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Anima e corpo.

Luglio 15, 2007

La parete contro cui si appoggiò era fredda e ruvida. Ilaria guardò da dove era venuta: nessuno.
Ricominciò a correre. Anche se era buio, le sembrò di uscire all’aperto. Era pieno di auto parcheggiate. Infranse un finestrino con la roncola, entrò e mise in moto. Se ne andò, sbandando contro le altre macchine, senza mai lasciar andare il gas. Superò in qualche modo due curve, col retrotreno che cercava di portarla fuori ogni volta, ma alla terza sfondò un guard-rail e volò nel burrone. Il mondo cominciò a girare a una velocità folle. Poi tutto si fermò, di colpo.
Sentì un liquido denso in bocca, dal sapore metallico. Si tastò con due dita: al posto degli incisivi trovò una gengiva sanguinante.
Aprì lo sportello e corse via. All’improvviso un rumore, come un sospiro, la fece acquattare, la roncola stretta in mano. Strisciò tra l’erba alta, in silenzio: erano due ragazzi, nudi, uno sopra l’altra. Una sensazione calda le inondò le viscere e qualcosa premette tra le sue gambe. Si gettò contro il ragazzo. Abbatté la mannaia sulla sua schiena, una, due, tre volte. Lo fece rotolare da una parte. La ragazza piangeva, distesa davanti a lei.
«No, no, no, ti prego…»
«Zitta.»
Si abbassò i pantaloni e le spalancò le gambe. La penetrò.
Lei gridava.
«Taci ti ho detto!»
La colpì. La lama si piantò nel cranio, da un orecchio fino al naso.
Si rialzò in piedi. La ragazza, per terra, era scossa dalle convulsioni.
Loro arrivarono. Si fermarono davanti a lei, guardando i corpi abbandonati sulla sterpaglia.
«Ma cos’hai fatto?» ringhiò uno. L’ansia le tolse il fiato.
«Io…»
«Guarda! Da qui non si torna indietro, lo sai vero?»
«No! No, per pietà! Non è colpa mia…»
«E’ solo colpa tua!»
«Ma non avevo scelta…»
«C’è sempre una scelta.»
Ilaria si svegliò, aspirando tutta l’aria che poteva. Il cuore le martellava contro il petto, schiacciato tra lei e il materasso. Si toccò tra le gambe: era ancora una femmina. Era solo un incubo. Non aveva ucciso nessuno.
Il sollievo la fece tremare.
Si sollevò sui gomiti e accese la luce della lampada. La sveglia segnava le quattro e mezza.
Scese dal letto, ancora abbagliata, e trascinò i piedi fino in bagno. Si ritrovò davanti allo specchio. Era bianca come un cencio.
Il sonno stava scivolando via rapidamente. Tra due ore doveva essere di nuovo in piedi.

«Ma il clima è acceso?»
Ilaria alzò gli occhi dal monitor e guardò la scatoletta di plastica che sporgeva dal muro. La spia blu era illuminata.
«Sì Lucia. Vuoi che abbassi un altro po’?»
Lucia si fece aria con una bolla.
«Sì, dai, che qui si muore.»
Ilaria si alzò.
«Certo che oggi non finisce più. Ma che ore sono?» disse girando la manopola verso l’icona del sole.
Lucia guardò lo schermo del PC.
«L’una meno cinque.»
«Però!»
«Ohi. Io stacco.»
«Va bene. Finisco di registrare questa e poi arrivo.»
«Ti aspetto in mensa, allora.» le disse a cavallo della porta.
«Ok.»
Ilaria tornò alla sua fattura. Non fece in tempo a mettere le mani sulla tastiera che sentì bussare.
«Sì?»
La porta si socchiuse e fece capolino una testa di capelli arruffati.
«La vecchia non c’è?»
«Se ti sente…»
«Tanto glielo dico sempre.»
«Dai, entra.»
«Con permesso.» disse lui sorridendo.
Fabio entrò. Era un ragazzo magro, con la maglietta della cooperativa e un paio di jeans ingrigiti dalla polvere.
«Stai andando a mangiare?»
«Ho già finito. Non ci fanno pranzare con voi principesse.»
«Guarda che è solo questione di turni.»
«E perché tu non lo cambi mai il turno?»
«Perché il mio capo vuole che stacchiamo all’una. E tu, invece?»
Fabio si sedette su uno spigolo della scrivania.
«Perché i miei amici vogliono sempre mangiare a mezzogiorno e mezza.»
«Vedi che non è colpa mia?»
«Mi arrendo. Sai che sabato c’è una festa in costume, a Rocca?»
«Ma dai? Guarda che io ci vivo a Rocca.»
«Ah, se la metti così…»
«Era solo una battuta.»
«Mmh.»
«Dai, cos’è che volevi dire?»
«Che se ne avevi voglia potevamo farci un giro.»
Era arrossito. Ilaria non riuscì a non sorridere.
«Ci troviamo a fare aperitivo?»
«Alle sette al Rocstedi?»
«Alle sette al Rocstedi.»
«Cos’è, sei diventato personale amministrativo adesso?»
Fabio si voltò. Lucia, in piedi coi pugni sui fianchi, occupava tutto lo specchio della porta.
«Ero solo passato a salutare…»
«Vai a salutare i tuoi amici di sotto, che mi sa che hanno bisogno.»
«Vado, vado. Buon appetito, principesse!»
Fabio guardò Ilaria e le fece un sorrisetto furbo, poi sgusciò fuori. Lei lo seguì con gli occhi.
«Quello lì ti tira addosso.» le disse Lucia.
«Fa solo il cretino.»
«E tu stacci attenta. Quelli là di sotto…»
«E’ gente che lavora.»
«Sì, certo. Muoviti, che sennò non facciamo in tempo a mangiare.»
Ilaria guardò l’orologio. L’una e dieci.
«Cavolo!»
Corse fuori a timbrare il cartellino. Lungo il corridoio incrociò tre magazzinieri, tutti scuri in volto. Li vide fermarsi davanti alla porta del direttore.
Lei proseguì e entrò nella mensa. Si mise in fila dietro a Lucia.
«E’ successo qualcosa? C’erano i capi magazzino che andavano da Borghi.»
Lei prese un vassoio e scivolò verso il bancone dei primi.
