
Il filo di Arianna
Gennaio 7, 2008Ovidio, Le Metamorfosi
«Buon compleanno, tesoro.»
Arianna alzò uno sguardo senza allegria. Non disse nulla, guardò sua madre e basta. Quanti anni compiva? Non lo ricordava più.
«Arianna…» ricominciò la donna.
«Smettila. Non c’è niente da festeggiare.»
Sua madre vacillò.
«Sei qui in casa, tutta sola…volevo…»
«Cos’è, siete preoccupati? State tranquilli, ricomincerò a uscire. So cosa devo…»
Arianna non ce la fece a finire la frase. Si voltò, rabbiosa, per nascondere la lacrima che le scivolava sulla guancia.
L’altra le diede una carezza tremante.
«Ma no, cosa dici,…»
Arianna la cacciò via con un movimento brusco.
«E falla finita!» gridò con la voce rotta «Guardami! Sarei giovane, avrei una vita davanti, forse sarei anche felice senza di VOI!»
«ARIANNA!»
«Cosa? Non vuoi neanche sentirtelo dire? Tu non ne hai colpa, vero?»
Sua madre si sgonfiò. Le linee del suo viso si piegarono all’ingiù.
Arianna uscì senza guardarla. Andò in bagno, sbatté la porta e si fermò a fissare la sua faccia riflessa nello specchio.
La prima volta. Quanto tempo era passato? Non aveva nemmeno capito cosa stesse succedendo. Cosa poteva capire una bimba? Ricordava solo di averlo visto, e che era stata la fine della sua infanzia. Aveva sentito tutto quel trambusto, suo padre che sbraitava, sua madre che piangeva. E quell’altra voce, di donna.
Se n’era rimasta nascosta in camera per un’eternità, con troppa paura anche solo per muoversi. Alla fine aveva aperto la porta e era scesa per le scale, piano piano, sfiorando con una mano la parete ruvida, fino in cantina.
Suo padre era a torso nudo. Teneva quella ragazza per i polsi, le braccia piegate dietro alla schiena. Arianna ricordava solo i capelli: aveva dei capelli bellissimi, lunghi e biondi, quasi bianchi. Sua madre era schiacciata in un angolo, col viso nascosto tra le mani. E poi c’era suo fratello.
Dopo erano passati anni. Lei era diventata una ragazzina quasi normale. C’era la scuola e anche se dormiva poco, anche se non parlava mai molto, aveva degli amici. Pamela, Ilaria, Claudio. E Mattia.
Mattia era alto più di lei di tutta la testa e aveva i capelli sparati in aria e portava quei jeans larghissimi, col cavallo in mezzo alle ginocchia. Era bellissimo. Fu il suo primo bacio, soli nella grande casa. Uno solo, lunghissimo, come soltanto i ragazzini possono baciarsi.
Suo padre era comparso dal nulla. Aveva colpito Mattia con una martellata, dietro al collo. Lui le era svenuto tra le braccia.
“Brava, Arianna.” le aveva detto papà con un sorriso affettuoso. Perché brava? Perché non era arrabbiato? Cos’aveva capito?
Loro buttarono Mattia nella buia segreta sotto alla cantina. Urlò tutta la notte.
“Ogni nove anni, Arianna. Lui mangia una volta ogni nove anni. E tu sei stata brava. Lo so che è crudele, ma è tuo fratello. Lo capisci, vero?”
Era alto, senza essere un gigante. I tratti regolari, volitivi, erano sottolineati da un filo di barba incolta. E aveva quegli occhi.
L’amico di Mario, il cugino di Ilaria, non c’entrava niente con il locale di Rocca. Dentro al Rocstedi, tra i quarantenni a bere whisky al roxy bar, nel giro di adolescenti con i jeans scritti sul sedere, con gli abitué ubriachi alle nove di sera, sembrava fuori luogo.
Arianna lo guardava dal suo angolo di tavolo. Era entrato e si era seduto assieme a loro, tranquillo, senza nulla da dimostrare. Aveva stretto la mano a tutti, fermo, senza essere rozzo. Parlava, scherzava. Aveva un bel senso dell’umorismo, acuto.
«Hai detto che ti chiami Arianna, vero?» le chiese quando rimasero soli.
«Sì.»
