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Dorotea.

Aprile 30, 2007

«Perdeeeeeeeeeere l’amore, quando si fa seeeeeraaaa…»

Luca cantava a squarciagola, in piedi sulla sedia accanto a quella di Laura. Andava avanti così da quando erano arrivati al ristorante, e non era neanche tanto ubriaco. Dall’altra parte della sala qualcuno stava già cominciando a lamentarsi.

Con tutte le trattorie alla mano che ancora se la sentivano di tenerli a cena, Laura non capiva perché avessero deciso di andare proprio lì. Era una bel posto, ristrutturato da poco, con qualche pretesa. I camerieri li guardavano storto ogni volta che passavano vicino al loro tavolo.

«Non mangi niente?» le chiese Paola. Non era facile sentire la sua vocina in mezzo a tutto quel casino.

Laura aprì la bocca, ma non le vennero le parole. Non aveva toccato praticamente niente: l’idea della carne ai ferri le dava il voltastomaco. Paola le fece una carezza su un braccio.

«Non ti stai trascurando, vero?»

«No, no.» Laura imbastì un sorriso come poté «Davvero.»

E fine della conversazione. Da due mesi era la stessa storia: tutti attaccavano discorso, ci giravano attorno e la prendevano il più alla lontana possibile. Ma alla fine nessuno aveva mai il coraggio di parlarne davvero. Rimanevano lì a fissarla, sempre con quello sguardo. Il silenzio di Paola diventò insopportabile. Laura si girò. Dall’altra parte, purtroppo, c’era Dave. Anche lui era in gran forma: stava riempiendo il bicchiere di Luca e intanto gli dava il là per un’altra canzone. Era tutta sera che rideva e beveva. Parlava con la sua nuova fidanzata e intanto guardava la ragazza di fronte con l’aria di volerle sfilare le mutande. Ma come faceva?

Dalle parti del bar qualcuno cominciò a sbraitare

«VAI LUCA! PERDEREEEEEEE L’AMOREEEEEE…»

Si voltò tutto il ristorante. Marcello era l’unico ubriacone dell’Appennino che ancora non si era fatto vedere. Sguardo spento e andatura incerta, si avvicinò al loro tavolo. Tutta la combriccola si alzò in piedi, Dave in testa: abbracci, baci, canzoni in dialetto. I festeggiamenti durarono sì e no cinque minuti: da un momento all’altro Marcello vacillò, si aggrappò al braccio più vicino e scivolò sul pavimento. E tutti a ridere e a cercare di portarlo fuori prima che vomitasse dentro al ristorante.

Poi, mentre penzolava tra le spalle dei ragazzi, Marcello si rabbuiò, come se la sbornia se ne fosse andata tutta in un colpo. Fece una smorfia e cercò di raddrizzarsi, ma le ginocchia non lo ressero. Respirò profondamente, come per prendere fiato.

«Dorotea…Dorotea…Dorotea è andata via…» biascicò con la bocca impastata.

Improvvisamente nessuno rideva più. Tutti guardavano Laura.

«Lo so,» disse Dave mentre cercava di rimetterlo in piedi «ma è successo da due mesi e tu neanche…»

Marcello continuava a scivolare per terra e man mano la sua voce si affievoliva, fino a diventare un sussurro.

«No, no…non avete capito un cazzo…non capite un cazzo…è andata via adesso…sono andato da lei…era andata…via…»

E si addormentò.