«Mah! Stamattina Nadia gli ha dato il rapporto sulla conta ciclica.»
«Sulla che?»
«Prendo i tortelloni, grazie!» disse alla cuoca. «E’ una specie d’inventario. Lo fanno tutti i giorni, è per gli ordini.»
«Io la pasta col pomodoro…mhbé?»
«Mi sa che Borghi se n’è accorto…solo le patatine, per favore.»
«Io niente, grazie.»
La ragazza al banco dei secondi fece una faccia imbarazzata. Era di Monteombroso. Ilaria la guardò scocciata e scivolò avanti.
Prese un po’ di frutta e andò subito al tavolo. Quando si sedette Lucia stava già finendo il primo.
«Cos’è quella faccia?» disse smettendo per un attimo di masticare.
«Quella dei secondi mi guarda come se fossi un alieno.»
«Che stronza.»
«Con quello che sente dire in paese…»
«E dille qualcosa anche tu!»
Ilaria si strinse tra le spalle.
«Se non te la senti glielo dico io.» l’incalzò Lucia «Anzi, adesso vado là…»
«Dai, lascia stare. Problemi suoi.»
«Mmh.»
«Cos’è che stavi dicendo prima? Di cosa si è accorto Borghi?»
«Mi diceva Nadia» Lucia abbassò la voce «che ci sono degli ammanchi.»
«In magazzino?»
L’altra fece di sì con la testa.
«Grossi?»
«Più del normale.»
«E cosa fanno, vengono di notte e rubano i grissini?»
«Più che altro mancano bistecche, polli. Carne insomma. E poi mica ne mancano dei camion…»
«E cosa se ne farebbero di ‘sta carne?»
«Ah, vai te a sapere. Là di sotto non c’è da stupirsi di niente…»
«E rischiano per due salsicce?»
«Sarà stato qualche marocchino. Oppure Fabio…»
Ilaria si mise a sbucciare la sua mela, con indifferenza.
«Seh, quello! Non ci arriva neanche.»
«Eh, lascia stare, che ha una faccia da poco di buono.»
«A me non sembra un delinquente.»
«Non è che ti piace, eh?»
Ilaria le sorrise, masticando un boccone asprigno.
«Dopo prendiamo il caffé?»

Il viale che attraversava Rocca era un continuo di bancarelle: dolci, vino, crescentine. La farmacista, vestita da contadina, vendeva ai passanti gnocco fritto col prosciutto, l’elettricista riempiva bicchieri camuffato da oste, e così via.
Fabio, sbarbato e ripulito, aveva dei tratti dolci e decisi. Avrebbe avuto una bella pelle scura se solo avesse preso un po’ di sole. Ma non sembrava un tipo da spiaggia.
«Ma quand’è che comincia lo spettacolo?» disse lui.
«Hai fretta?»
«Siamo qui dalle otto e ancora non s’è visto niente!»
«A me sembra che di gente ce ne sia.»
«Poca roba, rispetto a una volta.»
«E tu cosa ne sai? Non vieni da fuori?»
«Ormai vivo qui da dieci anni.»
«Prima dove abitavi?»
«Sono nato a Lecce. Poi i miei si sono trasferiti.»
«Hai fatto le scuole in paese? Io non mi ricordo di te.»
«All’inizio vivevamo vicino a Bologna. Andavo a scuola là.»
«Poi hai cominciato subito a lavorare?»
«Sì. Un sacco di cose. Un po’ il cameriere…»
«E’ vero! Al ristorante di Caiano…»
«…un po’ il barista. Ho anche fatto il fornaio.»
«Che carino!»
«Dicono tutti così. Poi quando provi ti accorgi che c’è da farsi un gran culo. Io ho mollato dopo due settimane.»
«E da Borghi ti trovi bene?»
«Non è il peggiore, da queste parti. I capi rompono i coglioni di continuo, ma è normale.»
«A proposito…»
All’improvviso qualcuno cominciò a urlare. Ilaria si voltò. Due tizi in costume stavano litigando in mezzo alla strada. Portavano delle grosse spade appese in cintura. Attorno, tre ragazzini vestiti da paggio facevano cenno alla gente di far spazio.
«Messere, avete offeso il mio onore!» cominciò uno dei due gentiluomini.
«Voi vaneggiate!»
«Negate, forse? Tutto il borgo vi ha visto recarvi in casa mia, l’altro pomeriggio. Cosa facevate là in mia assenza?»
«Sono calunnie!»
Fabio le bisbigliò in un orecchio: «Come attori fanno pena.» Il suo respiro le fece il solletico.
«Pretendo vendetta!»
Uno spintonò l’altro e tutti e due sfoderarono le armi. Ilaria li vedeva solo a tratti. La testa le girava ancora un po’. E dire che era solo una birra piccola. Da quanto non beveva a stomaco vuoto? Non riusciva a badare al duello. Sentiva le labbra di Fabio che la sfioravano sul collo, sotto all’orecchio. Lei alzava un po’ la testa, per fargli spazio, come per dire continua pure. Ma poi si accorgeva che nessuno la stava baciando.
All’improvviso tutti applaudirono. Ilaria si risvegliò e vide uno dei due sdraiato per terra e l’altro che salutava il gentile pubblico. Anche Fabio stava battendo le mani, nel suo modo tutto controllato.
«Sono dei discreti spadaccini, però.»
«Come fai a dirlo?»
Lui la guardò col solito sorriso.
«L’ho fatto anch’io.»
«Ma dai…»
«Davvero. Anni fa facevano un corso, qui alla palestra delle scuole.»
«E tu ci sei andato?»
«Sì.»
«Com’era?»
«Ho smesso dopo due settimane. Le spade erano troppo pesanti.»
«Che stupido!»
«Continuiamo a passeggiare, ti va?»
Ricominciarono a camminare.
«Cos’è che stavi dicendo prima?» le chiese lui.
«Prima?…Ah, sì…è successo qualcosa ieri, giù da voi? Ho visto i capi magazzino da Borghi…»
«Lascia stare…»
«Perché?»
«E’ saltato fuori che c’è qualcuno che ruba. Adesso abbiamo sempre un responsabile dietro al culo che ci controlla. Neanche uscissimo dal magazzino con i salami in tasca.»
«Ma chi dovrebbe essere stato?»