«Scusa, ci siamo a malapena presentati.»
«Non ti preoccupare. Non fa niente. Tu sei Matteo, no?»
Il sorriso le uscì un po’ incerto.
«Mi chiamano tutti Teo, anche i miei. Sei un’amica di Mario?»
«Ero a scuola con sua cugina.»
«Studi, lavori…?»
«Faccio la commessa. Al supermercato.»
«Da molto?»
«Qualche anno.»
Silenzio.
«Non ho una vita molto interessante, eh?» riprese lei.
Lui sorrise.
«No, ma cosa dici?»
«Tu di dove sei?»
«Vallalta. Non è lontano.»
«Sì, la conosco. Lavori?»
«Con mio padre. Ha uno studio: ci occupiamo di comunicazione»
«Che bello!»
«Meno di quel che sembra a raccontarlo.»
«Posso chiederti cos’hai… lì…?»
Un’ombra rossastra, a un angolo della bocca, scompigliava la delicata simmetria delle sue labbra.
«Oh, è solo un livido…un allenamento…»
«Giochi a calcio?»
«Veramente sono un pugile…»
Un pugile.
«Ma dai!»
«Dilettante, non credere.»
«E prendi molte botte?»
Le sorrise di nuovo.
«A dir la verità non ho ancora perso un incontro.»
«Ti piace l’alba?»
Teo la guardò, poi tornò a concentrarsi sulla guida.
«Sì, direi di sì.»
«A me no.»
«Come mai?»
«Non lo so…soffro d’insonnia e la vedo spesso. Mi ricorda che sta arrivando un giorno nuovo.»
«E’ una bella cosa, no?»
«E’ che non so…non so mai se avrò la forza di affrontarlo.»
Gli occhi di Teo s’intristirono, ma continuarono a guardare avanti.
«Scusa,» disse Arianna «cosa ti sto dicendo? Sono solo le mie paranoie…»
«Continua, per favore. Forse ho capito cosa intendi.»
«No, non credo…»
«Anch’io mi sento così, sai? E’ come se avessimo un peso tremendo sulle spalle. Non sempre riesci a reggerlo.»
Lui accostò la macchina davanti a casa di Arianna. Era una grande, solitaria sagoma scura in via Degli Aurelii. Rimasero seduti, appena illuminati dalla luce dell’unico lampione.
«Ti senti mai come… come se ci fosse un filo… qualcosa che lega tutta la tua vita, che la porta in una direzione?» gli chiese lei.
«Una specie di destino?»
«Si, qualcosa che ritorna sempre… e tu non puoi farci niente.»
«Quando mi va fatta bene… quando rischio e me la cavo per un pelo… sì, delle volte mi dico che sono fortunato. Che forse doveva andare così e basta. Non so se è proprio quello che intendi tu…»
«Non sembra che ti dia fastidio.»
«Beh, no, certo.»
«Abbiamo avuto una vita molto diversa.»
«In che senso?»
«Un giorno, anni fa, è arrivato in paese un tale, uno di fuori, un mezzo matto. Io… io non ero ancora nata. Qualcuno se lo ricorda ancora. Il nome non l’ho mai saputo: lo chiamavano Sgumbéi.»
«Sgumbéi?»
«Sì: confusione, casino…Bé, era un soprannome. Insomma, mia madre ci è andata a letto. Ed è rimasta incinta.»
«Era già…»
«I miei erano già sposati, sì.»
«Oddio.»
«Da allora è andato tutto un po’ storto.»
«E il bambino…»
«Ha vissuto con noi. Anche se è da tanto che non lo vedo.»
«Dev’essere stata dura.»
«E’ ancora dura.»
«Ma tu cosa c’entri, in fondo?»
«Hai presente: “il tempo sistema tutto”? Non è sempre vero. I miei hanno deciso di avermi perché speravano di rimettere a posto le cose, ma non è mai successo. E alla fine è come se fossi stata un incidente. Mio fratello ha pure dei problemi. E io sono qui da tutta la vita, assieme a loro.»
Teo la guardò.
«Devi essere coraggiosa, Arianna.»