La camera di Laura sembrava quella di un ragazzina: poster sui muri, computer, i libri. Avrebbe voluto leggere qualcosa e poi andare a dormire, e invece stava guardando la foto sulla scrivania. C’erano lei e Dorotea, vestite da sera. Guardavano da qualche parte a sinistra dell’obiettivo, con gli occhi ubriachi. Nessuno ci credeva mai quando dicevano di essere sorelle: Laura alta, atletica, le spalle da pallavolista. Dorotea era bionda, minuta, con gli occhi da gatta. D’estate Dorotea faceva la cameriera nel bar del paese, e si radunava sempre una cricca di vecchi e ragazzi che andavano lì solo perché dietro al bancone c’era lei…

A Laura venne il magone. Cercò d’inghiottirlo, ma era amaro e non ci riusciva. Non ci riusciva mai. Gli occhi le bruciavano e sentì sul viso quel dolore strano. Dorotea era morta da sessantaquattro giorni. Era appassita come un fiore, in neanche un mese. Leucemia era una parola che puzzava di disinfettante e di puré solubile. Suonava come le voci basse degli infermieri in corsia, alle due di mattina. Laura si nascose il viso tra le braccia, poi corse in bagno: si lavò la faccia con l’acqua gelata, si sedette sul water e rimase lì, a piangere, con la faccia affondata in un asciugamano.

Dopo un’eternità riuscì a tornare in camera. S’infilò le scarpe, prese la borsetta e scese in soggiorno. Sua mamma stava leggendo il Carlino.

«Dov’è papà?»

Sua madre abbassò il giornale.

«Non lo so. Sarà al bar. Come al solito.»

«Io esco a prendere un caffé.»

«Così poi non dormi.»

Silenzio.

«A dopo.» disse Laura.

Un mugugno da dietro la prima pagina.

Uscì con un senso di sollievo. Da quando Dorotea era morta sua mamma s’era chiusa in casa. Con lei non c’era verso di parlare. Suo padre invece se ne scappava appena poteva: diceva di andare al bar di Rocca, ma Laura non l’aveva mai visto.

La piazza di Monteombroso era già deserta: l’unica luce accesa era il bar di Yuri. Laura attraversò la strada ed entrò: c’erano quattro gatti, giusto una coppia che aveva cenato e Pal seduto ad un tavolino, davanti alla gazzetta. E Marcello che si beveva il digestivo appoggiato al bancone.

Quando lo vide Laura esitò. Anche lui doveva averla vista: gli era arrossita anche l’attaccatura dei capelli. Forse sarebbe riuscita a far finta di niente e ad uscire, ma Yuri le rovinò tutto.

«Ciao Laura.» le disse vuotando nel lavandino due bottigliette di bitter mezze bevute.

Marcello si girò appena e stirò un sorrisino imbarazzato.

«Ohi.» disse facendo il disinvolto.

Laura respirò profondamente. «Ciao.» rispose, e si avvicinò al bancone.

«Mi fai un caffé? Lungo per favore.»

Yuri se ne andò dietro alla macchina e cominciò a sbatacchiare il filtro sulla cassetta dei fondi. Laura guardò Marcello, seria.

«Avresti un minuto?»

Il Montenegro di Marcello rischiò di finire per terra.

«Sì, certo, dimmi pure…»

«Fuori, se non ti dispiace.»

Yuri tornò col caffé. Laura ci vuotò due bustine di zucchero, mescolò e mandò giù, senza neanche sentire che gusto avesse. Marcello finì l’amaro alla stessa maniera.

«Lascia, faccio io.» le disse quando la vide trafficare col portamonete. Prese il portafoglio d’in tasca e con le dita che inciampavano tra loro sfilò una carta da cinque.

Uscirono dal bar senza dirsi una parola. Laura camminò verso i giardini pubblici, con Marcello che la seguiva a un metro. Quando fu davanti all’unica panchina si fermò e si voltò verso di lui.

«Perché hai detto quella cosa, l’altra sera?»

«Quale cosa? Io…»

«Hai parlato di Dorotea.»

Lui si sedette.

«Laura, ero ubriaco, mi dispiace di aver…»

La frase cadde nel vuoto.

«Allora?»

«Mi dispiace…»

«Ti dispiace che cosa?»

«Di averlo detto mentre c’eri anche tu. Non capivo niente, io…»

Laura si sedette accanto a lui. Cercò di avere un tono dolce, ma la voce le uscì dura.

