2004 – Vivere senza te
22:18
Al Rocstedi cominciava ad esserci gente.
Manuel rimase imbambolato a fissare il quadrante del telefonino. Davvero era passato tanto tempo?
Perdonami Manuel.
Le sue ultime parole. Che ore saranno state, le cinque? Le sei? Parliamone davanti a una birra, ti va? Era pomeriggio. E poi Simona era appena uscita dal lavoro. Sì, dovevano essere state le cinque.
«Cazzo.» disse tra i denti.
Fantini venne a riprendersi il bicchiere vuoto.
«Vuoi qualcos’altro, Manuel?»
Lo guardò, senza sollevare la testa.
«No. Senti, ho lasciato il portafogli a casa…»
«Ha già pagato Simona.»
«Ah.»
Fantini rimase lì in piedi, a fissarlo. Riusciva ancora a capire quando lo buttavano fuori da un locale. Manuel si alzò e s’infilò la giacca a vento.
«Va beh. Ciao, Maurizio.»
Fuori c’era freddo. La neve ai bordi della strada cominciava ad annerire. E dire che era caduta appena da un giorno. Manuel si cacciò una mano in tasca, ma ci trovò solo l’accendino.
«Emiliano! Oh, Emiliano!» urlò a un tizio che passava dall’altra parte della strada.
Manuel attraversò di corsa, facendo inchiodare una macchina. Emiliano lo guardò sospettoso.
«C’sa vût?»
«Ce l’hai una sigaretta?» gli chiese col fiatone.
Emiliano tirò fuori le Camel e gliene allungò una. Poi continuò per la sua strada, scuotendo la testa.
«Grazie eh?»
Manuel si accese la sigaretta e cominciò a camminare, senza meta. Forse sua madre era ancora in piedi. Di tornare a casa non se ne parlava.
Si ritrovò davanti alla chiesa. Si mise a sedere su una panchina che qualcuno aveva ripulito dalla neve. Diede gli ultimi tiri e poi buttò il mozzicone in mezzo a un’aiuola.
Dal nulla sbucò un uomo con un giaccone verde. Si avvicinò e gli si sedette accanto. Aveva una sciarpa beige annodata attorno al bavero e un cappello calcato in testa fino alle sopracciglia. Mai visto prima.
«E’ stato lasciato anche questa volta, signor Giusti?»
«Ma non ci andate mai in ferie?»
«Lo sa che lo facciamo per il suo bene. Siamo preoccupati per lei. Dovrebbe smettere di fumare. Provoca impotenza, sa?»
Manuel si passò le mani sulla faccia.
«Ci mancherebbe. Altro da suggerirmi?»
L’uomo gli parlava senza guardarlo, gli occhi persi nel cielo senza stelle.
«Ha quasi quarant’anni, signor Giusti. Non lavora da più di un anno. Vive ancora con sua madre. E non riesce a trovarsi una compagna. Non un’avventura, signor Giusti. Una compagna. Che le dia dei figli.»
«Oggi ancora non me l’avevate detto.»
L’uomo si voltò verso di lui.
«Non c’è nulla su cui scherzare, signor Giusti. Si dia una regolata. Lo faccia per il suo bene, se non gli importa degli altri.»
Manuel guardò il selciato in mezzo ai suoi piedi.
«Sì, certo.»
«Bene.» l’uomo col giaccone si alzò «Allora vada a dormire. E non cerchi di andare a letto con una delle donnacce che girano attorno al bar. Domattina ha molto lavoro da fare. Il tempo passa, signor Giusti.»
E se ne andò.
Manuel rimase lì, a guardare per terra, senza neanche una sigaretta in tasca.
Se non fosse stato abituato a tutte quelle stronzate, forse non gli sarebbe tornata in mente Simona.
Lo guardava con i suoi occhi grandi. Non ce la faccio più, Manuel. Ci ho provato. Ma tu non vuoi farti aiutare.
Prima o poi ci si abitua a tutto. A non avere un futuro. Alla solitudine. Anche a essere senza speranza. Era quello il brutto. Per sopravvivere, prima o poi, ci si abitua a tutto.
1984 – Sballi ravvicinati del terzo tipo
«Seee, Maradona al Napoli?»
«Ohi. Mi sa che quest’anno vanno a vincere lo scudetto.»
Manuel aprì una birra e la schiuma schizzò fin sul parabrezza.
Luca lo squadrò, poi tornò a guardare la strada.
«Cazzo, stai attento!»
«Eh dai, per un goccio di birra.»
«Sì, poi lo senti te mio padre!»
