al palo. Chiuse gli occhi, respirò profondamente. Il rumore delle auto si avvicinava e poi se ne andava, a destra e a sinistra. Dopo un po’ sentì un rombo più basso e un cigolio di freni.
Riaprì gli occhi e si mise in piedi. L’autobus era nero. Salì senza guardare cosa strisciava sulle spalle dell’autista. Dentro c’erano due donne e tre uomini. Uno aveva il viso coperto da una grossa zecca. Fogli di calcolo erano tesi tra i corrimano d’acciaio; la vita e le gambe di una ragazzina si rigiravano dentro a un paio di jeans nuovi e una donna nuda gemeva sdraiata su una poltrona. Sul pavimento c’era un lenzuolo macchiato di scuro. Da un lembo spuntava un piede con una scarpa da ginnastica.
Mattia attraversò l’autobus aggrappandosi ai seggiolini. Si sedette lontano da tutti. Appoggiò la testa a un finestrino e finse di dormire. La corriera sussultava a ogni buca. Quando si fermava, il vetro cominciava a vibrare; le porte si aprivano sbuffando e entravano passi e chiacchiere.
«E quando sarai là, cosa pensi di fare?» gli chiese una voce un po’ gracchiante.
Mattia aprì gli occhi. Era la prof d’inglese delle medie.
«Non lo so. Qualcosa dovrà pur dirmi.»
Il tipo seduto di fianco a lui si voltò a guardarlo. Mattia lo ignorò.
«E se rimani così per sempre?»
Mattia richiuse gli occhi e tornò a appoggiare la testa al vetro.
«Non voglio pensarci.»
«Forse dovresti.»
«Intanto vado da lei.»
Per il resto del viaggio fissò la plastica traforata del soffitto, voltandosi ogni tanto per controllare se era arrivato. Alla sua fermata scese svelto e cominciò a camminare a testa bassa, senza mai guardare avanti.
Arrivò a casa di Chiara che stava nevicando. Suonò.
«Ti sei scordato le chiavi, coglione!» gli disse il compagno di classe che lo prendeva sempre in giro alle elementari.
Aspettò un attimo, ma nessuno gli aprì la porta.
«Andiamo Chiara…»
Suonò di nuovo. Quel tipo che parlava sempre male dei negri sbatté contro il muro col naso rotto e la bocca sporca di sangue.
La serratura scattò. Mattia si buttò dentro e salì le scale di corsa. Arrivò sul pianerottolo. La porta di Chiara era aperta.
Nel soggiorno, sdraiate sul divano, c’erano due donne. Di una si vedevano solo i capelli, lunghi e neri; abbracciava l’altra da dietro e con una mano le carezzava piano il seno, la pancia, le cosce. Poi cominciò a slacciarle i blue jeans. La ragazza sopra fece un sospiro, come se trattenesse il fiato. Era Chiara.
Lì vicino c’era una ragazzina. Aveva i capelli castani, legati in una coda. Era in mutandine e canottiera e stava seduta con le gambe a penzoloni sul lettino di un ambulatorio. C’era un dottore che stava rimettendo il fonendo nella tasca del camice e una donna sulla cinquantina.
«Allora è sicuro, dottore…» disse la donna.
«Sì signora, suo marito è venuto a contatto col virus, ma non è contagioso. E poi gli esami li avete fatti, vedete voi stessa…»
«Sì, per Chiara va bene, però io…» fece un gesto vago con le mani «…ha capito insomma…»
Le guance della ragazzina erano arrossate all’improvviso. Il dottore sorrise.
«No signora. Lo escludo anche riguardo a quello.»
Accanto al frigorifero c’era Chiara, più magra, senza occhiali. Era seduta su una panca di plastica e alluminio e aveva addosso un pigiama azzurro, con un motivo a orsetti gialli e rossi. Di fianco a lei c’era una donna, giovane. Portava una felpa viola e un paio di jeans. Aveva una lunga coda di capelli neri. Si parlavano: Chiara teneva lo sguardo basso, l’altra gesticolava e la fissava. Non si sentiva cosa si dicevano. Chiara singhiozzò e la donna l’abbracciò e la strinse.
«Sono qui.» disse Chiara. Era su una sedia, dietro al tavolo di cucina.
Mattia la guardò, in piedi in mezzo alla stanza.
«Sei quella vera?»
«Che domanda è?»
Lui si appoggiò allo sportello del frigo.
«Cos’è che mi hai dato?»
«Un composto in soluzione. Stai tranquillo, passa.»
Mattia guardò in terra. «Meno male.» si mise le mani in tasca e si strinse nelle spalle «Tu come stai?»
«Così. Potremmo parlare senza usare la voce. Basterebbe guardarsi.»
«Non sono sicuro. Sono troppo abituato.»
«Mi dispiace, Mattia»
«Davvero?»
«Sì. Ti ho fatto una cattiveria. Ma volevo che capissi.»
«Anch’io mi sono comportato male. Dispiace anche a me. Ma non lo so se riesco a capire.»
Chiara sospirò e guardò fuori dalla finestra.
«Neanche adesso?»
«Quando hai scoperto quel che ho fatto, perché ti sei arrabbiata?»
«Mattia, per Dio, mi hai tradita!» disse tornando a guardarlo.
«L’hai visto da subito come sono. Non te l’aspettavi?»
«Credevo che mi amassi.»
«E ti amo. Però alla prima occasione l’ho fatto lo stesso.»
«E allora?»
«Allora forse sono fatto così e basta.»
«Cosa sarebbe, una giustificazione?»
Mattia rimase in silenzio per un po’.
«No.» disse senza guardarla.
Lei si alzò e andò davanti alla finestra.
«Non ti fa star male?»
«Cosa?»
«Tutto questo.»
«Sì. Ma non capisco perché.»
«Forse» disse Chiara «è che alla fine c’è sempre qualcosa che non si riesce a vedere.»
«Sì. Forse sì.» disse lui.
Quella fu l’ultima volta che si parlarono. Almeno, così disse Mattia. Lui se ne tornò a casa e dopo un po’ vomitò una roba biancastra e schiumosa. Rimase a letto un paio di giorni, poi la sua vista cominciò a ritornare normale.
Chiara se ne andò senza salutare nessuno. Anche le sue amiche ci misero un po’ per accorgersene. Qualcuna la chiamò e trovò il numero disattivato. Giorni dopo provarono a andare da lei, ma sul campanello non c’era neanche più il suo nome.
A Mattia ci vollero delle settimane, poi scoprì un’altra passione e io lo persi di vista per qualche mese.
Che io sappia, non ha più fumato Fortuna blu.