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Percolato

Luglio 26, 2008

Anni fa mi è capitato di uscire con un tipo, Valerio si chiamava. Non bisogna andar fuori la sera prima di un esame: finisce sempre che ti ubriachi e vai all’orale col mal di testa e gli occhi spenti. Io stavo cercando di finire il programma, quando questo Valerio mi chiama: era giugno, Chiara era andata dai suoi (Chiara era la mia ragazza); ma no, ma dai, non posso, alla fine gli dissi di sì. E così conobbi Mattia.
Andammo a una festa, una roba house, molto bolognese (andava quella musica lì). Le ragazze di economia che dovevamo incontrare ci bidonarono per messaggio e noi ci mettemmo a bere. Totale: verso l’una entrammo mezzi sbronzi nell’Irish di via Paradiso. Prendemmo due medie e io mi misi a ascoltare i discorsi di Valerio.
«Ma te l’ho detto» se ne uscì a un certo punto «che dietro casa mia ci fanno le messe nere?»
Lo guardai un po’ così, con sufficienza. In fondo non era la più grossa che gli avevo sentito dire. Lì per lì gli diedi corda e lui cominciò a raccontarmi.
«Che giorno è oggi?» s’interruppe dopo un bel po’.
«Giovedì. Venerdì ormai.»
«Perfetto. Allora ci andiamo.»
«Dove?»
«Alla messa nera.»
«Adesso?!»
«Sì sì, te li devo far vedere.»
Con gli ubriachi non si discute e a vent’anni credi ancora troppo nell’amicizia. Fatto sta che finimmo le birre e prendemmo la notturna: Valerio abitava fuori dal centro e anche fuori dalla prima periferia. Scendemmo su un marciapiede dove non c’erano neanche più le puttane. Erano tutti casermoni di cemento, con al pian terreno solo serrande di bar e di banche. Io gli stetti dietro e ci infilammo in un parchetto dove sembrava che nessuno avesse mai tagliato l’erba. Camminammo al buio, in mezzo alle erbacce, fino in cima a una collinetta.
«Guarda. Sono quelli!» mi fece in un orecchio.
Cinquanta metri più in là, in strada, c’erano questi tizi, cinque o sei, che stavano ribaltando dei bidoni della spazzatura. L’atmosfera non era proprio solenne: tutte felpe col cappuccio, scarpe da ginnastica. Radunavano i rifiuti con delle grosse scope, come degli spazzini; poi, dopo un po’, si fermarono e si misero a guardare il mucchio di sacchi di plastica.
«Ma che cazzo fanno?»
«Non lo so. E’ la prima volta che li vedo io…»
All’improvviso quelli cominciarono ad agitarsi, a parlare: chi fece due passi indietro, chi rimase impalato sui suoi piedi. Sul momento non capii; poi vidi un movimento in mezzo all’immondizia e si sentì il rumore del nylon che si strappava. Un gatto scappò via come una scheggia.
Le cartacce, i vetri rotti, gli avanzi marci cominciarono tutti a strisciare nella stessa direzione, come dei fermagli attorno a una calamita. Le lattine accartocciate, i pezzi strappati delle scatole di pasta, le bottiglie d’acqua vuote si ammucchiavano e s’incastravano una con l’altra. Alla fine, in mezzo alla spazzatura, si alzò in piedi qualcosa.
Io avevo il fiato corto.
I tizi caddero in ginocchio. Un po’ tenevano la testa bassa e un po’ non riuscivano a non guardarla. Quella cosa fece due passi incerti, poi allungò le mani verso uno di loro, un tipo con un cappellino. Gli altri erano di sasso. Sembrò che lo toccasse, che gli sfiorasse il viso; quello si accasciò subito e si raggomitolò su un fianco. L’essere tirò indietro il braccio di colpo e franò in un mucchio di rifiuti.
Fu un fuggi fuggi: corsero via tutti, quasi subito si sentì il rumore di due scooter che si mettevano in moto. Quello col cappellino rimase là, a rotolarsi sull’asfalto.
Vorrei poter dire di aver fatto qualcosa. Se quel tipo portò a casa la pelle, fu merito di Valerio: quando cominciai a rendermi conto di quel che succedeva lui stava già dando l’indirizzo al 118. Corremmo subito in strada: guardai il ragazzo solo per un attimo, poi dovetti girarmi da un’altra parte. Aveva la faccia viola, gli occhi fuori dalle orbite. Si agitava, batteva i piedi dappertutto, cercava disperatamente di tirare il fiato. Teneva la bocca spalancata, come se volesse urlare, ma gli usciva solo un sibilo strozzato.