Dietro, Umberto e Emiliano scoppiarono a ridere. La Ritmo puzzava come uno stagno.
Emiliano sventolò un’esca da trote ancora viva davanti alla faccia di Luca.
«E questo? Lui è di famiglia, invece?»
La macchina sbandò e tutti giù a ridere.
«Cazzo buttalo fuori!» urlò Luca.
«Merda, che schifo.»
«Dai Emiliano, mi fa vomitare anche a me.»
«Va bene, va bene.» ma invece di aprire il finestrino lo lanciò contro il volante.
Altra sbandata. L’auto zigzagò per qualche metro, poi frenò, facendo slittare le gomme. Luca uscì bestemmiando.
Dentro, gli altri tre ridevano.
«Sta ancora smadonnando.» fece Emiliano.
«Mi sa che s’è incazzato.»
«Oh, cazzi suoi. Un bigattino non ha mai ammazzato nessuno.»
«Ma dov’è che stiamo andando, allora?» s’intromise Umberto.
Manuel si voltò verso di lui.
«Al crinale di Monte della Corona. C’è ‘sta specie di festa…»
«Se ho capito bene è un raduno freak, una roba così.» disse Emiliano.
Umberto: «Ma ce n’è della figa?»
«Mah, speriamo di sì. Cos’è che fanno pure, Manuel?»
«Ah, non lo so. A me lo ha detto Luca che c’era ‘sta cosa.»
«Andiamo bene.»
«Ce n’è della roba, almeno?»
«Luca un po’ di fumo ce l’ha. Nel baule ci devono essere anche due pistoni di vodka.»
«Luca con del fumo?»
«Tutto qui!? Cazzo al Question stasera c’è Vanni! C’era da farsi delle spade…»
«Mah, speriamo che in mezzo a tutti ‘sti freak…» disse Emiliano accendendosi una sigaretta.
«Oh! Oh! Spegnila…» Luca finì la frase con una bestemmia.
«Sei ritornato?»
«Oh,» bestemmiò di nuovo «se vuoi fumare in macchina, la prossima volta prendi la tua! I miei non lo sanno neanche che fumo!»
Emiliano sbuffò e tirò la cicca fuori dal finestrino.
«Allora, ci vogliamo andare a ‘sta festa?»
Luca mise in moto e ripartirono. Dopo neanche due curve Emiliano riattaccò.
«Allora Luca, com’è che hai saputo di questa cosa?»
«Sembra sia stata sua zia…» s’insinuò Manuel.
«Tua zia!?»
Luca arrossì. «Sì, sì, fate pure gli asini. Intanto con questa chiacchiera che ha messo in giro arriva gente fin da Bologna.»
«Addirittura! E cos’ha detto? Che c’è un circolo di ricamo?»
«Oh, Emiliano, occhio a come parli.» disse Manuel «La zia di Luca è una…come si dice…fattucchiera!»
«Ehilà! Allora ci facciamo tutti far le carte! Volta che andiamo al Question.»
«Sei fuori? C’è un casino di gente, li ho visti passare da Rocca con le roulotte!»
«Sarà stato il circo.»
Manuel: «Però l’ho sentito dire anch’io.»
«Ma cosa? Cos’è che succede a Monte della Corona?»
«Arrivano i marziani.»
Umberto si cacciò a ridere.
«Eh?»
«No i marziani,» fece Luca «gli alieni. Mia zia è matta. Non so neanche quanti anni abbia. Un tizio è venuto da Bologna per farsi leggere i fondi di caffé. Lei gli ha raccontato questa storia degli alieni e lui ha sparso la voce. Vedrai, ci sarà di tutto!»
«Al Question c’era Vanni…»
Il viaggio continuò in silenzio per qualche tornante. Luca accese la radio e infilò una cassetta di Ramazzotti.
«Ma cos’è ‘sta merda?!» disse qualcuno. Poi più niente fino a Monte della Corona.
Il crinale di Monte della Corona era una distesa di sterpaglie che scendeva lungo il fianco di una collina. Era, o era stato, un campo, che nessuno coltivava da anni. Appena la strada cominciò a salire incontrarono le prime auto.
«Cazzo! Ma quanti sono?» disse Manuel.
Luca sorrise sotto i baffi.
«Ve l’avevo detto!»
«Sì, sì, parcheggia, va’.»
Infilarono la Ritmo tra una cinquecento e una BMW arrugginita. Luca prese le bottiglie di vodka e cominciarono a risalire il crinale.
Man mano che camminavano incontravano tende e bivacchi. Qualcuno aveva addirittura acceso un falò.