«Ah, non lo so. Anche perché, per rubare un pollo o due al giorno…»
«Un pollo? E si sono accorti che mancava un pollo?»
«Mah, il problema è che a fine giornata manca sempre qualcosa. Si vede che un filetto alla volta si è creato un bel buco. Più che altro non si capisce chi è che fa il furbo. E alla fine rompono le palle a tutti.»
Fabio si fermò. Il mercatino era finito e la strada continuava nel buio.
«Torniamo indietro?» disse lei.
«Ancora?»
«Altrimenti?»
«Andiamo su alla vecchia chiesa? Ci beviamo qualcosa in pace.»
«Va bene.»
Fabio comprò una bottiglia nella bancarella lì accanto e se la fece aprire. S’incamminarono per un viottolo che si arrampicava attorno alla collina. Nessuno parlava.
Alla fine Ilaria non ce la fece più.
«Certo che hai un bel caratterino.»
Lui si voltò un attimo, poi tornò a guardare la strada.
«Perché?»
«Al lavoro fai il bullo, poi la sera bisogna cavarti le parole di bocca.»
«Ah sì?»
«Sì.»
«Ti stai annoiando?»
Ilaria sorrise.
«No.»
«Meno male. Ci sediamo?»
La chiesa era in mezzo a un prato, proprio in cima alla collina. Tutto attorno era circondata dal bosco, che si apriva solo davanti al vecchio cimitero. Da lì si vedevano le luci del paese e anche più in là, fino a Modena.
Fabio si mise a cavalcioni su un muretto e riempì due bicchieri di plastica. Ilaria si sedette con le gambe accavallate.
«Alla tua.»
«Alla tua.»
Fecero cin cin e bevvero. Il vino era aspro e pesante.
«Sai che là ci abitava una strega?» disse Ilaria indicando verso il basso. C’era una casa sbilenca, con il tetto incurvato dagli anni. I muri sembravano rattoppati con delle pezze più chiare, dalla forma irregolare.
«E cosa sono quelle?»
«Lapidi. Sono murate nelle pareti.»
«Come fai a saperlo? Della strega dico.»
«Hai paura che sia una strega anch’io?»
«Chi lo sa. Forse un po’ di paura ce l’ho.»
«Mmh.»
«Ti ho offesa?»
«No. Perché dovresti?»
«Io…è che…è vero…»
Il sorriso di Ilaria si spense.
«Che sono anoressica?»
Fabio rimase lì, con la bocca mezza aperta.
«E’ vero, lo sono stata.»
«Scusami…»
«Almeno tu me l’hai chiesto. Di solito la gente si limita a parlami alle spalle.»
«E adesso…»
«Te l’ho detto, sto bene. Non mangio molto perché non l’ho mai fatto. Ma quando stavo male…era diverso…»
«Davvero, scusami. Non sono affari miei, io…»
«E’ tutto ok.»
«Non sono riuscito a star zitto.»
«E me l’hai chiesto così?» disse lei sorridendogli di nuovo. Fabio sembrò un po’ meno mortificato.
«Le cose le so prendere solo di petto.»
«Davvero?»
Lui si allungò e la baciò sulle labbra. Ilaria trattenne il fiato per un secondo, ma quando lui se ne andò lo inseguì, e tornarono a baciarsi.
Si guardarono negli occhi, così vicini da poter ascoltare il respiro dell’altro.
«Non credevo di farcela senza finire la bottiglia.» le sussurrò.
«Non reggo l’alcol.»
«Sei ubriaca?»
«No, scemo.»
Fabio saltò giù dal muretto e risalì alle spalle di lei. L’abbracciò.
«E quindi ti piacciono le storie di streghe?» disse.
«Quand’ero piccola mia nonna me ne raccontava un sacco.»
«Qualcuna la so anch’io. Cosa vuol dire Podetto?»
«E’ un attrezzo da contadini. Una specie di…roncola…» La parola le uscì un po’ incerta. Pronunciarla fu sgradevole. «Perché me lo chiedi?»
«Mi hanno raccontato la storia di un brigante che si chiamava così. Dicono che rapinasse tutti quelli che passavano vicino al paese. Poi però lo presero e l’impiccarono. E adesso il suo fantasma vaga ancora per la valle, in cerca di vendetta.»
«Per fortuna che ero io quella lugubre.»
«Eddài, era solo per raccontare una storia.»
«Comunque l’ho sentito dire. Mi sa che la cosa del brigante è vera.»
«Perché, quella del fantasma no?»
«Vuoi farmi paura?»
«Così ho una scusa per stringerti…»
Lei si voltò.
«Non hai bisogno di scuse.»

La macchina cominciò lamentosamente a preparare il caffé.
«E allora?» disse Lucia.
Ilaria la guardò interrogativa.
«Allora cosa?»
«Com’è stata la festa?»
«Carina. Oddio, come tutti gli anni. C’era gente…»
«E l’aperitivo?»
Si sentì un fischio elettronico. Ilaria si chinò e prese il bicchiere tenendolo per il bordo, con due dita.
«Così…»
«Ci ha provato?»
«Ha cercato di farmi bere.»
Lucia si mise a sedere sul tavolino della saletta fumatori. Tirò fuori una sigaretta e se l’accese.
«Che maiale! E tu?»
«Sono rimasta lucidissima.»
«Ha bevuto solo lui?»
«Più o meno.»
«E…»
«Ma niente! Siamo usciti e abbiamo fatto due chiacchiere, tutto qui.»
«Non me lo vuoi dire.»
«Ma cosa?!»
«Vabbè, ho capito. In fondo riguarda solo voi due…» Lucia sorrise.
«Dai, piantala. Se poi vanno in giro certe voci, in ufficio…»
«Tranquilla. Con me il tuo segreto è al sicuro.»
«Ma quale segreto?!»
Lucia diede un ultimo tiro e buttò il mozzicone nel portacenere. Ilaria finì il caffé, un po’ imbronciata e un po’ sorridente.
«Torniamo di là?»
Si avviarono lungo il corridoio. Ilaria sbadigliò, coprendosi la bocca con una mano.
«Hai sonno? Hai la faccia stanca.»
«Ho dormito poco.»
«Vedo. Va tutto bene?»
