«ME A’VREV SAVE…IO VORREI SAPERE CON CHE TESTA RAGIONI TE!»
Oscar buttò lo strofinaccio dentro al lavello. In faccia era rosso scuro.
«Sssst, cretino! Vuoi svegliare qualcuno?»
Oscar si figurò la scena: suo padre che scendeva, ancora mezzo insonnolito, a chiedere cosa fossero quegli urli alle due del mattino. Guardava lui, poi Manuel, poi sopra al bancone.
Oscar abbassò la voce e diventò più rosso.
Il bar di Yuri era stato cavato fuori da una stanzetta quadrata, che non faceva neanche cinque passi di lato. Il bancone si mangiava via quasi tutto e c’era posto appena per un tavolino. Di giorno le vetrate davano un po’ d’ossigeno al locale, ma a quell’ora di notte le pareti sembravano ancora più strette.
«Ma che cazzo t’è venuto in mente di portarlo qui?» disse Oscar, e indicò il fagotto spiegato sul piano di marmo.
Sopra uno straccio c’era un quaderno dall’aria decrepita. La sua copertina, in un’altra vita, doveva essere stata verde. Manuel prese in mano il blocchetto di fogli ingialliti e l’agitò senza troppe delicatezze. Oscar per un attimo credé che gli si sbriciolassero in mano.
«Me l’hai detto te che con questo c’era da farci i soldi, no? Eccolo qui!»
«MA NON…!»
«Ssssst!»
«Ma non ti ho detto di rubarlo, cazzo!»
«Tanto quel vecchio là non se ne faceva niente. Se non è diventato ricco fino a adesso non lo fa mica più.»
Oscar bestemmiò
«…ma te sei semo! Tu adesso lo infagotti un’altra volta, domattina vai da Armando e ti scusi tanto della cazzata che hai fatto!»
«Eh?! Ma quello là non se ne accorge neanche, penserà di averlo perso!»
«Senti, fa un po’ quel cazzo che ti pare, ma porta quel quaderno fuori da qui! E se sento dire in giro che…»
Stavolta fu Manuel ad arrossire.
«Vaffanculo.» disse. Arrotolò il quaderno nello straccio e uscì dal bar, senza aggiungere una parola.
Emiliano lo seguì con gli occhi mentre attraversava la veranda. Finì la sua grappa in un sorso, lasciò due spiccioli sul tavolino e s’incamminò verso la macchina.
***
Giulio fu il primo ad entrare in cucina. Camminò verso la prima sedia, traballando. Si lasciò cadere sul sedile di compensato e si prese la testa tra le mani. Ettore, dietro di lui, andò dritto alla dispensa. Prese la bottiglia di cognac e gli si sedette davanti.
Romano arrivò quando dalla bottiglia mancavano già diversi bicchieri. Rimase in piedi, sulla soglia, le braccia incrociate sul petto. Li fissò, inespressivo.
«Ma che cazzo c’hai da guardare?!» scattò Ettore.
Romano non fece una piega.
«Alzatevi. C’è ancora del lavoro da fare.»
«Vaffanculo! Il “lavoro” da fare non ci sarebbe se…»
Giulio si alzò, quasi ribaltando la sedia, e caracollò verso il bagno. Romano lo seguì con lo sguardo. La cicatrice che incrociava la sua bocca in un angolo lo faceva sorridere e rimanere serio allo stesso modo.
Ettore riattaccò.
«Ecco, guardalo anche questo! Non saremmo in questa merda se avessimo fatto solo le casse!»
«Calmati. E’ tutto finito. Siamo a casa.»
«Quando siamo usciti c’erano gli sbirri di mezza provincia!»
«Ti ho detto di calmarti.»
Anche Ettore si alzò in piedi.
«Calmati un accidente! Te l’avevo detto, ma tu un cazzo! Andare nel caveau è stata un’idea di merda! Abbiamo perso tempo, e adesso c’è un morto nel baule della macchina!»
Romano lo guardò negli occhi.
«Franco l’hanno beccato per sbaglio. Se ci è crepato su un sedile è per colpa vostra. Dovevamo mollarlo quando abbiamo cambiato la macchina.»
«Col cazzo! Tu gli volevi sparare in fronte!»
«Non ce l’avrebbe fatta comunque.»
Per un attimo l’unico rumore che si sentì furono i rigurgiti di Giulio.
«Perché hai voluto fare anche le casse?» disse Ettore.
«Perché c’erano dei soldi.»