L’ambulanza arrivò che era appena svenuto. Riuscirono a intubarlo e lo portarono via di corsa. Ovviamente scoppiò un casino. Ci chiesero cosa gli era successo e io, almeno lì, fui svelto a inventarmi una balla. Dissi che forse aveva inghiottito qualcosa, che eravamo lontani e non avevamo visto bene, che l’ambulanza l’avevamo chiamata noi perché quelli con cui era là erano scappati via tutti. Al pronto soccorso arrivò la polizia, e io e Valerio raccontammo la stessa storia per un milione di volte. Ci volle poco per non contraddirsi: bastò rimanere vaghi sulle parti che ci avrebbero mandato dallo psichiatra.
Chiaramente io saltai l’appello.
Quello dopo fu un periodo un po’ così. Io rimasi imbambolato per un paio di settimane. Con Chiara andava male e rimestare tutto il giorno su una storia che non potevo raccontarle non aiutò. Prima di agosto ci lasciammo. In qualche modo riuscii a dare un esame, poi tornai al mio paese e passai l’estate a fare le solite cose: prendevo il sole, bevevo un sacco di birra, andavo a vedere dei concerti quando ce n’erano. Solo non ci mettevo un gran entusiasmo.
Valerio lo persi. All’inizio continuammo a vederci: se non ne avessi parlato con qualcuno sarei scoppiato e credo che più o meno fosse così anche per lui. Uscimmo un paio di volte, poi cominciarono i casini con Chiara e luglio finì in fretta. A settembre, quando ritornai a Bologna, gli mandai un paio di messaggi: lui mi rispondeva sempre che ancora non era tornato, che aveva dei problemi a casa, a Belluno. Alla fine lasciai perdere.
Mattia, invece, lo rincontrai che era quasi Natale. Io mi ero messo a uscire con due miei inquilini che avevano la fissa delle discoteche: erano di Reggio (Calabria) e appena raccimolavano due soldi se li sputtanavano in vestiti e locali. Era un giro in cui si incontravano un sacco di ragazze ubriache e io mi feci prendere. Quella sera eravamo in una disco piccola e strapiena. Si facevano le quattro a fare la spola dal banco alla pista, dal gruppetto di ragazze al tipo conosciuto quell’altra volta in quell’altro posto.
Me lo vidi passare davanti che ero al quarto Coca e Jack (Daniels). Era un’altra persona: dimagrito, sbarbato per bene, vestito che sembrava un calciatore. Camicia, pantaloni, golfino, scarpe, cintura, orologio, anelli: tutto griffato senza pietà. Se non fosse stato l’unico moribondo che avevo visto fino ad allora non credo che l’avrei neanche riconosciuto.
E invece gli misi una mano su una spalla. Lui si girò e mi guardò storto. Mi avvicinai
«Sono quello che t’ha portato all’ospedale.» gli urlai in un orecchio.
All’improvviso s’illuminò. Mi trascinò davanti ai cessi, dove si riusciva a parlare a una distanza ragionevole.
«Oddio, ma come ti chiami?» mi chiese stringendomi la mano con tutte e due le sue.
«Luigi…Gigi…»
«E l’altro? Cazzo, non vi ho neanche mai ringraziati!»
«Valerio… ma è da un po’ che non lo vedo…»
«Scusami, vecchio, sono un po’ emozionato… Io mi chiamo Mattia…»
Volle a tutti i costi offrirmi da bere. Era dall’ultima volta con Valerio che non parlavo di quella notte. Credevo di non riuscire a smettere. Alla fine persi di vista i miei inquilini e, a mattina fatta, mi riaccompagnò a casa lui. Con un BMW Z3 Roadster.
Quando vidi la macchina mi venne un colpo.
«Questa è la tua?»
Non lo conoscevo ancora. I suoi genitori erano una diplomatica italiana in Nuova Zelanda e un mezzo Maori che Mattia non aveva nemmeno mai visto. Aveva vissuto per un pezzo pensando che i nonni fossero mamma e papà. A sedici anni era andato a vivere da solo e da allora andava avanti scialacquando i soldi della madre e dandosi un tono pagando la retta dell’università. E tutto questo era in assoluto la parte più ordinaria della sua esistenza.