«Ma sì. E’ il caldo. Sono sempre agitata, non ho voglia di far niente. Un po’ di primaverite…»
«E prendi il caffé? Non è meglio un succo di frutta?»
«Bleah! Sono pieno di conservanti. E poi mi fanno venir sete.»
«Ah, quello invece…»
«Come sei messa con le bolle?»
«Sono indietro. Tu hai ancora molte fatture?»
«Poca roba. Se vuoi ti do una mano. Piuttosto che fare dell’archivio…»
Sentirono dei passi di corsa, alle loro spalle. Si girarono e videro Vitali, uno dei capisquadra, tutto trafelato. Era un omone grande e grosso, che sembrava non passare dagli stipiti delle porte. Aveva la fronte lucida di sudore.
«Ragazze? Ragazze, avete per caso la macchina?»
Lucia guardò Ilaria.
«Sì, certo. Perché…?»
«Un ragazzo s’è fatto male. Bisognerebbe portarlo al pronto soccorso…»
«Ma non conviene chiamare un’ambulanza?»
«A Villalta ne hanno solo una ed è fuori per un’urgenza. E poi non è grave. Noi siamo piantati col lavoro e…»
Lucia sbuffò.
«E noi, invece? Cosa siamo, delle infermiere? E se ci muore in macchina?»
«E’ solo una mano…»
«Ma chi è?» chiese Ilaria.
«Fabietto, quello di Caiano.»
«Vengo io. Portami giù.»
Lucia la guardò incredula.
«Ma se ti dà fastidio fare i prelievi…»
Ilaria era già corsa via.
«Dillo a Borghi e fammi fare il permesso!»
Seguì Vitali che scendeva i gradini due alla volta. Entrarono in magazzino: non si sentiva nemmeno un muletto e c’era un vociare confuso.
«Ma cos’è?»
«Bisogna portarlo via, sennò qua mi scoppia una rissa.»
«Una rissa? Cos’è successo?»
Lui si mise a correre, senza risponderle. Ilaria cercò di stargli dietro. Le voci si facevano sempre più distinte.
In mezzo a una corsia, tra le scaffalature alte fino al soffitto, s’era formato una capannello di magazzinieri. Un magrebino di neanche vent’anni stava sbraitando contro un caposquadra.
«Ma che cazzo vuol dire?! Non siamo schiavi di nessuno!»
«Oh, oh, calma!»
«Calma un cazzo! Io qui non ci lavoro più!»
Qualcuno lo guardava un po’ stordito, senza far niente, qualcun’altro faceva di sì con la testa.
Fabio era seduto per terra, la schiena contro uno scatolone e un braccio stretto contro il petto. Portava una specie di camicie blu, tutto macchiato. Il suo viso era contratto in una smorfia di dolore.
Ilaria si avvicinò di corsa.
«Oddio.»
«Ilaria…»
«Cos’hai fatto?»
«Aiutami. Questo coso fa un caldo bestia.»
Ilaria gli sfilò il pastrano. La mano destra era gonfia e livida. Quando la fece passare per la manica Fabio gemette.
Intanto Vitali cercava di urlare più forte degli altri.
«Allora! Cos’è questo casino? Adesso lo portiamo in ospedale! Fate spazio!»
«E noi?» disse il magrebino «Quando ci portate in ospedale? Tanto è solo questione di tempo!»
«Ma cosa dici? Vai, togliti, torna a lavorare.»
«No! Finché c’è quella cosa io non lavoro più!»
«Quale cosa? Per Dio, volete farci passare?»
Ma i magazzinieri non si muovevano.
Il magrebino si girò verso Fabio.
«Perché non dici niente? Tu l’hai visto! Per questo ti sei fatto male, no?»
«Khalid…»
«Di cosa hai paura?!»
«Khalid!» gridò Vitali.
Il brusio si spense. Erano tutti in silenzio, in attesa. Fabio e Khalid si guardavano, senza fiatare.
«Allora! Cosa state facendo? Largo! Largo!»
Uno dei capi magazzino si fece strada in mezzo agli operai.
«Ce la fai ad alzarti?» chiese Vitali a Fabio.
«Datemi una mano…»
Ilaria aiutò Vitali a metterlo in piedi. Lentamente s’incamminarono verso il piazzale. Con la coda dell’occhio, Ilaria guardò Khalid: li stava fissando, fermo, le spalle incurvate dalla frustrazione.
Finalmente arrivarono all’aria aperta. Il sole cadeva a picco sull’asfalto. Attraversarono il piazzale, stringendo gli occhi per proteggersi dal riflesso. Quando furono nel parcheggio Ilaria corse alla sua Panda e aprì uno sportello. Vitali fece salire Fabio, poi tornò in magazzino, senza aggiungere una sillaba.
Lei girò attorno all’auto, si sedette davanti al volante e partì. Fece quasi fischiare le gomme.
«Oh! Oh! Piano! Non sto morendo!»
«Scusa. Come stai? Fa male?»
«Qui dentro è un forno.»
«Il clima su queste non ce lo mettevano. Si può sapere cos’hai fatto?»
«Mi son chiuso la porta della cella frigorifera sulla mano.»
«E’ per quello che avevi addosso il cappotto?»
«Mmh.»
«E Khalid?»
«E’ il primo che è passato di lì.»
«Sì, ma di cosa parlava?»
«Cazzate.»
«Mi sembrava arrabbiato.»
«E’ solo un idiota.»
«Diceva di aver visto qualcosa.»
«Forse era ancora ubriaco da ieri sera.»
«I mussulmani non bevono.»
«A parte lui.»
«Non è che stai nascondendo qualcosa?»
«Ilaria, ti prego. Forse mi sono appena rotto una mano.»
«C’entra con i furti? Hai visto il ladro?»
Fabio si girò verso il finestrino.
«Puoi andare più piano? Mi sta venendo il vomito.»

Ilaria era seduta sulle lenzuola, le mani giunte in grembo. La maglietta era fredda e umida sul suo petto. Respirava lentamente: prima o poi il cuore avrebbe rallentato.
Quando ti succede, pensa. Cos’è che ti sta facendo questo? Di cosa hai paura?
Il sogno era sempre più lontano. Il ricordo si sbriciolava come un papiro decrepito al contatto con l’aria.