Ettore distolse lo sguardo e diede un calcio alla tavola. La bottiglia si rovesciò, versando il cognac sul piano di formica sbrecciato. Romano, apparentemente senza notare la cosa, si avvicinò a una cassapanca tarlata e cominciò a rovistarci dentro.
Ettore guardò la bottiglia rovesciata sul tavolo, poi il collo di Romano e la sua nuca rasata a zero. Ma non fece altro che guardare.
«Non si era parlato di ammazzare nessuno» disse.
Romano non si voltò.
«Abbiamo deciso che qualcuno avrebbe dovuto spaventare il direttore per farsi aprire il caveau. Avete scelto me.»
«Era solo una ragazzina.»
Romano si alzò in piedi. Aveva in mano una grossa accetta, di quelle per spaccare la legna. Passò il pollice sul filo della lama, con l’aria assorta.
«Quando Giulio esce dal cesso» disse «prendete i sacchi della spazzatura e venite in garage. Bisogna sistemare il cadavere.»
***
Emiliano si stropicciò gli occhi. Spalancò le palpebre e si guardò attorno: la luce filtrava a strisce dalle tapparelle abbassate.
Spense la piccola lampada che aveva piazzato sul tavolo e si guardò attorno, alla ricerca dell’orologio. Le otto e un quarto.
«Cazzo.» sibilò stiracchiandosi.
Sollevò il quaderno con un dito, per vederne il profilo. Stava leggendo da cinque ore ed era poco più che a metà. Lo lasciò ricadere sul tavolo.
Cominciò a chiedersi se ne fosse valsa la pena.
Manuel era il figlio sfattone del barbiere del paese. Come tutti i sedicenni del comprensorio, aveva comperato da Emiliano un bel po’ di materiale per trascorrere le lunghe notti d’inverno. Marijuana, un capodanno anche un sassolino di coca. Quando al bar aveva pronunciato la parola “soldi”, il cervello di Emiliano era improvvisamente sgusciato fuori dalla grappa in cui lui stava cercando di annegarlo. Le cose da fare vennero a galla semplicemente, come la tabellina del nove. Aspettare che il bamboccio uscisse dal bar. Lasciare due lire sul tavolino per pagare il conto. Andare alla macchina. Controllare che nel baule ci fossero uno straccio e la chiave inglese. Fare la strada lunga ai centodieci, per sorpassarlo. Piazzare la macchina davanti alla casa del barbiere, con gli abbaglianti puntati verso la strada principale. Scendere dall’auto. Aspettare che Manuel arrivasse e scendesse dal motorino per vedere chi gli sbarrava la strada. Strisciargli alle spalle. Colpirlo sulla nuca, con la chiave arrotolata nello straccio. Prendere il quaderno. Spostare Manuel dalla strada. Ripartire, senza fare troppo casino. Nove per dieci, novanta.
Il vero problema era stato scorrerlo, il quaderno del vecchio Armando. Gli scappò da ridere. Leggere gli riusciva più difficile che tramortire qualcuno. Quando aveva capito che avrebbe dovuto sciropparselo tutto, aveva tirato fuori dal comodino gli ultimi grammi di coca e si era seduto davanti al tavolo, di fronte al diario.
Emiliano si alzò, andò in bagno e cacciò la testa sotto il rubinetto. Si asciugò i capelli. Aveva quattordici ore per trovare sedicimila euro. Il suo cellulare era pieno di numeri, ma era gente che non gli avrebbe prestato neanche i soldi per un caffé. Tutto quello che aveva erano le memorie di guerra di un tizio che, in qualche modo, c’entravano con un mucchio di quattrini.
L’asciugamano passò sul taglio e sentì la ferita bruciare. Il suo cuore cominciò a correre, disperatamente. Bestemmiò e ritornò in cucina.
Aprì le tapparelle per far uscire il fumo. Si appoggiò contro lo stipite della finestra e guardò il quaderno, sulla tavola. Era scritto mezzo in dialetto e mezzo in un italiano di sessant’anni prima. Non era neanche di Armando. Lui c’era stato in guerra – al bar rompeva i coglioni a tutti coi suoi racconti – ma non si era mai posto il problema di scrivere un diario. Era di un altro soldato, senza nome, anche lui tornato a piedi dalla Russia con il contingente italiano. Durante la ritirata, con una fame boia e i piedi mezzi congelati, era finito a dormire in un fienile. Erano in una trentina ammassati in quella stalla. Lui s’era accorto che c’era una botola sul pavimento. Aveva aspettato che tutti dormissero e l’aveva aperta, per cercare qualcosa da mangiare. Gli era quasi venuto un colpo. Era pieno di soldi, là sotto: rubli, marchi, anche lire. E poi c’era qualcos’altro.