«E invece sono stanca, Teo. Stanca. Ho ventiquattro anni e sono sfinita. Quando ero una ragazzina pensavo che un giorno sarebbe cambiato qualcosa, che la mia vita non poteva essere tutta qui. Ma non succedeva mai…»
«Ssst…»
Lui la baciò. Le sue labbra erano tese e dolci, la barba le graffiava appena le guance. Arianna lo strinse. Si ritrovò a fissare i suoi occhi neri.
«Vieni su.»
«E i tuoi?»
«La casa è grande, non se ne accorgono neanche.»
Scesero dall’auto e entrarono, soffocando le risate per non far rumore, come nei film. Lei accese la lampada del salotto e Teo l’abbracciò, la trascinò sul divano, la baciò di nuovo. Le sue mani le correvano lungo la schiena.
«Beviamo qualcosa?»
«Un brindisi?»
«Dai. Arrivo subito.»
Arianna corse in cucina. Ritornò con due bicchieri, pieni di vino.
«Ti piace il rosso? Di là non c’era altro…»
«Va benissimo.»
Bevvero, quasi d’un fiato.
Si baciarono: le labbra di Teo le scivolarono sul collo, sotto un orecchio.
Poi rallentarono.
«Cosa c’è?»
«No niente…»
«Non ti senti bene?»
«Io…»
Lui appoggiò la schiena contro lo schienale del divano. Guardò il pavimento, stupito.
Arianna si precipitò a chiudere la porta del salotto. Rovistò in un cassetto e tornò da lui. Faceva fatica a tenere gli occhi aperti, ma era ancora sveglio.
«Ascolta, non c’è molto tempo.»
«Cosa…»
«E’ un sonnifero, una dose leggera. Sennò ci pensava mio padre e non potevo darti questi…»
Arianna cominciò a frugarlo per nascondergli addosso la roba. Erano settimane che l’aveva preparata. Il coltello l’infilò nella cinta dei pantaloni, sotto alla camicia. Il gomitolo di spago lo schiacciò e glielo cacciò in tasca.
«Ti sveglierai in una specie di cantina, con poca luce. Lega lo spago alla porta e srotolalo mentre cammini. Usalo come guida, altrimenti ti perdi. Là dentro…»
Gli occhi di Teo si chiusero. Arianna gli diede uno schiaffo, con tutta la sua forza: lui li riaprì un poco, sussultando appena.
«Sveglia! La dentro c’è un mostro. E’…è mio fratello. Ti attaccherà…è forte ma non dev’essere molto bravo a combattere…Col coltello forse te la puoi cavare.»
I suoi occhi ormai erano ridotti a due fessure. Arianna non ce la fece più.
«Mio Dio…mi dispiace Teo…» singhiozzò «perdonami se puoi…ma è così difficile…vivere senza un filo di speranza…»
Poi affondò il viso nel suo petto e lo strinse. Lui si addormentò.
Quella sera Arianna stava studiando in camera: il giorno dopo aveva un’altra interrogazione di ragio. Ricordava che era buio: era inverno? C’era la nebbia, fuori?
All’improvviso era entrata sua madre. “Cosa c’è?” Ma non aveva risposto. Era rimasta ferma sulla soglia, ciondolando da un piede all’altro.
“Lui…lui è tuo fratello.” aveva mormorato.
Il cuore aveva cominciato a battere colpi sordi.
“Cosa…?”
Sua madre si era appoggiata alla scrivania, puntellandosi su un braccio e coprendosi il volto con l’altra mano. Puzzava di liquore.
“Dio santo…lui…è tuo fratello. Siete fratellastri.”
Arianna non aveva detto nulla. Era rimasta ferma, scossa dai brividi.
“E’ stato…tu non c’eri ancora…lui è rimasto in paese appena qualche settimana. Era così…attraente. Tutte le donne, in paese…dicevano che era matto, che faceva schifo…ma lo vedevo, io, come lo guardavano…lui…non parlava mai…ma quando ti fissava sembrava che ti vedesse dentro…ti sentivi…oddio…ti sentivi nuda…”
“No…”
Arianna era corsa fuori.
“Arianna, ti prego…non capisci?…Era destino…”
Aveva vagato per casa, girandola e rigirandola, non ricordava quanto. Le stanze sembravano tutte uguali, a ogni porta che attraversava sempre le stesse mura, gli stessi mobili. Aveva camminato e camminato, solo per non stare ferma, solo per rendere più sopportabili i tonfi nel suo petto.