Poteva ancora vederlo. La lama resa opaca dall’ossido e il manico di legno solcato dalle crepe. Una roncola. Il suo nome era una parola in dialetto: pudàtt. Era un podetto.
Chi aveva ucciso, stuprato, torturato quella notte? Era stato solo un sogno, ma in fondo erano pensieri suoi, no? O forse suoi desideri?
Una fitta allo stomaco. Le venne voglia di vomitare.
Si alzò e andò in bagno. Si tolse la maglietta, aprì l’acqua fredda e se la buttò in faccia. Un cigolio di molle dalla stanza accanto. Per un lungo momento sperò di non aver svegliato i suoi. Non ci fu nessun altro rumore. Delicatamente accostò la porta. S’asciugò il viso e si guardò allo specchio. Aveva la pancia così gonfia anche ieri?
Sono campanelli d’allarme. Quando fai questi pensieri, quando senti queste cose, il tuo corpo ti sta avvertendo. Significa che c’è qualcosa che non va. Allora fermati e ragiona. Tu lo sai cosa ti fa star male. Devi solo guardare meglio.
Fece pipì. Buttò la maglietta nel cesto della roba da lavare. Ritornò in camera e chiuse la porta. Prese una maglietta pulita. Accese il computer.
Mentre aspettava che la macchina si avviasse guardò la sveglia. Le tre del mattino. Sentì un poco di fame. Il mal di stomaco era passato. Quando pensava al dottore, il mal di stomaco le passava sempre. Le aveva parlato per un’ora e le aveva salvato la vita. Così, a parole. Quando si era decisa a entrare in clinica pesava trentadue chili. Da allora, quand’era dura, quando non ce la faceva più, pensava a quella chiacchierata. E aveva il manuale delle istruzioni aperto davanti agli occhi.
Sbadigliando, cominciò a muovere il puntatore sullo schermo. Si collegò a Internet e aprì la pagina di un motore di ricerca. Podetto, scrisse. Quasi nessun risultato. Monteombroso. Molto meglio. Scoprì che esisteva un comitato per la promozione del paese. Maestri in pensione, il dottore, il commercialista. Avevano messo in piedi un sito scarno, semplice semplice. Ma la pagina “documenti” era una miniera. Scritti, diari, stampe, addirittura atti pubblici passati allo scanner. Ilaria cominciò a leggere, freneticamente. Il sonno se n’era andato. L’orologio segnava le tre e mezza.
Alle quattro cominciò a pensare di essersi persa. Si era ritrovata a leggere il registro delle nascite e delle morti, annate 1593 – 1639. Scorse pigramente i nomi. Ettore Degli Aurelii, morto alli 11 di Gennaio 1639. Ettore Degli Aurelii.
Ilaria si fermò. Dove l’aveva già sentito? Una via. Era il nome di una via di Monteombroso. Perché la ricordava? Ci abitava Arianna. Era in classe con lei alle medie, una ragazzina sempre triste. Da quanto non la vedeva?
Tornò alla lista dei documenti. C’era qualcosa su questo Ettore Degli Auregli. Erano le sue memorie, una specie di diario. Ufficiale dell’esercito del ducato di Villalta e Monteombroso. Un soldato morto di vecchiaia. Un caso raro. Attraversò una peste, tre carestie, svariate epidemie di vacche e galline. E un’infinità di invasioni. Gli eserciti di mezza Europa avevano fatto avanti e indietro dal ducato. In emergenza, Degli Aurelii si era trovato ad essere l’unico amministratore dell’ordine pubblico, una specie di sceriffo. Aveva arrestato gente e fatto eseguire condanne, anche a morte. Briganti, falsari e tagliagole.
Briganti e tagliagole. Il suo cuore ricominciò a correre.
Devi trovare un posto dove il tuo corpo e la tua anima possano far pace.
Va bene. Se faceva così voleva dire che era vicina. Trovò una lista delle condanne a morte e cominciò a scorrerle. Alla fine ci arrivò. Giovanni Bertonazzo, detto il Podetto. Sospeso per la gola e poscia ridotto in quarti.
Sospeso per la gola e poi ridotto in quarti. Il mouse le tremava in mano. C’era anche qualcosa sulle esecuzioni capitali. Un articoletto sui modi di fare giustizia del diciassettesimo secolo. L’impiccagione era una condanna da pezzenti. I nobili venivano decapitati. Un colpo secco e via. I ladri di galline venivano appesi, con la speranza di rompersi subito il collo.
Ma il Podetto non doveva essere stato solo un ladro di galline. Le esecuzioni erano più o meno cruente, a seconda della colpa. Bertonazzo era stato torturato da vivo e fatto a pezzi da cadavere. Squartato come un bue e esposto ai quattro angoli del paese.
Come un bue. Ilaria chiuse tutto e spense il PC. Aveva lo stomaco attorcigliato.
Sbadigliò, ma ancora non aveva sonno. Guardò la sveglia. Le quattro e mezza, un’altra volta. E tra due ore doveva essere di nuovo in piedi.

Ilaria corse verso l’entrata degli uffici guardando l’orologio. Aveva un mal di testa terribile.
Il piazzale del magazzino era pieno da scoppiare. Una quantità di TIR era disordinatamente parcheggiata davanti alle baie di scarico. Gli autisti gironzolavano pigramente attorno ai camion, chi fumando, chi scambiando due chiacchiere. Qualcuno stava schiacciando un pisolino, i piedi appoggiati sul volante.
Salì i primi gradini dell’ingresso, ma si fermò subito. Correndo aveva dato un’occhiata distratta alla facciata larga e bassa del deposito. Una delle saracinesche era abbassata e una dozzina di magazzinieri si era radunata davanti alle lastre di metallo.
Il pensiero del cartellino si dissolse leggero assieme all’emicrania. Tornò sui suoi passi e andò verso il capannello. Borbottavano tutti a mezza voce, in un brusio indistinto di arabo e napoletano. La testa di Vitali svettava tra i berretti e i capelli spettinati.
«Ma cosa sta…»
Ilaria non finì la frase. Le lamiere della serranda e della pensilina erano inzaccherate da strisce e schizzi, di un colore bruno. Sul pavimento d’acciaio, impressa nello stesso liquido rappreso, c’era l’impronta di una mano.
Un dolore acuto le attraversò la testa. Ilaria cominciò a guardarsi attorno, freneticamente. Incontrava solo occhi vacui, assorti.