Emiliano cominciò a mordersi l’unghia del pollice. Il tizio, nel diario, la chiamava quella cosa, la cosa, il qualcosa, ma non gli dava né una forma né un colore. Non doveva essere grande, perché aveva lasciato là i quattrini e se l’era portata in tasca fino a Monteombroso. Una volta tornato, aveva nascosto il qualcosa nella cantina di casa e si era «messo al lavoro». Da lì il diario diventava una specie di registro: la stessa scrittura aveva cominciato ad annotare una serie di cifre e di date. Soldi, sempre di più. Aumentavano sempre più velocemente, anche in un giorno solo. L’ultima riga era: “15 agosto 1984, centoquarantasette milioni di lire”.
Emiliano scosse il pacchetto di Malboro. Vuoto. Centoquarantasette milioni. Settantatremilacinquecento euro più spicci. Dovunque andasse quel qualcosa, c’era sempre un mucchio di liquido.
S’infilò una maglietta e uscì di casa. Andò a comprare le sigarette, dall’altra parte della strada, poi si sedette su una panchina e ne accese una. Un altro modo per ammucchiare trentadue milioni entro le dieci di sera non lo conosceva proprio.
Ma in quel quaderno non si capiva un cazzo. Che lui sapesse, nessuno in paese aveva mai fatto i soldi. E non si capiva neanche dove avesse abitato il soldatino. Tra Monteombroso e Rocca, vicino a un bosco, ma non significava praticamente nulla. Tutte le indicazioni erano nomi che non aveva mai sentito. Forse quei posti non si chiamavano più così da cinquant’anni. Monteombroso non era infinita, magari cercando e chiedendo avrebbe anche potuto arrivarci da solo. Ma ci sarebbero voluti dei giorni. Emiliano guardò l’orologio: le nove e mezza. Si alzò in piedi e corse a casa.
***
I sacchi della spazzatura che avevano comprato facevano schifo. Le ossa scheggiate dei moncherini foravano la plastica. Il peso, nel sollevarli, li aveva rotti un’infinità di volte. A un certo punto avevano addirittura avuto paura di finirli e di dover usare delle sportine di supermercato. Ma alla fine ce l’avevano fatta.
Ettore sbuffò una nuvola di fumo e stropicciò il mozzicone nella latta smaltata. Era davanti a casa, su una sedia mezza arrugginita, con il portacenere appoggiato su un ginocchio. In quel bosco c’erano le zanzare già a mezzogiorno. Ne ammazzò una che gli si era appoggiata su un braccio e si accese un’altra sigaretta.
Il “lavoro” in garage l’avevano fatto tutto lui e Romano. Giulio era rimasto chiuso in bagno per tutto il tempo. Quando Ettore era rientrato, lo aveva trovato sdraiato sul suo letto, mezzo svenuto. Poi non si era più fatto vedere.
Verso la fine della sigaretta sentì la porta aprirsi. Era Giulio, aveva ripreso un po’ di colore.
«Come va?»
«C’è un problema»
Ettore schiacciò il filtro assieme al resto delle sigarette.
«Calmati Giulio. E’ stata una brutta mattinata. Al mio primo colpo io non ho neanche sentito sparare.»
«Perché la cantina è chiusa a chiave?»
«Se vuoi da bere dev’esserci ancora del cognac nella dispensa.»
«Non voglio bere. Voglio sapere cosa c’è in cantina.»
«Forse romano non vuole che ficchiamo il naso in casa sua.»
«Perché c’è del bagnato per terra?»
Ettore sospirò.
«Mentre tu eri abbracciato alla tazza io ho caricato in macchina un cadavere a pezzi. Non è giornata.»
Giulio si sedette accanto a lui.
«Dove…dove l’ha portato?»
«Non lo so, non me l’ha detto. E’ lui che conosce il posto.»
«Lo seppellirà?»
«Si è portato dietro una vanga.»
«Merda.» disse passandosi le mani sulla faccia.
«Dove l’hai conosciuto Romano?» riattaccò.
«Alla Dozza.»
«Siete stati dentro insieme?»
«Un paio d’anni. Io sono uscito prima, ma abbiamo continuato a sentirci.»
«E lui cos’aveva fatto?»
Ettore lo guardò.