«Quelli lì son semi. In mezzo all’erba secca…»
Per un motivo o per l’altro erano tutti sdraiati. Quasi tutti guardavano il cielo. L’odore di marijuana era impressionante.
«Oh, guarda quello! Per me è morto.» fece Umberto indicando un tizio sdraiato su un fianco.
«Cazzo, ha ancora la pera in vena.»
«Merda, che casino.»
«Qui sono tutti fuori.»
«Meglio, no? Tutta ‘sta roba arriverà pure da qualche parte.»
Un tipo che sembrava uscito da i guerrieri della notte gli attraversò la strada. Teneva in mano una canna gigantesca.
«Oh, scusa! Ehi, tipo!» gli disse Manuel
Ma il combattente metropolitano non si voltò neanche.
«Aspetta aspetta. Guarda là.» fece Emiliano dandogli di gomito.
Manuel si girò. In mezzo al campo c’era una vecchia R5. Al buio poteva essere di qualunque colore. Dietro c’era una canadese grande quanto uno scatolone di detersivo, e attorno tre ragazze.
Emiliano prese una bottiglia d’in mano a Luca.
«Andiamo mò a fare conoscenza.»
Si misero a dare la scalata al crinale. Quando furono abbastanza vicini Manuel si domandò chi, di quelle tre, avesse avuto l’età per guidare la macchina. Quella dall’aria più grandicella era una biondina vestita come Madonna, crocefisso all’orecchio e tutto il resto. Stava sbriciolando del fumo, mentre una delle altre due armeggiava con un biglietto dell’autobus.
Emiliano guardò Madonna e sfoderò la sua migliore faccia da culo.
«Ciao. Vi dispiace se ci sediamo qui con voi?»
Lei ricambiò lo sguardo.
«Vevamente sì.»
Le mancava del tutto la r.
«Ah, se la metti così…»
«Dai, sedetevi.»
Un’ora e mezza dopo, Emiliano e la regina del pop stavano fottendo dall’altra parte della R5. Umberto giocava a briscola con le altre due ragazze. Luca aveva vomitato un bottiglia di vodka e adesso dormiva, mezzo svenuto.
Manuel stava sdraiato sull’erba e si guardava attorno. Quanta gente c’era? Cento persone? Duecento?
Chissà quanto era fatto Vanni, al Question. Forse aveva ragione Emiliano.
Manuel si alzò e andò da Luca.
«Oh» gli disse «hai del fumo allora?»
Nessuna risposta.
Lo scosse per una spalla.
«Hai detto che hai del fumo?»
Luca grugnì e cercò di voltarsi dall’altra parte, ma riuscì solo a muovere le gambe a casaccio.
«E vaffanculo.»
Manuel gli infilò le mani nelle tasche. Lui non fece una piega. Alla fine pescò una bustina di cellophane, grande come un francobollo.
Tornò nel suo angolo di prato. Si sedette e tirò fuori le paglie e le cartine.
La canna gli uscì stropicciata, come una sigaretta rimasta nella tasca dei jeans. L’accese e aspirò.
Il fumo gli salì alla testa a una velocità vertiginosa. Diede un altro tiro. Sentì la terra scappargli da sotto il culo. Si sdraiò e guardò in alto. Il cielo era rosso, come al tramonto. Non c’erano stelle, non c’era nemmeno la luna. C’era solo una macchia bianca, senza contorni, che si allargava. Come una goccia di sangue in un negativo.
2004 – Susanna
Qualcuno bussò alla porta. Manuel smise di fischiettare. Appoggiò il rasoio sul bordo del lavandino e s’asciugò il sapone dal viso.
«Chi è?»
«Apra, signor Giusti.» gli dissero dall’altra parte.
Manuel sbuffò e andò ad aprire la porta dell’ingresso. C’era un fattorino del corriere espresso. Non aspettava nessun pacco.
«Già di primo mattino?» disse grattandosi in mezzo alle gambe.
«Lei sta girando per casa in mutande, signor Giusti. E ha tutte le finestre aperte.»
«Già.»
Il fattorino entrò in casa. Manuel richiuse la porta e lo guardò sedersi in cucina.
«E’ quasi mezzogiorno, signor Giusti. Lei si è appena alzato. Come nelle ultime due settimane.»
«Non ho molto da fare, alla mattina.»
«Lei non fa nulla al mattino.»
«Se vogliamo metterla così…»
«Le avevamo dato un consiglio.»
«E io mi sono dato da fare.»
«In modo irrilevante. I suoi sforzi sono mirati solo al trovarsi un’altra donna. O meglio, al fornicare con un’altra donna. E’ il complesso del suo stile di vita che la sta portando alla deriva.»