«Fabio! Dov’è Fabio?»
Vitali, finalmente, si accorse di lei.
«Eh? Cosa ci fai qui? Vai…»
«Dov’è Fabio? Lo hai visto?»
«Fabio? E’ in mutua…»
Ilaria prese il telefonino e scelse il suo numero. Suonò libero, ma nessuno rispondeva. Il suo respiro si fece grosso. Squillava, squillava, ma nessuno prendeva su.
- Pronto? – disse all’improvviso una voce assonnata.
«Fabio? Stai bene? E’ tutto a posto?»
Si sentì uno sbadiglio.
- Sì, certo. Tu, piuttosto? Non sono neanche le nove… -
Il cartellino ripiombò nei suoi pensieri. Sibilò una parolaccia e ricominciò a correre.
«Eh? No, bene, niente di grave. Solo che…qui al lavoro è successo un casino e…mi è venuto da chiamarti. Scusami, ti ho svegliato?»
Un altro sbadiglio.
- Ma no, no…stavo per alzarmi… -
«Oh…Oddio, scusami…ti richiamo tra un po’, ok? Ciao…»
Ilaria arrivò al marcatempo: segnava le otto e tre quarti. Timbrò e corse via di nuovo. Entrò in ufficio con il fiatone. Lucia la guardò, aggrottando le sopracciglia.
«Ilaria! Sei in ritardo: hai trovato traffico?»
«Ma non hai visto fuori?»
«Che cosa?»
«C’è un bordello, i camion sono tutti fermi!»
«Non ci ho fatto caso. Pensavo fossero indietro col lavoro.»
«Macchè indietro! C’è una saracinesca sporca di sangue!»
«Eh?»
«Sì! E’ una roba…sono tutti fermi a guardare…stavolta scoppia un casino!»
«Un casino? E perché? Ma chi è stato?»
«Non lo so…l’altro giorno tra un po’ si menavano solo perché Fabio si era fatto male…dopo questo…»
«Magari sono stati i ladri, no? Nell’uscire si sono feriti…»
Ilaria appoggiò la borsa in un armadio, poi si sedette dietro alla scrivania.
«Secondo me hanno paura che ci sia qualcosa in magazzino.»
«Qualcosa? E cioè?»
«Non lo so. Un animale?»
«Un animale? E il sangue chi l’ha lasciato? Uno della vigilanza?»
Ilaria guardava il monitor del PC tenendosi la testa tra le mani. Si voltò verso Lucia, che la fissava col mento poggiato su un polso.
«Forse hai ragione…»
«Hai dormito?»
«Poco.»
«Sei preoccupata per Fabio?»
«Un po’.»
Lucia si alzò e le venne vicino. Le mise una mano sulla schiena e le fece una carezza.
«Va tutto bene, ok? Borghi è incazzatissimo per quello che sta succedendo. Vedrai che una soluzione la troveranno. Senza che nessuno si faccia male.»
«Hai ragione. Grazie.»
Sentirono dei tacchi lungo il corridoio. Si voltarono e videro Roberta, l’impiegata del personale, passare davanti alla loro porta. Non le degnò di uno sguardo. Poco dopo il galoppo si fermò per un istante. Tornò ad avvicinarsi e lei ricomparve sulla soglia dell’ufficio.
«Il signor Borghi non c’è?»
«Non l’abbiamo ancora visto.»
«Ho timbrato un po’ fuori orario» disse Ilaria «è per il casino qui sotto…»
«Va bene, ci penso io.»
«Ma cos’è successo?» chiese Lucia
«Hanno trovato del sangue davanti al magazzino…»
«Sì, abbiamo sentito. Cerchi Borghi per quello?»
«Forse.»
«Cioè?»
«Sembra che stamattina un operaio non si sia presentato. Doveva cominciare alle sette, ma ancora non si è fatto sentire…»
«Dici che abbiamo trovato il ladro?»
«Chissà…»
«E chi è?» chiese Ilaria
Roberta guardò i fogli che aveva in mano.
«E’ uno della cooperativa…Gesù, ma come si chiama questo?…El Sayed Ca…Khalid…»

«Sono cinquantasei e sessanta.»
Ilaria guardò la cassiera.
«Come scusa? Ero soprappensiero.»
La ragazza le sorrise imbarazzata.
«Cinquantasei e sessanta.»
Ilaria prese il portafogli e iniziò a frugare tra tessere e vecchi scontrini. Alla fine sfilò due banconote e pagò.
Cominciò a infilare meccanicamente la spesa nelle sportine. Poi uscì, ma quando arrivò alla macchina si accorse di aver messo i surgelati assieme al pollo allo spiedo e i biscotti sotto al latte. Guardò in alto e sbuffò.
Perché erano tutti così stronzi?
Era tutta la settimana che dormiva pochissimo, sempre col cuore in gola. Andava al lavoro e trovava un’atmosfera soffocante. Nessuno voleva più scendere di sotto. Gli operai, la mattina, arrivavano con lo sguardo dei condannati a morte. Dall’ufficio di Borghi era un avanti e indietro continuo di capi magazzino.
Ilaria caricò le borse, poi tirò fuori il cellulare. Nessuna chiamata, nessun messaggio. Sospirò: in fondo si erano solo baciati. Si chiese se era il caso di prenderla così.
Salì in macchina, ma prima di mettere in moto tornò a prendere in mano il telefono. Menù – messaggi – ricevuti – Fabio: “Mi dispiace tanto, ma domani sera nn posso proprio. Cis x domenica, ok? Bacio.”
Mi dispiace tanto, ma non posso proprio. Se Dio voleva era arrivato il fine settimana e lei aveva solo voglia di vederlo. Ma lui non c’era. Non poteva proprio. Stava già scappando? Come tutti gli altri? Si guardò nello specchietto retrovisore. Era davvero un mostro?
Le caddero gli occhi sull’orologio e si scosse. Era tardi, anche se era sabato mattina. Doveva ancora passare a prendere il giornale e poi il pane, che suo padre voleva quello del fornaio…
Fece per girare la chiavetta, ma si fermò. Aveva guardato fuori dal finestrino, per caso, e l’aveva visto. Khalid era seduto davanti al bar del supermercato assieme a altri due tizi, un magrebino e uno dalla pelle nera. Volti familiari, del magazzino.