«Era uno sbirro, prima.»
«Questo lo so. Cos’aveva fatto per finire in galera?»
«Non lo so. A dir la verità non lo sapeva nessuno. Giravano solo delle voci.»
«E cioè?»
«Dicevano…che facesse qualche lavoretto per arrotondare, assieme a dei “colleghi”. Ripassavano debitori che non pagavano, oppure gente che rompeva i coglioni alla donna sbagliata. Dentro hanno tutti un sacco di tempo da perdere e le chiacchiere si ingigantiscono…»
«Cosa vuol dire che s’ingigantiscono? L’avevano beccato per quello o no?»
«Qualcuno diceva che avevano pescato lui e i suoi compari a fare un lavoro in una villa. Pare sia stato incriminato per omicidio, ma che non abbiano trovato nessun cadavere. I suoi “colleghi” non hanno testimoniato.»
«Come mai?»
«Tutti finiti in ospedale.»
«All’ospedale?»
«Psichiatrico.»
Giulio aprì la bocca, come se stesse per dire qualcosa, ma non fiatò. Ettore accese un’altra sigaretta, evitando il suo sguardo.
«Qu…questa è casa di Romano?»
«Più o meno. Era di un suo amico.»
«Era?»
«Un tizio che ho conosciuto anch’io, sempre alla Dozza. E’ morto in galera: era vecchio e beveva. Viveva da queste parti, poi è finito dentro, per rapina anche lui. Non è più uscito, il fegato l’ha mollato prima.»
«E ha lasciato le chiavi di casa a Romano?»
Ettore fece un mezzo sorriso.
«Era matto, parlava solo coi muri della cella. Quando è arrivato Romano hanno fatto amicizia e ha iniziato a parlare anche con lui. Alla fine deve aver capito che ci sarebbe crepato in galera, e gli ha detto dove trovare le chiavi. Una specie di lascito.»
«E nessun parente è venuto a rompere i coglioni?»
«Questa catapecchia dev’essere abusiva, di sicuro non gli fanno scrivere dagli avvocati. E comunque, se c’erano dei parenti, non devono mai essersi fatti avanti.»
«M’immagino. Questo posto fa schifo.»
«Ormai deve avere i suoi anni. Però come base è buona. E’ isolata e nessuno sa neanche che esiste.»
«Quando ce ne andiamo?»
Ettore continuò a guardare tra gli alberi. In quel bosco non cantava neanche un uccello.
«Dobbiamo far passare qualche giorno. Intanto contiamo i soldi e li dividiamo.»
«A proposito, ma dove cazzo li avete messi?»
«Li ha sistemati Romano, da qualche parte. Al sicuro.»
«Questa storia non mi piace.»
«Non farti saltare i nervi. Ormai è finita.»
***
Il “Cristallo” era uno di quei bar in cui nessuno andava mai a prendere il caffé. Aveva quattro clienti, sempre quelli, seduti a un tavolino davanti a un Negroni, oppure appoggiati al bancone a parlare col barista. Al “Cristallo” c’era anche una sala da biliardo, dove nessuno giocava mai. Lì l’aria puzzava di fumo e le luci erano sempre basse.
Emiliano era rimasto in quella stanza per molto tempo, la sera prima, fino a mezzanotte. Aveva parlato tantissimo, rigirandosi attorno al dito l’anello che portava al mignolo. Ad un certo punto si era messo zitto. Il suo interlocutore lo aveva guardato negli occhi per un’eternità, senza muovere un muscolo. Emiliano ricordava ancora il rumore delle lancette dell’orologio della Bacardi, appeso al muro. Poi l’uomo di fronte a lui aveva parlato.
«A me delle tue cazzate non me ne frega proprio niente.»
A Emiliano si era fermato il sangue nelle vene. Prima che avesse potuto fiatare, lo avevano preso per le braccia e per i capelli. Aveva sentito un cigolio leggerissimo. Da un angolo era uscito un vecchio rasoio, così vicino al suo occhio che non riusciva a vedere la mano che lo teneva.
Emiliano si era pisciato addosso ed aveva cominciato a supplicare.
«Domani, alle dieci, tu mi porti tutto, fino all’ultima lira. Sennò ti trovano giù per un calanco.» aveva detto l’uomo.
La lama si era avvicinata e lo aveva sfiorato, così leggera che non gli aveva neanche fatto male. Aveva sentito i rigagnoli tiepidi corrergli sullo zigomo, poi sul collo.
«Mi sono spiegato?»