Alla fine si era ritrovata davanti alla porta della cantina. Da dentro veniva un rumore lontano, indistinto. Si era seduta sul pavimento, sfinita, e aveva aspettato che un’altro giorno arrivasse.
Toc toc toc
Qualcosa bussò contro il legno. Arianna si scosse. Guardò la sveglia: le tre del mattino. Scese dal letto e corse in cantina. Addosso aveva solo la maglietta e le mutandine, ma se ne accorse che era già di sotto, davanti alla porta. Rimase zitta, in attesa. Erano passate più di due ore, possibile…?
Toc toc toc
Strinse la maniglia e l’abbassò.
Teo le crollò tra le braccia, viscido e pesante. L’odore di sangue era tremendo. Arianna fece per farlo sedere sul pavimento, ma lui si divincolò e si appoggiò a una parete. Aveva i capelli impiastricciati e la camicia bianca era zuppa di un rosso lucido e scuro.
«Teo…»
«Non preoccuparti. Non è tutto mio. Dov’è tuo padre?»
«Che vuoi…»
Teo tagliò lo spago ancora legato alla porta con un colpo secco del coltello, poi piantò la lama nel legno.
«Voglio parlargli. Dov’è?»
«Di sopra.»
«Aspettami qui.» disse. Se ne andò, sparendo in cima alle scale.
Arianna era stordita. Guardò la porta della cantina. L’aveva vista aperta una sola volta prima, quando suo padre ci aveva chiuso dentro la ragazza dai capelli biondi. Adesso non c’erano più rumori lontani, non c’era più niente che strisciava nel sotterraneo. Solo il ronzio leggero delle lampade.
Lentamente, Arianna si chinò, raccolse il suo filo e cominciò a riavvolgerlo. Il sangue che ancora non si era rappreso le chiazzava le mani e gocciolava per terra, scuro e denso. Raccolse un gomitolo, più piccolo di quello che aveva dato a Teo. Poi si accovacciò per terra, e aspettò.
Il rumore di passi echeggiò di nuovo nella cantina. Arianna guardò le scale: era Teo. Aveva addosso una sua vecchia felpa, che gli andava strettissima. Si era ripulito la faccia e aveva i capelli tirati all’indietro.
«Vieni. Andiamo via.»
«Come via?»
«Prepara uno zaino con un po’ di vestiti e prendi tutti i soldi che trovi. Ce ne andiamo.»
«Ma…»
«Ci ho parlato io con tuo padre.»
Arianna si alzò in piedi, vacillando per l’emozione. Gli gettò le braccia al collo e lo baciò.
«Oddio, Teo…»
Lui le sorrise. I suoi occhi erano stanchi, ma brillavano sempre.
«Vai, sbrigati.»
Arianna fece le scale di corsa. Arrivò in camera che aveva il fiatone. Prese il vecchio zaino della scuola e cominciò a buttarci dentro tutto quello che le veniva a tiro: mutandine, reggiseno, magliette, maglioni, tutto in una palla. Arrotolò il cappotto con ancora sopra il cellophane per l’estate e l’infilò tra il sacco e la chiusura. Si mise addosso un paio di jeans e un’altra maglietta, s’infilò in tasca i documenti della banca e cominciò a cercare in tutti i posti dove tenevano dei soldi.
Alla fine scese le scale. Teo l’aspettava nell’ingresso, da solo.
«Sei pronta?»
«Sì.»
«Non vuoi…»
«No. Andiamocene.»
Caricarono la borsa sull’auto. Teo le aprì lo sportello del passeggero, poi fece il giro e salì dall’altra parte. Per alcuni istanti Arianna rimase sola a guardare fuori dal finestrino. Al secondo piano c’era una luce accesa. Vide la sagoma di sua madre alla finestra. L’ombra fece un gesto con la mano, come un saluto. Arianna si voltò dall’altra parte.
Partirono, in silenzio. Lei si strinse attorno al braccio di Teo e scivolò in un sonno pesante, senza incubi.
«Arianna…»
La svegliò una scossa leggera. Non era più abbracciata a lui: si era rannicchiata sul grande sedile dell’auto.
«Arianna…svegliati….»