«Oh, senti…»
Il fattorino si alzò. Prese il pacchetto di MS che c’era sul ripiano della cucina e l’accartocciò con indifferenza.
«No, lei mi deve ascoltare. Lei ha una funzione e l’assolverà. Al meglio.»
Si avvicinò.
«Cosa le deve costare, questa volta? Una mano? Un occhio? O forse pagherà sua madre?»
Manuel non disse nulla.
Il fattorino gli girò attorno alle spalle, con calma. Sentì aprirsi l’uscio di casa.
«Buona giornata, signor Giusti.»
La porta si richiuse.
Manuel tornò in bagno. S’insaponò un’altra volta e ricominciò a radersi.
Mezz’ora dopo era fuori di casa. Fece una vasca per il viale del paese. Guardò l’ora: mezzogiorno. Era presto.
Soppesò l’idea di andare a fare aperitivo al Cristallo, ma gli venne un saporaccio in bocca. Non era quello che intendevano per buona abitudine. Ma almeno una sigaretta…
Andò in tabaccheria e comprò delle altre MS. Si piazzò su una panchina davanti al comune e cominciò a fumare. Alla terza sentì il campanile battere l’una. Buttò la cicca e andò a prendere la macchina.
Guidando passò davanti al Rocstedi. Fantini stava aprendo il bar.
Susanna l’aveva conosciuta proprio lì. Un mercoledì era andato a bere una birra con Luca, pensando a come far venire mattina. Avevano incontrato un suo cugino e i suoi amici. E lei. Aveva gli occhi verdi e la pelle olivastra.
Manuel parcheggiò nella piazza di Monteombroso. Lì il bar era già aperto. Sospirò. Scese dall’auto e andò filato alla fermata.
La corriera arrivò dopo le due. Scesero tre ragazzini e poi Susanna, con lo zaino sulle spalle.
Quando lo vide, lei sbarrò gli occhi. Manuel sorrise.
Susanna fece finta di ignorarlo. Salutò gli amichetti e fece per andare verso casa. Poi finse di accorgersi di lui e si fermò. Come attrice era un disastro.
Le andò incontro. Lei lo aspettò impalata vicino alla fontanella del paese.
«Cosa ci fai qui?!» gli disse a mezza voce.
«Beh, non sei contenta? Ti aspettavo.»
«Ti ho detto che se ci vedono insieme…»
«…i tuoi s’incazzano. Dai, stiamo solo parlando. Non si può neanche parlare?»
Lei arrossì. Manuel non riuscì a non sorridere.
«Beh, cosa c’è da ridere?»
«Sei buffa quando ti arrabbi.»
Susanna girò sui tacchi e fece di nuovo per andarsene. Manuel le andò dietro, più passeggiando che camminando.
«Non mi dai neanche un bacino?»
Lei non si voltò.
Manuel infilò una mano nella tasca della giacca a vento.
«Non vuoi neanche vedere cosa ti ho portato?»
Susanna si fermò e si girò di tre quarti. Di colpo s’illuminò e gli gettò le braccia al collo.
«Li hai trovati! Grande! Ma come hai fatto?»
«Te l’ho detto, ho un amico che conosce Vasco…»
Durò poco. Lei lo lasciò subito.
«Sì, ma…»
«Ma cosa?»
«Come facciamo ad andarci? E’ a Bologna…»
«Io la macchina ce l’ho.»
«Sì, ma…solo noi due?»
«Eh sì, è un concerto di Vasco, mica una partita della primavera. Il mio amico me ne ha trovati due e bella grazia.»
«Eh, va beh, però…»
«Però?»
«Non posso dire che vado giù coi miei amici. Mi sgamano subito!»
«E tu dì ai tuoi che ci vieni con me.»
Lei sbuffò.
«Allora?»
«Ti ho detto che non posso! Già mi romperebbero a morte solo se sapessero che ci vediamo…»
Manuel non si scompose.
«Tu non vuoi dirglielo. In fondo che c’è di male?»
«Non capisci.»
«Va beh, allora raccontagli che vai a scuola e poi ti fermi da qualche tua compagna di classe.»
«Mi scoccia.»
«Cosa?»
«Dirgli una balla!»
«L’altra sera eri tutta una fisima che non andavi a vedere Vasco solo perché non si trovava più il biglietto. Adesso non vieni per mezz’ora di macchina?»
«Come la fai facile.»
«Susy, figurati se i tuoi alla tua età…»
«Ma non vogliono lo stesso!»