Emiliano si guardò nello specchietto retrovisore. L’angolo di un cerotto spuntava dalla montatura arancione dei suoi occhiali da sole. Aveva una faccia desolante.
Guidava lungo una stradina bianca che addolciva appena la discesa di un burrone. La ghiaia cigolava sotto ai pneumatici. Entrò nel cortile di una vecchia casa di campagna e mise in fuga un paio di galline. Un vecchio cane lupo cominciò subito ad abbaiare. Emiliano spense il motore, prese il fagotto con dentro il diario e scese dall’auto. Il lupo si sgolò ancora di più.
«Signor Armando?» disse cercando di sovrastare i latrati.
Nessuna risposta.
«Armando!?»
In casa si mosse qualcosa, poi la porta di vetro smerigliato si aprì.
Armando era un vecchio montanaro basso, coi baffi ingialliti dalle sigarette e i pantaloni allacciati all’altezza dello stomaco. La pelata era lucida di sudore e respirava ansando. Fece un cenno interrogativo, cupo in volto.
«Armando, le ho riportato questo. E’ suo, vero?» disse Emiliano sollevando il quaderno.
Il vecchio si distese un poco.
«Dove l’hai trovato?»
«Gliel’hanno rubato dei ragazzini. Lo sono venuto a sapere e gliel’ho riportato. Loro si vergognavano e mi è toccato di venire di persona.»
«Vieni. Vieni, entra.»
Emiliano si avvicinò. Armando lo fece entrare in uno stanzone che faceva da cucina e da soggiorno. Ai muri erano appese delle padelle di rame e una vecchia bilancia. Per il resto l’arredamento erano un vecchio tavolo di compensato, due sedie dall’aria rugginosa e un forno a gas attaccato direttamente a una bombola.
Armando si sedette e gli indicò l’altra sedia, poi tirò fuori d’in tasca un fazzoletto e si asciugò la fronte. Emiliano gli appoggiò l’involto davanti e si sedette. Il vecchio aprì lo straccio e cominciò a rigirarsi il quaderno tra le mani.
«Ma pensa te. Avevo paura di averlo perso.»
«Non si è accorto di niente, ieri sera?»
«Vado a dormire presto. Avranno trovato la porta aperta.»
«Dovrebbe chiuderla. Non è più come una volta.»
«Meno male che me l’hai riportato. Non ho neanche niente da offrirti…»
Emiliano si tolse gli occhiali da sole e fece un gesto accomodante.
«Non si preoccupi, giusto il tempo di prendere un po’ di fresco e poi torno via. Era un ricordo della guerra?»
Armando lo guardò, fissando il cerotto. Emiliano cercò di nasconderlo appoggiando la guancia su una mano aperta a coppa.
«Tu cosa ne sai?»
«Mi deve scusare, ma mi sono permesso di sfogliarlo. Parla della guerra, vero?»
«Non è mio. Era di un mio compagno, uno di qui. Abbiamo fatto la Russia assieme.»
«Chi era?»
«Romualdo. Franchini Romualdo. Era di Monte della Corona, ma dopo la guerra è venuto a vivere qui.»
«Mai sentito. Aveva dei figli?»
Armando scosse la testa, senza staccare gli occhi dal cerotto.
«E dove abitava?»
Il vecchio sospirò faticosamente.
«Senti» disse «Lo so che cosa hai letto. Stai alla larga, ti conviene.»
Emiliano guardò i suoi occhiali sul tavolo. L’espressione gioviale gli scivolò via dalla faccia.
«Se mi dice così vuol dire che qualcosa c’è. Mi creda, ne ho bisogno. Non glielo chiederei se non fossi disperato. Ho bisogno di soldi e ne ho bisogno subito.»
Armando fece un mezzo sorriso.
«Nessuno è così disperato. Dammi retta, stai lontano da là.»
Emiliano sentì il viso avvampargli. Bruciava dalla voglia di cocaina. Battè una mano sul tavolo ed il cane, fuori, ricominciò ad abbaiare.
«MA CHE CAZZO TI COSTA DIRMELO?! »
Armando si rabbuiò.
«Calma ragazzo. Ho i miei buoni motivi.»
Emiliano si alzò in piedi, prese il vecchio per le spalle e lo scaraventò per terra.
«Senti stronzo, ho i minuti contati. Dimmi dov’è quella casa e ce la caviamo con poco.»
«No.»
Emiliano gli mollò un calcio sul fegato. Armando strinse gli occhi e si raggomitolò su un fianco.