Ilaria rimase con le dita strette sulle chiavi. Non si erano accorti di lei, o forse fingevano di non vederla. Non c’era una sola ragione al mondo per cui dovesse farlo. In effetti non erano nemmeno affari suoi.
Con la pancia in rivolta, scese dall’auto e chiuse la portiera. Si diresse verso di loro, cercando di tener dritti i passi. Tutti e tre smisero di parlare e le puntarono addosso i loro occhi neri. Lei si fermò.
«Ciao, Khalid.»
Lui ci mise un po’ a rispondere.
«Ciao.»
«Posso parlarti un momento?»
Khalid appoggiò per terra il bicchiere che aveva in mano. La manica della camicia scoprì una benda sfrangiata.
«Di cosa?»
«Di quello che sta succedendo al magazzino.»
La fissarono, zitti.
«Voglio solo farti una domanda.»
Ancora silenzio.
«Allora, posso sedermi un attimo?»
«Va bene.» disse il nero.
Gli altri due lo guardarono sbalorditi. Ilaria prese una sedia e si mise di fronte a loro.
«Allora, che vuoi?» partì bruscamente Khalid.
«Cosa sai? Di quello che è successo l’altro giorno, intendo.»
«Io non so niente.»
«E quello come te lo sei fatto?» disse indicando il suo braccio.
«Che cazzo vuoi da me?»
Il nero lo guardò male.
«Khalid!»
«Cosa, Destiny? Non senti? Tanto pensano tutti così!»
«Non sei più venuto al lavoro. Cosa dovevano pensare?» azzardò Ilaria.
Khalid si alzò in piedi, ma Destiny lo prese per una spalla.
«Scappi? Un’altra volta?»
Khalid lo guardò inferocito. Il nero non fece una piega.
«Almeno diglielo.»
«Lo sanno, cosa credi?»
«Cosa? Cos’è che sappiamo?» s’intromise lei.
Khalid la squadrò.
«Lo sanno tutti del mostro! Tutti! Siete stati voi a portarcelo e adesso volete dare la colpa a me!»
«Mostro?»
«Abbassa la voce.» disse Destiny.
Ma ormai Khalid era fuori controllo.
«Non rompere! Cosa aspetti, che muore qualcuno? Vuoi essere tu il primo?»
«Morire? Chi deve morire? Mi vuoi dire cos’è successo?»
Ma ogni parola di Ilaria sembrava mandarlo sempre più in bestia.
«Vuoi sapere cos’è successo? Chiedilo al tuo fidanzato!»
Con uno strattone si liberò dalla mano di Destiny e se ne andò.
«Khalid! Khalid, aspetta!»
Ma non si fermò. Attraversò la strada di corsa e continuò a camminare, senza voltarsi.
Destiny la guardò, poi scosse la testa ed entrò nel bar. L’altro magrebino semplicemente la ignorò.
Ilaria rimase seduta, a fissare i bicchieri vuoti sul selciato.

Guidare coi fari spenti era un po’ come giocare alla roulette. Ogni tornante, al massimo, era un cinquanta e cinquanta. Se si accelerava la posta saliva. E le probabilità di andare nel fosso aumentavano.
«Ma cosa sto facendo?» si chiese Ilaria a voce alta.
Fabio, più avanti, guidava come un pazzo. Quando aveva deciso di seguirlo, aveva pensato che per tenere la strada sarebbe bastato seguire i suoi fanali. Ci aveva messo poco a cambiare idea. Ora prendeva le curve ai trenta e pregava di non perderlo.
All’improvviso lui accostò. Ilaria mollò l’acceleratore. Spinse la frizione e girò la chiavetta. Lasciò rallentare l’auto, spinta dall’inerzia verso il bordo della strada. Vide Fabio schizzare fuori e sparire nella massa indistinta della boscaglia.
Si rese conto di non sapere dove si trovava. Scese dalla Panda e corse verso il ciglio della strada, ai margini del bosco. Fece un passo: si ritrovò tra erbacce e rami, alti fino alle ginocchia. Cominciò a immaginare insetti e serpenti che le strisciavano attorno alle caviglie. Era praticamente impossibile non fare rumore. Camminava a tentoni, facendo grandi passi per non inciampare, col terrore di sbattere contro un albero.
All’improvviso si sentì afferrare per un braccio. Cacciò un urlo, ma qualcosa di ruvido le coprì la bocca.
«Chi sei? Che cazzo vuoi?»
Il cuore rallentò un poco la sua corsa. Con la punta delle dita sfiorò il viso di lui, da qualche parte nel buio.
«Ilaria?»
La mano ingessata le liberò le labbra.
«Cosa ci fai qui?»
Fabio aveva una vocina ansiosa.
«Dovrei essere io a…»
«Parla piano! Vuoi che ci sentano?»
«Chi? Dove siamo?»
«La vigilanza! Se ci beccano ci gonfiano.»
«La vigilanza?»
Ilaria si sentì tirare. Fece qualche passo al buio, trascinata da Fabio. La vegetazione si schiarì e si ritrovò quasi schiacciata contro una recinzione mezza arrugginita. Dall’altra parte, illuminato dai fari, c’era il piazzale del magazzino. La luce gialla illuminava il viso di Fabio solo a metà, scavandone i tratti.
«Ma come…?»
«Ho fatto il giro da sopra.» disse stendendo tra le braccia un panno che teneva in mano «Cosa pensavi, che parcheggiassi davanti alla porta?»
«Cosa vuoi fare?»
«Entrare.»
«E l’allarme?»
«Ho la tessera e le chiavi.»
«Chi te le ha date?»
«Le ho rubate.»
«Perché?» domandò seria.
«E tu perché mi hai seguito?»
«Ho parlato con Khalid. Sei tu il ladro?»
«Ilaria…»
«Cosa c’è là dentro? Perché gli dai da magiare?»
«Non gli do da magiare…»
Fabio buttò il panno sul filo spinato, in cima alla rete. Infilò le dita della mano sana tra le maglie e cercò di fare perno coi piedi, ma cacciò un verso tra i denti. Ritornò a terra, tenendosi l’ingessatura contro lo stomaco.
«Hai bisogno di aiuto.» gli disse Ilaria
«No. L’ho già fatto un’altra volta.»