«Susanna, è una tua scelta. Hai diciannove anni: non devi chiedere dei soldi a nessuno. Ci vuoi andare a ‘sto concerto?»
«Sì…»
«E allora! Hai paura di me?»
Lei ammutolì e lo guardò negli occhi.
«Magari…sono già rimasta qualche volta a dormire da Veronica. Se mi metto d’accordo con lei…»
«Visto che non è così difficile?»
«Grazie. Sei speciale.»
«Me lo dai un bacio?»
Susanna si guardò attorno. Si alzò sulle punte dei piedi e lo baciò sulle labbra. Profumava di pesche.
«Ci vediamo oggi?»
«Domani ho il compito di latino.»
«Allora ci sentiamo stasera.»
«Va bene.»
«Dai, vai a studiare.»
Lei lo baciò di nuovo e corse via.
Manuel la guardò allontanarsi, con lo zaino che le rimbalzava sulla schiena.
Si ricacciò i biglietti in tasca. Aveva dovuto promettere una montagna di cocaina al suo amico. Ma se tutto andava per il suo verso, ne sarebbe valsa la pena.
1984 – Fegato, fegato spappolato
La cantina di Luca era piena da scoppiare. Ci saranno state quaranta persone. Il fumo e l’umidità facevano sembrare tutto un po’ sfuocato.
Manuel era stravaccato su una poltrona mezza bucherellata. Sbuffi gialli di gommapiuma si facevano largo qua e là nella tappezzeria amaranto. Un tizio di Caiano stava limonando con Giovanna. Manuel sorrise. Certo che quella lì voleva provarli proprio tutti.
Luca si avvicinò strisciando i piedi. Si buttò a sedere per terra, con la schiena contro un bracciolo della poltrona.
«Beh, alla fine è venuta una bella festa, vero?»
«Sì. C’è un bel po’ di figa.»
Emiliano stava portando in giardino una ragazzetta mai vista. Chissà cosa ci avrebbe trovato Luca il mattino dopo.
«I tuoi?» chiese distrattamente.
«Sono al mare. Tornano la settimana prossima.»
Manuel si accese una sigaretta.
«Hai sentito che fanno il nuovo Indiana Jones?» riattaccò Luca.
«Ohi»
«Ma mi sa che non è mica bello come il primo. Le continuazioni sono sempre peggio.»
«A me il secondo Guerre Stellari è piaciuto di più.»
«Ma dai! Fa cagare! Alla fine il tipo perde una mano, poi il cattivo lì, come si chiama…»
«Darth Fener.»
«Eh, lui, che surgela Harrison Ford, finisce male!»
Un fitta leggera attraversò la testa di Manuel. Le cazzate di Luca non gliel’avrebbero certo fatta passare.
La faccia di Umberto fece capolino da dietro un angolo.
«Vado al cesso.» disse Manuel e lasciò Luca solo con la sua sbronza.
Entrò nell’altra stanza. Umberto lo aspettava dietro lo stipite, con un canna in mano.
«Beh?» gli fece Manuel.
«Ieri era il mio compleanno.»
«Auguri.»
«Ho fatto spesa da Vanni. Così offro un po’ agli amici.»
«Uuh. Cosa c’è di bello?»
«Se ti sbrighi a andare in bagno c’è la riga già fatta. Se no se la pippa il primo che gli scappa da pisciare.»
Gli diede un buffetto sulla guancia.
«Auguri ancora!» disse salendo le scale.
Nel bagno c’era una specchiera grande quanto una porta, con una mensola piena di flaconi colorati. Umberto aveva aperto uno specchietto da trucco e ci aveva steso sopra la polvere. Addirittura aveva lasciato la cannula appoggiata lì vicino.
«Buon compleanno, Umberto!»
Manuel si chinò sulla mensola e aspirò.
La porta del bagno si aprì, facendolo sobbalzare a metà riga. La roba gli andò di traverso: fu una martellata in mezzo alla fronte. Cominciò a tossire un po’ dalla bocca e un po’ dal naso.
«Lei ha delle pessime abitudini, signor Giusti.»
Manuel era piegato in due. Si teneva lo stomaco con le mani. Alzò gli occhi.
Due sconosciuti lo guardavano inespressivi. Erano sulla quarantina, facce anonime, camicie chiare e pantaloni marroni.
«Ma chi cazzo siete?»
Uno gli mollò un pugno sotto a un occhio. Manuel finì sdraiato per terra, ancora con le braccia attorno alla vita.
«Deve darsi una regolata, signor Giusti.»
«Ma chi siete? Sbirri?»