Arianna si stiracchiò e guardò l’orologio nel cruscotto. Le sei.
«Siamo arrivati?…»
«Sì. Sei arrivata.»
Fuori c’era già luce. Erano fermi in un parcheggio, circondati da altre auto. Le case e i negozi ancora chiusi erano serrati davanti a loro in un rango di mattoni rossastri.
L’insegna di fronte diceva “Hotel”.
«Ma dove siamo?»
«A Bologna…»
«Bologna?»
«E’ l’albergo di un amico. Ti tratterà bene.»
«Ah. Certo…noi…»
«Arianna, io…noi dobbiamo dirci addio.»
La vergogna le arroventò di colpo il viso.
«Teo…oddio Teo non hai capito io…io non ti stavo mentendo…Teo mi piaci davvero…ero costretta, non avevo scelta…»
Teo le sorrise, col sorriso di sempre. Era stato sveglio tutta la notte, ma non sembrava nemmeno stanco.
«Lo so Arianna, lo so. Non ne hai colpa. Non sono in collera. Io…io sono fidanzato.»
Arianna rimase in silenzio. Gli passarono per la testa mille parole, ma tacque. Gli doveva troppo. E, in fondo, non era nemmeno stupita.
«’Stanotte non ti ho mentito neanch’io.» continuò lui «E’ stato bello…quello che c’è stato, almeno…ma io amo lei. Capisci, vero?»
«Sì. Sì, certo. Scusami. Io…non sono molto lucida….»
Lui la accarezzò.
«Arianna, chiunque l’avrebbe fatto al posto tuo. La vita non è stata generosa con te.»
Lei non riuscì a trovare nulla da rispondere.
«Te la senti di scendere?»
«Sì…sì, certo…»
«Ti aiuto a prendere la borsa…»
«No, no…» lo fermò con un gesto della mano «No, non c’è bisogno. Preferisco far da sola, sul serio.»
Temette di averlo offeso, così gli sorrise. Ma lui era sereno. Lo vide prendere qualcosa dalla tasca dei pantaloni.
«Ecco…» disse lui aprendo il portafogli «…non sono molti, ma vorrei che li prendessi. Ti ci pagherai i primi giorni qui in albergo…»
«Hai già fatto fin troppo Teo, grazie. Basta così. Da qui devo andare avanti da sola.»
Questa volta, per un attimo, lui rimase interdetto.
«Va bene. Non ho idea di cosa si dica in questi casi.»
«Di solito ci si abbraccia.»
Lui la strinse, avvolgendola nell’odore di dopobarba, ammorbidente e sangue rappreso. Quando, dopo un’eternità, si lasciarono, lei lo guardò un’ultima volta negli occhi. Poi scese e prese la sua borsa dal bagagliaio. Tornò davanti al finestrino.
«Grazie di tutto, Teo.»
«Ho fatto quel che era giusto. Non è stata una scelta. E’ stato solo destino.»
Si salutarono, poi lui mise in moto la macchina e uscì dal parcheggio.
Arianna restò un po’ lì in piedi, a guardare le finestre e le saracinesche di quella città aliena. Era tutto così diverso da Monteombroso. Il paese viveva al ritmo degli alberi, una stagione dopo l’altra, un anno alla volta. Lì l’aria era diversa, sembrava si muovesse di continuo. Che avesse orrore di rimanere ferma.
Infilò una mano in tasca e le sue dita si intrecciarono con lo spago insnguinato di Teo. Si fermò e cominciò a tirarlo fuori. Il gomitolo si era srotolato e dovette usare tutte e due le mani. Quasi subito sfilò un moncone sfilacciato. Eppure ce n’era ancora tanto dentro. In un qualche modo il filo si era rotto.
Il telefonino squittì dentro la borsa di Arianna. Lei lo prese, lesse il messaggio, poi tornò a guardar fuori, attraverso il finestrino dell’autobus.
Ciao Ary! Come va? Stas alla Cineteca danno Magnolia. C andiamo?
Mittente: Luca cell.
Rispose all’sms. Perché no? Dimmi a che ora eccetera eccetera. Che carino, Luca. Era già la seconda o la terza volta che uscivano. Chissà. Arianna sospirò. Doveva ancora fare la spesa, preparare il pranzo per domani, magari se riusciva fare anche una lavatrice. Non ce l’avrebbe mai fatta prima di uscire. E da mangiare? Per stasera con un piatto di pasta se la cavava, ma domani, ancora un altro panino…?
