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Donatella, Carlotta ed Elena

Aprile 30, 2007

Elena alzò la testa dal cesso e respirò profondamente. Chiuse gli occhi, ma gli ritornò davanti la faccia di Carlotta. Un conato la fece piegare di nuovo sulla tazza.

«Come va?»

Si voltò. Donatella se ne stava in piedi a braccia conserte, una spalla appoggiata allo stipite della porta e la sigaretta in mano. Si accorse di essere in una posizione ridicola – inginocchiata davanti al gabinetto -, così si appoggiò all’asse e si alzò in piedi. Lo sforzo le diede un leggero senso di vertigine. L’assalì un freddo improvviso, non sapeva se per colpa del vomito, del volto di Donatella o di quello che aveva appena fatto.

«E’…è ancora di là?»

Donatella sorrise.

«Dove vuoi che vada ormai?»

«Piantala, sei nauseante.»

«Lo vedo. E dire che l’idea non è stata mia…»

«Lo so di chi è stata l’idea. E so anche chi ha passato mesi a suggerirmela.»

Donatella portò la sigaretta alle labbra ed aspirò. Aveva l’aria di aver appena scopato.

«Non essere ipocrita» disse sbuffando nuvolette di fumo «volevi liberartene almeno quanto lo volevo io. E, onestamente, io non mi sento in colpa.»

«E va bene. Sistemiamo il soggiorno e liberiamocene.»

«E tu te ne vuoi andare in giro così?»

«Così come?»

«Cazzo, ti manca un orecchio!»

Elena si toccò sotto la tempia. Sentì un grumo umidiccio che avvampò appena lo sfiorò. Carlotta si era difesa fino all’ultimo. Si strinse nelle spalle.

«Il programma della serata era di mutilarmi, no?»

Donatella si avvicinò flessuosamente. L’accarezzò sotto il mento, le sorrise e la baciò sulla bocca.

Elena e Donatella stavano sedute sull’argine a guardare il cadavere di Carlotta che affondava nel fiume. Elena diede una boccata alla sigaretta e la buttò.

«Da domani che faremo?» chiese.

«E che ti frega? Era Carlotta che si faceva questi problemi, non noi!»

«Già.»

Le immagini si affastellavano nella testa di Elena. Le notti trascorse fuori, trascinata dalle idee pazzesche di Donatella mentre Carlotta dormiva. Il barista del centro sociale e la fornicazione sul sedile della sua Uno. Il mattone lanciato contro le vetrine di un’agenzia di lavoro interinale. La castrazione dello stronzo che aveva picchiato suo figlio di tre anni. Le quattro di mattina sedute al tavolino di un bar, a dirsi quanto era bella la vita senza di lei, senza il lavoro, senza la sensazione di essere sbagliata, senza il giudizio degli altri. Senza regole.

Infilò una mano dentro alla borsa e tirò fuori un libro.

«Cos’è?»

«“L’Io e l’Es”. Freud.»

«Il romanzo della nostra storia d’amore?» Sghignazzò. Anche Elena sorrise.

«Me lo aveva regalato Carlotta. Quando l’ho letto ho capito chi fossi tu veramente.»

«Il tuo istinto, la tua indole femminile. Lì c’è scritto che sarei il tuo Es… non dargli troppo peso: quello voleva scoparsi sua madre.»

Elena sospirò pesantemente.

«Donatella…dopo aver ucciso Carlotta…cioè Super Io…ho pensato…tu esisti davvero fuori da questo libro?»

«Che vuoi dire? Certo che esisto! Elena, non farti spaventare da quelli là fuori: la società è un mucchio di merda! Le regole, i doveri, gli psicologi che vogliono aiutarti ad accettare l’infelicità invece di renderti felice! E non venirmi a dire che ti dispiace per lei: non ti ricordi più di quando avevamo quindici anni? Tutto il tempo che ti ha fatto digiunare? Stavi morendo!»

«Sì, sì,…» una lacrima le rigò la guancia «ma se tutte le teorie degli strizzacervelli sono solo olio per far girare la macchina…se è solo un modo per imprigionare in uno schema una cosa che non riescono a misurare…l’unico posto dove sta scritto che tu e Carlotta esistete…» disse, e le mostrò la copertina del libro.

Donatella capì e sgranò gli occhi, ma Elena era stata più veloce. Si piegò per il dolore. Cercò la pancia di lei. Il manico di un cutter le spuntava dall’addome, proprio sotto l’ombelico.