Mattia era ossessionato dalla smania di cambiare. L’idea dei punti fissi lo terrorizzava. Alla seconda o terza volta che andava nello stesso locale cominciava a sbuffare, e era capace di piantare lì tutti e mettersi a girare per la città da solo. Rinnovava il guardaroba a una velocità impressionante. Se non lo vedevi per più di un paio di settimane correvi il rischio di non riconoscerlo. Una volta si presentava vestito da punkabbestia con una bici comprata in Piazza Verdi, quella dopo magari te lo vedevi arrivare in Mercedes, firmato Armani fino alle mutande. Si era rifatto il mento, gli zigomi, il naso e ho il ragionevole dubbio che si fosse fatto ritoccare anche l’uccello. I tatuaggi gli spuntavano addosso dalla mattina alla sera; poi cambiavano forma, dimensioni e un bel giorno sparivano come se n’erano arrivati.
Senza parlare del suo moltissimo tempo libero. Se si imbatteva in qualche folle attività che non aveva mai provato ci si buttava anima e corpo e diventava la moda del mese. Rafting, cucina thai, pugilato, scultura del legno, strumenti a fiato e a percussione; il motto era: nella vita bisogna provare tutto. E tutti. Una sera qualcuno gli aveva parlato di questo parcheggio dove si incontravano degli scambisti: aveva subito convinto una sua amica (sulle sue amiche ci sarebbe stato da scriverci un libro) a spacciarsi per la sua fidanzata e si era buttato senza casco e senza rete, tanto per provare. Fu così, dalla moglie di un perfetto sconosciuto che gli aveva appena fatto un pompino, che seppe di questi cinque o sei tizi, che si trovavano a notte fonda a ribaltare cassonetti della spazzatura e ad aspettare che succedesse qualcosa. Perché, ogni tanto, qualcosa succedeva.
Quando lo conobbi era la terza volta che usciva col gruppo. In effetti era difficile chiamarli setta. A un tizio una volta era capitata una cosa strana e attorno a lui si era radunata un po’ di gente, tutto qua. Mattia, fino ad allora, aveva visto solo tantissimo pattume e, ovviamente, stava iniziando a scocciarsi. Poi, invece, lui venne.
Mattia era rimasto a bocca spalancata, a guardare negli occhi quella cosa gocciolante. Quando l’aveva sfiorato il liquido gli era schizzato sulle labbra. Lui s’era sentito soffocare: la gola, il naso, i polmoni avevano iniziato a bruciargli come il fuoco.
Percolato, gli dissero quando uscì dalla rianimazione. Nei mucchi d’immondizia l’acqua, i solventi, gli umori del cibo andato si accumulano sul fondo, filtrati dal resto della spazzatura. Il risultato è quella roba nera che scioglie l’asfalto sotto ai cassonetti. A contatto con una sostanza caustica la trachea si contrae, strozzandoti. Per fortuna di Mattia quella sera io e Valerio avevamo deciso di far tardi. Quando lo stabilizzarono si dovette fare due mesi d’ospedale, aspettando che le bruciature lungo l’esofago guarissero e che il fegato ritrovasse un minimo di funzionalità. Dopo sei mesi era ancora a dieta ferrea e nel divieto più assoluto di bere. Anche se, chiaramente, tendeva a sgarrare.
Continuammo a frequentarci e prima di Pasqua eravamo diventati amici. Un bel giorno, sarà stato maggio, io ero in un parco, sdraiato a prendere il primo sole con una ragazza. Mi suonò il telefono: era lui.
«Oh,» gli dico «ciao Matti.»
«Puoi venire da me?»
«Va bene, quando…»
«Subito.»
«Ma… non sono vicino, l’autobus…»
«Per favore, ti giuro, è importante…»
Così lasciai lì un’altra compagna di corso che non mi avrebbe richiamato e andai a casa sua. Lo trovai male. Era seduto su una poltrona del salotto e guardava il pavimento. Aveva addosso della roba tutto sommato casual, giusto teneva gli occhiali appoggiati sulla fronte. Non aveva nessun problema di vista; lenti neutre, per bellezza.
Mi ci sedetti davanti.
«Allora?»
Lui alzò gli occhi e mi guardò.
«Prima giravo per internet.»
«Scusa, mi hai fatto fare un’ora di autobus per….»
«Guarda cos’ho trovato.» e mi indicò il portatile acceso sul tavolo.