«Allora?»
«No…» Lo implorò il vecchio.
Emiliano si voltò. Spalancò il cassetto sotto alla tavola e cominciò a frugare tra le posate. Trovò un coltello, poco affilato, ma appuntito.
***
«Merda!»
Ettore chiuse l’anta del comò con un calcio, sollevando una nuvola di polvere. Appoggiò le mani sui fianchi e rimase fermo a guardarsi attorno, col sudore che gli rigava il collo. I vecchi mobili mezzi marci erano accatastati fino al tetto. C’era appena uno stretto passaggio, che portava alla botola nel pavimento. Aveva aperto ogni cassetto, ogni sportello. Dei soldi non c’era traccia.
Si lasciò cadere su una cassapanca, che rispose con un cigolio sordo. Dopo la loro chiacchierata, Giulio era tornato a sdraiarsi in camera sua. Anche Ettore aveva provato a dormire, ma non c’era riuscito. Si era rigirato sul materasso per qualche minuto, poi si era dovuto rialzare. E aveva cominciato cercare i soldi. Romano gli aveva messo due morti sulla coscienza, non gli conveniva provare a fotterlo. Si era infilato la pistola in cintura e aveva iniziato a setacciare la casa, dal pian terreno a salire, stanza per stanza, angolo per angolo. Adesso si ritrovava seduto in soffitta, senza aver visto l’ombra di una banconota.
Cercò di pensare: al ritorno dalla banca lui e Giulio erano corsi subito in casa. Romano ci aveva messo un po’ di più. Da quel momento i soldi non si erano più visti. Quando lui e Romano avevano caricato sull’auto il cadavere di Franco, erano già spariti.
Aveva cercato dappertutto e aveva trovato tutte le porte aperte. Tranne quella della cantina.
Ettore si alzò in piedi e scese.
«Giulio?» chiamò.
Rimise a posto la scaletta e richiuse la botola. Nessuna risposta.
Di corsa al piano di sotto.
«Giulio!»
Anche lì niente. Mise la testa nella stanza di Giulio: il letto era vuoto.
Infilò la porta del garage. Si congelò: la Punto era di nuovo lì. Romano era tornato e lui non se n’era nemmeno accorto.
«Romano? Ci sei? Hai visto Giulio?»
Silenzio.
Ettore si guardò attorno. La porta della cantina era in fessura.
Si avvicinò. Per terra c’era l’accetta che avevano usato per sezionare Franco. La serratura era sfasciata. Da dentro arrivava un po’ di luce.
Sfilò la pistola dai pantaloni e tolse la sicura. Con una mano aprì la porta, lentamente. La stanza era illuminata da una lampadina appesa al filo elettrico. Giulio era in mezzo alla camera, legato ad una sedia. Ettore lo riconobbe solo dai vestiti. Le sue orbite erano vuote e un occhio penzolava ancora dal nervo ottico. Il viso era gonfio di lividi. Aveva i pantaloni abbassati. Una ferita inguardabile gli apriva l’inguine, in mezzo alle cosce aperte.
Ettore si girò di scatto e puntò la pistola contro il vuoto. Si guardò attorno, lentamente. Era solo. C’era una botola sul pavimento, con un’anella imbullonata su un lato. Si guardò ancora alle spalle, poi si chinò e, con la mano libera, afferrò la maniglia. Tirò.
Fu travolto dall’odore di marcio. L’istinto gli fece coprire il naso col dorso di una mano. Sotto alla botola era buio, ma la luce della lampadina rivelò un movimento, come un guizzo. Riuscì a vedere, poi qualcosa si schiantò sulla sua nuca e svenne.
***
«Alla fine, cedono tutti.»
L’ultima volta che l’aveva sentito dire era stata una minaccia. Gliel’aveva detto l’uomo della sala da biliardo, neanche un giorno prima. Adesso Emiliano non riusciva a smettere di pensare a quelle parole.
Guidava con calma, si sentiva freddo. Addirittura la voglia di farsi un tiro era un po’ più controllabile. Quando si era ritrovato con Armando ai suoi piedi, raggomitolato come un bambino, le mani avevano smesso di tremargli. Non aveva mai neanche visto torturare qualcuno, per la testa gli giravano solo dei racconti. Ma si era reso conto di sapere cosa fare. Gelidamente aveva preso un dito del vecchio ed aveva iniziato a infilare la punta del coltello tra l’unghia e la carne.