Fu il profumo ad annunciarlo: si fece improvvisamente largo in mezzo all’odore della gente che ogni sera tornava a casa sul 19. Lei si voltò di scatto, quasi spaventando la vecchietta seduta dietro.
Teo era in piedi, aggrappato alla lunga pertica d’acciaio che attraversava tutta la lunghezza dell’autobus. Aveva la barba lunga e era chiuso in un capotto nero.
Arianna si alzò.
«Santo cielo, Teo…»
«Ciao, Arianna.»
«Come stai? Cosa ci fai qui?»
«Vengo dall’ospedale…»
«Niente di grave spero…»
Il suo sorriso…
«Sto facendo la chemio.»
Lei trasalì.
«Oh Gesù…»
«Succede.»
«Io…io devo scendere alla prossima fermata. Tu sei in macchina? Dove l’hai parcheggiata?»
«Un po’ fuori.»
«Ti va di mangiare qualcosa insieme? Ti faccio un piatto di pasta…»
«Se ne hai voglia mi basta fare due passi.»
L’autobus li scaricò a un incrocio del centro. Cominciarono a camminare, fianco a fianco, senza mettere fretta nei passi.
«Vivi qui?» le chiese.
«Sì.»
«Non ti sei spostata molto…»
«Per una senza patente è comodo. Si arriva dappertutto.»
«Abiti da sola?»
«Ho una stanza in un appartamento, con altre due ragazze. Tranquille, tutte lavoratrici.»
«Cosa fai ora?»
«L’impiegata. Alla fine la partita doppia mi è servita a qualcosa.»
«Mi fa piacere…»
«E tu?»
«Non va molto bene. Mio padre mi aveva lasciato lo studio e poi è successo…questo. In giro si è venuto a sapere e i clienti sono scappati. In realtà è meglio così. Devo pensare a curarmi.»
«A Vallalta non c’è nessuno che vi aiuta…?»
«Il paese si sta vuotando. I ragazzi cercano lavoro in città, stanno rimanendo solo i vecchi. Ma se Dio vuole non abbiamo problemi di soldi.»
«Mi dispiace, Teo…»
«E perché? Si vede che era destino.»
No Teo, pensò Arianna. E’ stato solo un caso. Una brutta coincidenza.
«I tuoi li hai più sentiti?» continuò lui.
«No.»
Arianna si rese conto di essere stata più secca di quanto avrebbe voluto.
«Scusami. Non sono affari miei.» disse Teo.
«No, no…scusami tu…in fondo lo sono, eccome. Ti ci ho tirato dentro io.»
«Come stai qui?»
«Bene. Il lavoro è un po’ incerto, ogni due o tre anni bisogna cambiare casa…ma non è così male.»
«Non ti manca il paese?»
«No, quasi mai. Anche se qui è tutto un po’ caotico…non mi ci sono ancora abituata.»
«Neanche dopo tutti questi anni?»
«No…in effetti no.»
«E cosa c’è in meglio, allora?»
«Che adesso sono libera.»
Teo la guardò.
«Di far cosa? Di leggere un blog tutte le sere? Di uscire con chi vuoi?»
Arianna si fermò di botto.
«Cosa vorresti dire?»
Lui resse senza rabbia il suo sguardo gelido.
«La possibilità di scegliere non è necessariamente libertà.»
«E cioè?»
«Sei proprio sicura che la tua vita stia andando dove vuoi tu?»
«E tu invece? Neanche tu hai scelto, no?»
«No, io una scelta ce l’ho sempre.»
«E quale, scusa?» sbottò lei, rabbiosa.
«Di morire come sono vissuto. Credendo nel mio destino.»
Arianna dovette distogliere lo sguardo. Ma come faceva a non capire? Come poteva piacergli quel filo che lo strozzava? Come faceva ad accettarlo così, con quella faccia serena?
«No, Teo.» disse asciugandosi un lacrima «I fili non ti legano per sempre. Forse sarebbe bello, ma non è così. Non è stato il nostro destino. E’ stato solo un caso. Un caso…»