Il calcio nelle palle gli fece sputare fuori tutta l’aria che aveva in corpo. Si raggomitolò su un fianco e con le mani cercò un impossibile appiglio sul pavimento. Faceva così male che non vedeva più neanche cosa aveva intorno.
«Non apparteniamo alle forze dell’ordine, signor Giusti. Lei ha passato troppo tempo della sua vita a fare del male. Ai suoi genitori. A tutte le ragazzine a cui mente per rimediare un rapporto orale. E a lei stesso.»
Manuel non capiva. Pensava solo che gli avevano spappolato i coglioni.
«E’ ora di cambiare vita, signor Giusti.» attaccò quell’altro. «Siamo qui per questo.»
«Ma che cazzo dite?» sibilò tenendosi le palle.
«Ormai ha l’età per mettere su famiglia. Si trovi una ragazza, signor Giusti. Una brava ragazza. Si sposi. Cerchi un lavoro. Cresca dei figli.»
«Siete matti. Aiuto!»
«Nessuno la può aiutare. Non con noi. Lei da oggi non assumerà più stupefacenti.»
Manuel non li ascoltava nemmeno più. Cercava solo di urlare, con tutto il fiato che poteva. Ma nessuno lo sentiva, di là?
«Aiuto! AIUTO!»
«Lo facciamo per il suo bene, signor Giusti. Lo ricordi.»
Il primo calcio gli arrivò sul fegato. Manuel gridò.
2004 – Ormai è tardi
Manuel era esausto. Si guardò nello specchietto retrovisore. Le rughe attorno ai suoi occhi sembravano quelle di suo nonno. E così il tempo era passato anche per lui.
Guidava con Susanna attaccata al suo braccio. Ogni volta che cambiava marcia le doveva dare delle gomitate. Ma sembrava che a lei non dessero poi tanto fastidio.
Erano fuori dalle otto di mattina. Lei l’aveva costretto a incontrarsi davanti alla scuola. Sai, metti che i miei non mi vedono prendere la corriera. Da Villalta, dove c’era il liceo, fino a Bologna, altra mezz’ora di macchina. Avevano parcheggiato a un’ora di cammino dallo stadio. Ed erano rimasti accampati là davanti fino a sera. C’era un freddo boia e i cancelli non si aprivano mai.
Dopo era stato anche peggio. Vasco si era degnato di presentarsi sul palco con un’ora di ritardo. Manuel era rimasto in piedi, tra le ragazzine che urlavano e i bambocci che spintonavano, fin quasi a mezzanotte.
L’orologio della macchina segnava l’una. Sentiva il petto di Susanna che oscillava piano. La guardò con la coda dell’occhio. Era sveglia.
«Ma dove vado a dormire?» disse lei con la voce impastata.
«Non lo so. Sei tu che hai elaborato tutto il piano.»
«Non ci avevo pensato.»
«Vieni da me.»
«Se domani prendo la corriera per tornare a scuola i miei mi vedono.»
«Ti accompagno io.»
«Mmh. No, dai.»
«Cosa vuoi fare, dormire in macchina?»
Lei lo guardò.
«E tu?»
«Beh, anch’io.»
«Dove andiamo?»
«Quindi vuoi davvero dormire in macchina?»
«Sei stanco?»
«Tu no?»
«Ma dove andiamo?»
«Qualche posto lo conosco. Mi è già capitato di dormirci.»
«Con chi?»
«Con i miei amici.»
«Eh, sì, certo.»
«Andiamo a Monte della Corona. Lì è tranquillo.»
«Ma non è isolato?»
«Da quelle parti ci sono solo dei contadini.»
«Va bene, dai.»
Manuel sorrise. Il respiro di Susanna era diventato più rapido.
Guidò fino al crinale. Prese la stradina che ancora nessuno aveva fatto asfaltare. Dopo qualche metro si fermò sul limitare del campo, adagio.
«Eccoci.»
«Vado a fare pipì. Guarda che non arrivi nessuno!»
«Stai tranquilla.»
Susanna scese. Manuel la guardò sparire dietro alla macchina.
Abbassò il ribaltabile dei due seggiolini, poi si sdraiò e si voltò verso il suo finestrino.
«Hai già fatto i letti?!» disse lei rientrando.
«Mmh. Buona notte.»
La sentì far cigolare le molle del sedile. Poi la mano di lei sul suo braccio.
Per qualche minuto rimasero ad ascoltare il ticchettio dell’orologio.
«Non me lo dai il bacio della buona notte?» disse lei.
Manuel si girò. Si guardarono negli occhi, da sdraiati. Lui si allungò, le mise una mano dietro al collo e, piano piano, la baciò sulle labbra.