Mi avvicinai. C’era un trafiletto, cronaca locale. Era vecchio di qualche anno.
“Lascia un biglietto: «Non ce la faccio più». E sparisce.”
«Mbeh?»
«Leggi.»
Più tardi mi stampai l’articolo. Lo tengo ancora tra le mie cose.
“Bologna – «Non ce la faccio più, Maria.»: le ultime parole per la moglie, lasciate su un biglietto. Così Giovanni Zacchi, cinquantenne tecnico dell’azienda municipalizzata per la raccolta dei rifiuti, ha voluto forse dire addio ai suoi cari. La compagna di Zacchi, Maria Sacchinetti, ha trovato la lettera la mattina del 15 giugno scorso e ha subito pensato al peggio. Ma dopo un’intera settimana di ricerche né dell’uomo né, come si teme, del suo corpo si è ancora trovata traccia. Pare che Zacchi fosse caduto in una grave forma depressiva dopo la recente scomparsa della figlia ventenne. Le forze dell’ordine…” eccetera.
Io mi girai verso Mattia. «E allora?»
«Come e allora? Uno che lavorava in un inceneritore, o in una discarica! Magari si è ammazzato lì e non si è più trovato il cadavere.»
«Scusa ma non ti seguo.»
«E’ evidente! Forse è una coincidenza, ma sarebbe incredibile, no? Forse è lui…»
Non c’era molto da aggiungere, ma glielo chiesi lo stesso, tanto per essere sicuro. «Lui chi?»
«Quella cosa…»
Ebbi un bel da dirgli che era una cazzata, che poteva essere davvero una coincidenza, che nessuno glielo diceva che quello si fosse ammazzato sul serio e che magari adesso non stesse a Santo Domingo con l’amante. E poi, anche che si fosse suicidato, lì mica parlava di discariche: l’unico legame con i rifiuti era il lavoro, senza contare che sarebbe stata una cosa assurda. M’incazzai anche, ma lui, ovviamente, niente.
«Perché, quello che abbiamo visto noi non era assurdo? Ho controllato: questa è praticamente l’ultima notizia. Se avessero trovato il cadavere, almeno due righe, da qualche parte… dev’essere sparito davvero. Bisogna andarci a fondo…»
E ci andammo. Andammo così a fondo che un mese dopo stavamo di nuovo ribaltando bidoni della spazzatura, alle tre di un venerdì mattina. Eravamo soli, in una viottola di una zona industriale. Mattia aveva riscoperto una specie di look grunge-metalmeccanico: salopette, anfibi, maglietta bianca e camiciona a quadri infilata sopra. Finalmente si era calmato. Le ultime settimane le aveva passate tra l’abulico e il nevrotico; quella notte invece era freddo, lavorava senza dire una parola, senza fermarsi a sospirare.
Io continuavo a chiedermi se avrebbe funzionato. Dopo un po’ di ragionamenti avevamo deciso che quello era il momento migliore: Zacchi se n’era andato di casa nella notte tra un giovedì e un venerdì. La creatura appariva sempre verso le tre, quindi, qualunque cosa fosse successa, doveva essere stata circa a quell’ora. Tutto questo, ovviamente, solo nella nostra fantasia.
Ramazzammo tutta l’immondizia che trovammo e facemmo un mucchio. Era giugno e il caldo untuoso di Bologna si attaccava alla pelle. La spazzatura era rimasta per giorni a fermentare sotto un sole duro come una martellata: l’odore di marcio toglieva il fiato.
Alla fine arrivò. Fu all’improvviso, come la volta prima. Vedemmo qualcosa muoversi in mezzo ai rifiuti e, un attimo dopo, ce lo ritrovammo davanti. Se ne stava lì in piedi, le braccia abbandonate lungo i fianchi, due scatolette vuote che ci fissavano da una faccia di cartone e pannolini usati.
Io mi ero fatto indietro di qualche passo; Mattia invece non si era mosso: se stava tremando non si vedeva. Senza smettere di fissarlo, cominciò a frugarsi nelle tasche della salopette. Tirò fuori il CD e glielo porse.
«E’…è da parte di Maria…sai…lo sai come ascoltarlo?…»
Lui si irrigidì. Mosse un braccio, poi si fermò; poi fece per farsi avanti e prenderlo, poi si frenò di nuovo. Alla fine si decise: allungò le sue dita intrecciate di ossa di pollo e bucce di frutta, prese il disco di plastica e se lo portò dove avrebbe dovuto avere una bocca. Lo ingoiò lentamente, senza masticarlo, come se lo succhiasse.