Armando, per cedere, ci aveva messo un sacco di tempo. Emiliano, alla fine, aveva la maglietta zuppa di sangue. Aveva dovuto togliersela, prima di uscire da quella casa. Era salito sulla Uno e se n’era andato, col cane che gli abbaiava contro, pazzo di rabbia. Non sapeva se il vecchio fosse ancora vivo. In realtà, nemmeno gliene importava.
Era quasi mezz’ora che guidava, col torso nudo e gli occhiali da sole davanti agli occhi. La cantina di quel Franchini era fuori Monteombroso, dopo Rocca. Emiliano aveva imboccato uno dei sentieri che s’infilavano nel bosco che costeggiava la strada. Aveva cominciato a salire e a superare tornanti, senza mai vedere anima viva.
Poi, all’improvviso, la casa gli si parò davanti. Il sentiero moriva bruscamente in un cortiletto sterrato. Avanti tre metri c’era una costruzione a due piani, dall’aria cadente. Le finestre erano tutte malamente chiuse da delle imposte scrostate. Sul davanti, due travi mezze marce sostenevano una veranda dal tetto bucherellato. Sotto c’era un uomo, seduto, con le braccia incrociate.
Emiliano fermò la macchina. Guardò il tizio. Era massiccio, la testa quadrata rasata a zero. Una cicatrice gli tagliava di traverso la guancia sinistra, dall’angolo della bocca fino a sotto l’occhio. Lo osservava senza nessuna espressione.
Spense e scese. Il bosco era silenzioso come una chiesa.
«Salve!» attaccò.
«Salve.»
«Forse può aiutarmi, sto cercando il signor Franchini. Dovrebbe abitare da queste parti, ma mi sa che mi sono perso…»
«Devi avere caldo per andare in giro così.»
Emiliano fece un’espressione cordiale e si sistemò gli occhiali.
«Ho fatto un lavoro pesante!»
L’uomo non sorrise.
«Già. Anch’io.»
«Beh, quindi se…»
«Cosa stai cercando qui?»
Si guardarono negli occhi.
«Cerco la cantina.»
«E come mai?»
«Ne ho bisogno.»
«Hai bisogno di una cantina?»
«Ho bisogno di quello che c’è dentro.»
«Sul serio? Secondo me è il contrario.»
«Cosa?»
«Nessuno ha bisogno della cosa nella cantina. E’ lei che ha bisogno di tutti.»
Emiliano sentì il sudore che gli correva dietro alla schiena. L’aria del sottobosco era soffocante. Avrebbe venduto sua madre per una mezza striscia di cocaina. Sentì la rabbia tornare a montargli dallo stomaco, ma lo sguardo dell’uomo, in qualche impossibile maniera, lo raffreddava.
«Che vuol dire?»
«Cosa cerchi veramente?»
«I soldi.»
L’uomo si alzò in piedi e gli si avvicinò, fino ad arrivargli a un metro.
«Anche tu. Sei il quarto che ammazzo, oggi.»
«Eh?»
Il pugno del tizio investì Emiliano su una tempia. Il mondo attorno si allontanò di corsa e lui cadde sulla terra umida, senza quasi accorgersene.
Appena riuscì a bucare la nebbia che gli era piombata nel cervello, se lo ritrovò davanti. Gli mollò un calcio da qualche parte sopra le gambe, ma fu come colpire un tronco. Sentì delle mani afferrargli il piede. L’uomo si girò di schiena, scavalcandolo. Poi qualcosa esplose nella gamba di Emiliano e lui urlò.
Si ritrovarono sdraiati uno accanto all’altro, come amanti in un letto. Emiliano non riusciva a smettere di gridare.
«Vieni» gli disse l’altro «Ti mostrerò qualcosa».
L’uomo gli lasciò il piede e si rialzò. Si caricò Emiliano sulle spalle con un movimento semplice, come se si fosse acceso una sigaretta. La fitta al ginocchio fu da togliere il fiato.
«MA TU CHI CAZZO SEI?!»
«Non ha molta importanza, per te. Ero amico di Romualdo. L’ho conosciuto in prigione.»
L’uomo aprì la porta di casa con un calcio. Entrarono in una cucina spoglia.
«Ho capito subito che non era come tutti gli altri. Lui aveva visto qualcosa che gli aveva fatto capire la verità. Un po’ come era successo a me.»
Attraversarono un’altra porta. Emiliano intravide un’auto e delle cianfrusaglie che non riuscì nemmeno a distinguere.