«Ti amo, Susanna.»
Manuel le lesse negli occhi quando il suo cuore saltò un battito.
«Anch’io.»
Lui le sorrise e lei gli rispose come un’immagine riflessa. Scavalcò il cambio e si sdraiò su di lei, puntellandosi sulle ginocchia. Si baciarono per un’eternità. Fece scivolare una mano sotto la maglietta e percorse la sua schiena. Poi, mentre ancora si baciavano, prese la felpa e gliela sfilò. Profumo di pesche. Le tolse la t-shirt, poi anche lui rimase a petto nudo. La baciò di nuovo, sulla bocca, sul collo, cominciò a scendere, sul petto, e intanto le apriva i gancetti del reggiseno turchese. Lei lo allontanò con le mani. Si guardarono, seduti uno sull’altra. Lei lo fissava con i suoi occhi verdi e si toglieva i capelli dalla bocca.
«Manuel…»
«Dimmi.»
«Ti amo, Manuel.»
E tornarono a baciarsi.
1984 – Ti taglio la gola
«Merda, non prenderla così. L’importante è che sia finito tutto bene, no?»
Manuel guardò Emiliano e non rispose. Le luci colorate stampavano delle ombre nere sul suo viso.
«Eddài, sei uscito dall’ospedale da un mese e non ti sei neanche bevuto una birra! Cazzo, non mi diventerai mica un prete?»
«Dai, non è serata.»
A dirla tutta, erano due mesi che non era serata.
«So io cosa ti serve.» Emiliano gl’infilò due dita nel taschino della camicia e gli indicò una ragazza, voltata di schiena. Fianchi larghi, ben fatti, canottiera a righe rosa e nere. «Offrine una a quella e una bella succhiata di cazzo non te la leva nessuno, fidati.» gli diede un buffetto su una guancia e se ne andò.
Manuel controllò la tasca della camicia. Due canne, belle che rullate. Alzò lo sguardo verso la tipa della canottiera. Lei gli sorrise. Niente niente Emiliano gli aveva pure pagato una puttana. Cosa sarebbe un uomo senza amici?
Si alzò in piedi, senza degnarla di un altro sguardo. Andò dritto verso l’uscita.
Il Questionmark era la tipica discoteca di provincia. Piccola, fumosa e piena di gentaccia. Gli uomini erano quasi tutti contadini. Una volta aveva visto un trattore nel parcheggio. Le ragazze, quelle giovani, dimostravano il doppio dei loro anni.
Non c’era bisogno di uscire per farsi uno spino. Ma per quello che voleva fare era meglio starsene in pace.
Dopo la festa a casa di Luca la vita gli era andata a puttane. L’avevano trovato sdraiato in bagno, con il sangue alla bocca. I suoi, alla mattina, erano corsi in ospedale, dove il medico del turno di notte gli aveva dato la bella notizia: quasi coma etilico. I ragazzi avevano imboscato tutta la roba prima che arrivasse l’ambulanza. Almeno nessuno aveva chiamato la polizia. Niente esami tossicologici, ma le sue transaminasi erano roba da alcolizzati. S’era fatto tre lunghe settimane d’ospedale.
Al suo ritorno Emiliano e gli altri avevano organizzato una specie di festa al bar. Lui se n’era stato a guardarli tutta sera, mentre bevevano e si facevano. Alla fine qualcuno gli aveva chiesto perché cazzo aveva quel muso lungo. E lui gli aveva raccontato degli uomini nel bagno di Luca. Fu l’ultima volta che ne parlò. Non voleva mai più essere guardato in quel modo.
Loro non lo mollavano. Mai. Per un paio di settimane non li aveva più visti. Aveva cominciato a credere che forse erano davvero stati un’allucinazione. Anche se non è che avesse bevuto poi così tanto. Poi, un giorno, mentre ascoltava la radio nel suo letto d’ospedale, un infermiere era entrato nella stanza e s’era chiuso la porta alle spalle.
Sta facendo progressi, signor Giusti. Siamo contenti di lei.
Da allora, tutti i giorni, in qualche modo glielo facevano capire. Che lo tenevano d’occhio. Che lo controllavano. Che appena sgarrava, loro sarebbero stati lì.
Manuel si fece timbrare la mano dal buttafuori e uscì. Fece due passi nel parcheggio. Si fermò davanti a una vetrata. Dietro c’era una tenda scura, in cui riusciva a specchiarsi. Aveva una faccia che faceva schifo. In due mesi aveva guadagnato dieci anni.
Fece un respiro profondo. Sfilò una canna dal taschino e se l’accese.