Per un attimo rimase immobile. La latta tonda dei suoi occhi si piegò in un modo strano. Non so se ci sono parole per dirlo: certi sguardi li avrete visti anche voi. Scosse una mano, come i bambini quando fanno ciao. Noi lo salutammo, e lui crollò di nuovo nella spazzatura. Più tardi provammo a smuoverla, ma il CD non riuscimmo a trovarlo. Lui non lo vedemmo mai più.
Al ritorno Mattia mi riaccompagnò a casa. Non ci dicemmo niente per quasi tutto il tempo; poi, quando ci fermammo davanti a un rosso, lui mi guardò e mi chiese:
«Abbiamo fatto bene, no?»
Mi tornò di nuovo in mente l’intervista.
Era stato un paio di settimane prima. Un’idea di Mattia, ovviamente. Dopo aver trovato quell’articolo cominciò a indagare sulla scomparsa di Zacchi, con l’entusiasmo che metteva in tutti i nuovi giochi. Cominciò a frugare Internet, poi si attaccò al cellulare e rivoltò la sua sterminata agenda: amici, parenti, poi professori d’università, amici degli amici e così via. Favore dopo favore, balla dopo balla, riuscì a trovare indirizzo e numero della vedova (o presunta tale). A quel punto suonò il mio di telefono.
«Ciao Mattia…»
«Mi devo vedere con la moglie di Zacchi.»
Mattia si era spacciato per uno studente di scienze ambientali (ammesso che l’Università di Bologna abbia mai organizzato un corso del genere) e, con la scusa di una ricerca sui lavoratori dello smaltimento rifiuti, era riuscito a concordare un’intervista con Maria Sacchinetti.
Ci presentammo con un ritardo accettabile. La signora Sacchinetti in Zacchi abitava fuori Porta San Donato: edilizia popolare, i condomini un po’ regolari e un po’ abusivi. Fece quasi tutto Mattia. Si era messo una camicia a mezze maniche, gilet blu, jeans, scarpe da ginnastica e le solite lenti neutre. Suonò, e venne ad aprirci una donna sulla cinquantina, con un vestitone a fiori che le lasciava scoperte le spalle un po’ curve. Si sistemò i suoi autentici occhiali da miope e ci squadrò, senza sorridere.
Ci fece entrare e ci offrì il caffé. Mattia cominciò a chiederle le cose così, da in piedi, mentre l’aiutava a prendere fuori le tazzine. Era il suo solito modo: ti girava intorno, ti girava intorno, poi, appena trovava una falla, ci s’infilava.
Gli ci volle un po’, con la signora Maria. Lei rispondeva a monosillabi, piazzando lì ogni tanto dei «non saprei» o dei «ma a cosa vi serve saperlo?». Alla fine, però, una crepa Mattia riuscì a trovarla.
«Le va…le va di parlarci di suo marito?» le chiese a un certo punto.
Lei guardò il tavolo e sospirò piano. Rimase un po’ lì, come se ci stesse pensando su.
«Io pensavo che… lo sapete, no? E’ stato anche sul giornale.»
«Sì, certo… però se ce lo volesse raccontare anche lei… quello che si sente… per noi sarebbe importante.»
«E’ stato per la Benedetta. Nostra… nostra figlia.»
La signora Maria cominciò a raccontare. Nell’ingresso avevo visto una foto: una ragazza giovane, forse di una ventina d’anni, un po’ pienotta, ma carina. Era lei Benedetta.
A Benedetta piaceva fare un sacco di cose: ballava da quando era piccola, poi aveva cominciato a cantare. Tutte le volte che poteva partiva, viaggiava. Aveva già fatto due interrail, uno nei paesi del nord, l’altro in Francia, Spagna e Portogallo. A scuola andava benino e aveva cominciato l’università. Faceva anche la cameriera in un pub: le tasse e i viaggi cercava di pagarseli lei.
Una brutta sera aveva tardato. Il tempo passava e lei non infilava la chiave nella porta di casa. Verso mattina era suonato il telefono: Benedetta si era sentita male, era al pronto soccorso. E al pronto soccorso Benedetta era morta. Aveva avuto un collasso, bisognava farle degli esami. Dal suo sangue saltò fuori di tutto: alcol, alcol, ancora alcol, cocaina, anfetamine.