«Se ti do una mano facciamo prima.»
«Facciamo?»
«Vengo anch’io.»
«Non se ne parla.»
«Fabio…»
Il rumore di un’auto, i giri del motore bassi. Fabio raccattò il panno in fretta e furia e si abbassò. Ilaria si sentì tirare in mezzo ai cespugli. Si ritrovò stretta a lui, rannicchiata tra le erbacce e la spazzatura.
Una Panda con gli adesivi della vigilanza passò attraverso il piazzale. La luce dei fari attraversò le piante e li colpì, abbagliandoli. Rimasero in silenzio, trattenendo il respiro. La macchina non si fermò, non rallentò nemmeno. Passò avanti e se ne andò.
Ilaria fece un sospiro lunghissimo.
«E’ meglio che mi muova.» tagliò corto Fabio.
«Vengo con te.»
«No. E’ pericoloso.»
Questa volta fu lei a trattenerlo.
«Fabio, ne ho bisogno.»
«Hai bisogno di cosa?»
«Di capire. Perché lo stai facendo?»
«Non è una scelta.»
«E chi ti obbliga allora?»
Fabio guardò verso il deposito, spazientito.
«Ce la fai dopo a scavalcare la rete?»
«Credo di sì.»
«Allora andiamo.»
Tornarono a buttare la coperta sulla recinzione. Ilaria fece scala con le mani. Quando Fabio le salì sopra credé che le braccia le si staccassero dalle spalle. In qualche modo lui riuscì ad aggrapparsi alla cima e ad atterrare dall’altra parte.
«Sbrigati!»
Ilaria cominciò ad arrampicarsi sulla rete. Le punte dei piedi scivolavano in continuazione e le mani semplicemente non ce la facevano.
«Allora, vuoi muoverti?!»
Tra mille sofferenze riuscì a mettersi a calcioni sull’inferriata e a buttarsi giù. Non fece in tempo a massaggiarsi le dita che Fabio stava già raccogliendo il panno.
Corsero fino alla porta. Fabio passò un tesserino davanti a una lucina rossa, accanto allo stipite d’alluminio. La spia divenne verde. Lui tirò fuori un mazzo di chiavi e ne girò una dentro alla serratura.
La porta si aprì con uno scatto metallico. Scivolarono dentro e si richiusero l’uscio alle spalle.
Era buio pesto. All’improvviso Ilaria rimase abbagliata da una luce bianca: una torcia elettrica, che Fabio teneva puntata verso il pavimento.
«Stammi vicina.» le disse «Non si aspetta due persone.»
«Chi non si aspetta due persone?»
«Lui…»
«Quello che ha ferito Khalid?»
«Quel fesso mi aveva seguito con una pistola.»
Ilaria sgranò gli occhi.
«Non chiedermi dove l’ha trovata. Il Podetto l’ha beccato prima di me e…»
«Il Podetto?»
Lui annuì, con lo sguardo basso.
«Un giorno stavo lavorando e me lo sono trovato davanti, che mi parlava…»
«Ma come…»
«Sei tu che credi ai fantasmi, no?»
Ilaria sentì improvvisamente freddo.
«Ed è lui che ti obbliga a cercargli il cibo?»
«Mi parla nel sonno. Da quando lavoro qui faccio incubi di continuo.»
«Anche tu…»
«E ti ho detto che non gli do da…»
Uno scalpiccio umidiccio nel silenzio del magazzino. Ilaria guardò nel vuoto, in ascolto.
I passi, strascicati sul cemento, si fecero più vicini. Fabio alzò lentamente la luce. Ilaria tremava così forte da far rumore.
La torcia illuminò una sagoma umana, dalle orbite vuote. Una pelle butterata e rinsecchita copriva in minima parte i suoi muscoli grotteschi. Il rosa candido del pollo, il rosso vivo del maiale, quello più scuro del bue si intrecciavano a formare braccia, gambe, addome. Un movimento ritmico sollevava lievemente il suo petto striato.
L’odore del sangue era nauseante. Ilaria guardò le mani dell’essere: anche se gli mancavano la metà delle dita, le sembrò di riconoscerle.
Fabio, più che parlare, bisbigliò.
«Lei è…»
«Lo so chi è. Ci siamo incontrati in sogno.» Il Podetto aveva una voce stentata, che a tratti diventava un ansimo senza tono.
Ilaria aveva smesso di tremare. Lo guardava, senza riuscire a dir nulla.
«Vieni, andiamo.» disse Fabio e si avviò lungo una corsia.
Ilaria camminava accanto al Podetto, incredula della sua stessa freddezza. Si fermarono davanti alla porta bianca della cella frigorifera. Fabio s’infilò la giacca blu, appesa lì vicino. Aprì la porta ed entrò. Da dentro arrivarono dei rumori metallici, poi ritornò fuori, spingendo un carrello pieno di carne. Il Podetto si fece avanti lentamente: con i moncherini delle mani prese un intero filetto e cominciò ad ingoiarlo, spalancando le ganasce come un serpente. Un gorgoglio sommesso si sollevò dalle sue membra. Ossa, muscoli e pelle si allungarono e si allargarono.
Ilaria lo fissava attonita, col fiato corto. Il tempo scorreva in un modo indefinibile, come nei sogni. Ad un tratto si ritrovò davanti a un uomo, dalla pelle scura come il cuoio.
«Questa era l’ultima.» disse Fabio «Ricordi, vero?»
Il Podetto parlò con una voce gracchiante e cavernosa.
«Ti ho dato la mia parola.»
Fabio gli porse la giacca imbottita. Il Podetto l’infilò e camminò verso la porta. La socchiuse, guardò fuori e infine la spalancò. Si voltò verso di loro. Si fissarono, in silenzio. Poi, senza dire una parola, corse fuori e sparì nel buio.
«Un posto dove il corpo e l’anima possano far pace.»
«Cosa?» disse Fabio.
«E’ solo…è solo una cosa che mi ha detto un amico, molto tempo fa.»
Ilaria lo strinse, con le braccia che ancora le facevano male per l’arrampicata. Delle inspiegabili lacrime di gioia scesero dai suoi occhi. Sentì una mano ingessata accarezzarle la testa.
«Andiamo a casa, adesso.» gli disse.