Quando si voltò lui era già lì. Ormai li riconosceva senza bisogno che parlassero. Questo aveva un golfino blu e una camicia a righe.
«Molto male, signor…»
Manuel lasciò cadere lo spinello per terra e gli tirò un pugno in faccia. L’uomo vacillò. Allora lui lo prese per la camicia e lo trascinò fino a una macchina. Lo buttò sul cofano e gli mollò altri due colpi, col dorso della mano chiusa. Il sangue disegnò una chiazza a un angolo della sua bocca. Gli spinse un avambraccio contro la gola e, con l’altra mano, andò a pescare nella tasca dei jeans. Il serramanico scattò con un rumore secco.
«Adesso, teste di cazzo, ascoltatemi. D’ora in poi chiunque mi ritrovi davanti di voi stronzi, lo ammazzo come un cane.»
Alzò la lama e la piantò nel collo dell’uomo.
Tac, fece il coltello contro il cofano.
Spalancò gli occhi. Come aveva fatto a non prenderlo?
Lo colpì un’altra volta.
Tac.
Un’altra.
Tac.
L’uomo sorrise.
«Gliel’avevamo detto, signor Giusti. Con noi non la può aiutare nessuno.»
Manuel alzò lo sguardo e si vide riflesso nella vetrata, sdraiato sul cofano di una macchina. Solo.
Tornò a guardare in basso. L’uomo era ancora lì che gli sorrideva.
La testata che gli arrivò gli portò quasi via il naso. Indietreggiò con le mani sul viso, e cadde per terra. Purtroppo non svenne subito.
2004 – Liberi…liberi
Susanna rabbrividì sul petto di Manuel. Lui si voltò.
«Hai freddo. Mettiti qualcosa addosso.»
«Mi piace stare così.»
Le sorrise.
«Anche a me.»
Ritornò a guardare fuori. Aveva pulito una finestrella nel vetro appannato e da lì continuava a fissare il cielo.
«Cosa stai guardando?»
«Le stelle.»
«Non ti facevo romantico.»
Manuel non sorrise.
«No, non lo sono. Più che altro è un brutto ricordo.»
Susanna alzò la testa.
«Cioè? Raccontami.»
«Mi penderesti per matto.»
«Non fare lo scemo. Dai, racconta.»
Lui sospirò.
«Vent’anni fa sono venuto a una festa, proprio qui.»
«Che festa?»
«Un raduno di scoppiati. Roba anni ottanta. Figurati che aspettavano che arrivassero gli alieni.»
«Gli alieni?»
«Si era sparsa questa voce.»
«E?»
«E sono arrivati davvero. Solo che sono l’unico che se n’è accorto.»
Susanna sgranò gli occhi.
«A un certo punto della serata» continuò «mi sono fatto una canna. Era roba che avevo trovato addosso a un mio amico. Dopo due tiri ero già sdraiato, con la testa che se ne andava per i fatti suoi. Il mio amico aveva rubato non so che erbe a sua zia, per venderle come marijuana. Ho cominciato a vedere tutto rosso. Le stelle erano sparite. C’era solo una macchia bianca che si avvicinava, sempre di più.»
Lei lo guardava in silenzio. Era sveglia, cominciava ad avere paura.
«Alla fine» disse «mi sono reso conto che loro erano arrivati davvero. E mi erano entrati dentro.»
«Come?»
Manuel la guardò senza allegria.
«Era rotto.»
«Cosa? Cosa era rotto?»
«Il preservativo. L’ho bucato io.»
Susanna cominciò a tremare.
«Manuel, non è divertente.»
«Loro…ce li ho dentro. Mi torturano, mi guidano. Se non faccio quello che vogliono…è terribile, cedimi.»
«Manuel…cosa stai dicendo…»
«Sono esseri viventi, Susanna. Si vogliono riprodurre. Io per loro sono solo un canale. Ogni volta che sono pronti…mi obbligano a farlo.»
«Cosa vuol dire? Manuel, mi fai paura.»
«Non posso più nemmeno bere. Se mi faccio del male loro perdono il loro mezzo per procreare.»
«Manuel…»
«Ma quando…mi accoppio…il seme maturo passa nella donna. E loro, per qualche mese, non riescono a controllarmi.»
«Manuel…»
«Perdonami.»
Fu un attimo. Come tutte le altre volte. La prese per il collo e spinse coi pollici.
Quando la lasciò sentì freddo. Non tremava neanche più, quando lo faceva. Era quello il brutto, pensò. Per sopravvivere, prima o poi, ci si abitua a tutto.