Fu solo l’inizio. Le amiche, i fidanzati, gli ex insegnanti cominciarono a parlare. Benedetta era sempre ansiosa, nevrotica. Ogni tanto andava in depressione e tutte le volte era un po’ peggio. Qualcuno gliel’aveva anche detto di vedere uno psicologo, ma lei alzava le spalle e cambiava amici, feste, giri.
«E’ stato… non lo auguro a nessuno. Ma Giovanni… lui era andato giù…gli uomini, sapete…»
La signora Maria si fermò.
«Scusatemi.» ci disse asciutta.
«Non si preoccupi, signora.»
Furono le uniche parole che le dissi. Mi sentii un idiota quasi subito.
La lasciammo in pace e lei si calmò. Alla fine insistette per farci leggere il famoso biglietto. Era più una lettera, in realtà. Una scrittura appena accennata, maschile. Mattia la prese e la scorse.
«Come si fa» disse lei quando gliela restituì «a non pensare che si sia ammazzato?»
Mattia non rispose.
Rimanemmo ancora un po’ con la signora Maria, poi ce ne andammo. Quando fui fuori feci un sospiro profondo. Mi sembrava di essere stato in apnea tutto il tempo. Rimanemmo in silenzio fino a quando non fummo usciti dal palazzo. Allora, di punto in bianco, Mattia si fermò e si sedette su un muretto. Cominciò a sfregarsi gli occhi con le dita di una mano.
«Tò, tieni.» mi disse allungandomi una piccola videocamera «Ho… ho registrato tutto…se…»
«Oh, tutto bene?»
Stava piangendo.
«Avresti dovuto leggerlo… »
Tirò su col naso e alzò la testa dalle mani, guardando fisso per terra.
«Non ce la faccio più, ha scritto… a vedere tutti i giorni quella roba… i vestiti, le lattine, i giocattoli… i sacchi con dentro gli avanzi delle feste, i libri… e poi finisce tutto lì… tutto quello che vorremmo, che potremmo, finisce lì, in un immondezzaio… finisce tutto lì…»
«Cazzo Gigi,» mi disse togliendosi i suoi occhiali finti «ma che senso ha? Ti fanno pensare che ci sia sempre qualcosa, là fuori, che se ne sta andando… che il meglio te lo stai lasciando scappare tra le dita… io ci provo Gigi, ci provo… corro, corro, ma poi, cazzo, mi perdo… e alla fine non trovo mai niente…»
I giorni che seguirono li passammo a suggestionarci a vicenda. Di tutte le follie che immaginammo, quella a cui finisco sempre per dar ragione cominciò da una pagina di Wikypedia. C’era scritto che nelle discariche ci sono delle grandi vasche in cui il percolato viene raccolto e lasciato evaporare. Ora, noi non sapevamo neanche dove lavorasse Zacchi. Ma ce lo immaginammo, alle tre di notte, con gli occhi arrossati dai vapori che si alzavano dal grande stagno nero. Lo pensammo appoggiarsi la canna di una pistola alla tempia, o puntarsi un coltello sul cuore. Lui che tirava il grilletto, o spingeva con un colpo secco, e cadeva, come un sacco vuoto, nel mare di percolato. La sua pelle che bruciava, la carne che si dissolveva e il suo ultimo respiro soffiato piano là dentro. Se abbiamo un’anima, quella del signor Giovanni si era davvero sciolta in una soluzione acida? Davvero vagabondava da un immondezzaio all’altro? Forse, quando riusciva a ricordare di essere stato di carne, racimolava un corpo con quello che trovava. Forse lui c’era riuscito ad abbracciare tutto l’orizzonte con lo sguardo. Secondo me Mattia lo invidiava pure. Lui i miliardi di possibilità delle vite degli uomini li vedeva tutti. Anche se erano solo gli avanzi.
Decidemmo che, per quanto ci fosse una possibilità su un milione, la cosa giusta da fare era darla a lui la registrazione dell’intervista. E così mi ritrovai in macchina con Mattia, alle quattro del mattino.
«Abbiamo fatto bene, no?»
Io guardai fuori. Il cielo era ancora nero.
«Tra un po’ è l’alba.»
«Qui fa schifo. Non è più bella neanche sui colli, ormai. Dovresti vedere cos’è ai carabi.»
«Mattia?»
«Sì?»
«Taci, per favore.»

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