«Ti sei mai chiesto perché tutti ci affanniamo a cercare denaro? Cos’è che ci fa lavorare come schiavi, morire, uccidere? Questa mattina ho sgozzato una ragazzina per farmi aprire una porta. Dietro c’erano trecentomila euro. Tu cosa ci faresti con trecentomila euro?»
In qualche maniera finirono in una stanza dalle pareti grezze e senza finestre. L’uomo si scaricò del suo peso. Emiliano urlò di nuovo.
«Forse pagheresti i tuoi debiti. O forse te li sputtaneresti tutti, senza neanche accorgerti di averli finiti. E alla fine, cosa sarebbe cambiato? Perché sarebbero morte quattro persone?»
L’uomo mosse alcuni passi. Emiliano non ebbe nemmeno la forza di seguirlo con lo sguardo. Sentì un cigolio e un tonfo sul pavimento.
«Quando Romualdo ha visto la cosa per la prima volta, l’ha capito. Ha capito cosa c’era sotto. Una volta mi ha raccontato di un tale, in Russia, che aveva trovato una cassa piena di marchi tedeschi e otto paia di calzini. Si era riempito le tasche di soldi, senza nemmeno guardare le calze. E quando gli si congelò un piede glielo dovettero segare. E lo sai perché?»
Emiliano si sentì afferrare sotto alle ascelle. Si lasciò trascinare davanti ad una botola quadrata che si apriva nel pavimento. Dentro era buio.
«Non so cosa sia. Quello che Romualdo ha trovato, intendo. Forse è una specie di frutto. La verità sulle cose che, ogni tanto, ci dà un segno. Per mostrare la sua vera faccia a chi riesce a non guardare da un’altra parte. Qualunque cosa sia, la risposta alle domande che ti ho fatto è questa.»
L’uomo lasciò andare Emiliano, che tuffò la testa dentro alla botola. L’odore di marcio gli rivoltò lo stomaco. Gli occhi, lentamente, si abituarono all’oscurità. Alla fine la vide e lo sguardo non bastava ad abbracciarla tutta. Emiliano urlò.
***
Romano chiuse il quaderno dalle pagine ingiallite e lo gettò nella botola. La cosa rispose con un fruscio contrariato. Dei pensieri di un vecchio non sapeva che farsene.
Era stata una giornata dura. Aveva dovuto fare a pezzi anche il cadavere di quel tizio e stiparlo nel freezer, assieme a Ettore e Giulio. Forse avrebbe potuto buttare anche loro nella botola, ma la cosa non l’avrebbe presa bene. Le piaceva la morte, ma non la carne. Quella la odiava più delle memorie.
Romano raccolse una mazzetta di banconote dal sacco di plastica e la buttò di sotto. Questa volta sentì un fremere tutto eccitato. Che idiota quel tipo, a credere che la cosa producesse denaro. L’errore di tutti: la cosa non creava ricchezza, la cosa si nutriva di ricchezza. Figlia di un dio demente, creatore di un mondo folle, la cosa era solo il germoglio più simile alla pianta. A sua immagine e somiglianza.
Romano pensò alla gente che si era fatta ammazzare quel giorno per un po’ di ricchezza, e sorrise. Solo fino a qualche anno prima era stato così anche lui. Pestaggi, torture, stupri, fino alla morte, bastava che lo pagassero. Poi aveva capito. Le macchine, le donne, il potere: tutte cose che non potevano essere più lontane dalla verità. Tutti lavoravano e faticavano, sanguinavano ed ammazzavano, ma lo facevano inseguendo ombre. Gingilli luccicanti per gazze insaziabili.
Quando aveva visto la vera realtà, se n’era innamorato. Un meccanismo perfetto, che faceva somigliare gli uomini al loro vero dio. Senza sentimenti, senza pensieri, sola astrazione, semplice desiderio di crescita. Ottusamente, tutta l’umanità continuava a rendere più spietato un mondo inumano. E il dio del denaro cresceva, ingozzandosi dell’avidità degli uomini.
Romano prese altre banconote e le lasciò cadere nella botola. Il gorgoglio che venne dal basso gli fece correre brividi di passione lungo il petto. Era quello che lo rendeva forte. Tutti ammazzavano con un pretesto, lui invece conosceva il motivo ultimo di tutti gli omicidi. E gli piaceva da morire.
La cosa gemette e si girò su sé stessa. Ormai la cantina non le bastava più.
«Devo abbattere questo pavimento che ti schiaccia lì sotto», le disse Romano.