«Marcello, cosa c’è? Se riguarda mia sorella, voglio saperlo. Anche se è una stupidaggine.»

Lui si passò le dita sulla testa rapata a zero.

«Laura…io…»

«Per favore…»

Marcello sospirò.

«Io…io credevo di aver visto Dorotea, l’altra sera. Avevo bevuto di brutto, io…»

Laura sentì qualcosa muoversi nella pancia.

«Cosa?»

«Era sabato, ero appena uscito dal lavoro…»

«Ma che vuol dire?…»

«Ho cominciato a fare il giro dei bar alle sei…»

«Che significa che hai visto Dorotea?»

«Io…credo di averla vista…»

«Dove? Come fai ad averla vista? E’ morta. E’ morta da due mesi, testa di cazzo!»

Laura si accorse di essersi messa ad urlare, ma ormai la frittata era fatta. Marcello saltò in piedi, imbestialito.

«Ma che cazzo vuoi te! Ero sbronzo, ho straparlato e ti ho chiesto scusa! Sei te che vuoi sapere i perché e i percome! Se poi non ti va bene quello che ho visto allora vaffanculo e buonanotte!»

E se ne andò.

«Marcello?!»

Lui tirò dritto. Laura gli corse dietro.

«Marcello!»

Fece qualche metro, poi si fermò.

«Cosa c’è ancora?»

«Mi porteresti dove l’hai vista?»

Lui rimase imbambolato, rintronato dalla domanda.

«Adesso?»

«Sì. Domani non avrei più il coraggio. Portami adesso.»

«Ma è una cazzata, ti ho detto che avevo bevuto…»

«Non importa. Allora, mi accompagni o ci devo andare da sola?»

Marcello sbuffò.

«Però dobbiamo prendere la macchina. E’ stato sulla strada per Rocca.»

Ritornarono sui loro passi, in silenzio. Arrivarono in piazza e si avvicinarono alla Punto di Marcello, parcheggiata davanti al bar.

Laura entrò dalla parte del passeggero. C’era puzza di fertilizzante e di sigarette.

«Marcello?»

Lui era ancora fuori.

«Sì?»

«Ce l’hai una sigaretta?»

Marcello si tastò le tasche dei jeans.

«Ma tu fumi?»

«Ogni tanto.»

«Le ho finite. Aspetta che vado a prenderle da Yuri.»

«Grazie.»

Laura lo guardò caracollare verso il bar. Le venne in mente di cercare l’accendino. Passò una mano sul cruscotto, ma c’era solo molta polvere. Provò col portaoggetti sotto al freno a mano. Niente. Aprì il bauletto davanti al posto del passeggero.

Merda.

Marcello uscì dal bar e lei richiuse lo sportellino di colpo.

«Ecco.» disse lui allungandole una sigaretta attraverso il finestrino.

«Grazie. Posso chiederti un’altro favore?»

«Già che ci siamo…»

«Dovrei andare in bagno. Se torno a casa sveglio i miei, e quello di Yuri mi fa schifo…»

«Ho capito. Andiamo da me: lì non svegli nessuno.»

Il bagno di Macello sembrava il cesso di una stazione: era buio, stretto e puzzava di piscio. Gli asciugamani colorati ed un certo ordine di facciata sapevano di mamma, ma la polvere, le macchie ed i peli stavano lentamente prendendo il sopravvento.

Laura aprì la porta lentamente. Il bagno dava su un piccolo pianerottolo, ingombro di scarpe e scatoloni. La luce del soggiorno, dal piano di sotto, illuminava fiocamente le scale. Marcello era là che l’aspettava: il pensiero le dava la nausea.

Proprio di fronte c’era una porta accostata. Laura l’aprì: dentro c’era un odore acre, di serra. Entrò, si richiuse l’uscio alle spalle ed accese la luce. La camera di Marcello era un letamaio: il letto era sfatto e le lenzuola erano mezze rovesciate sul pavimento. La scrivania aveva l’aria di essere diventata un portaoggetti da parecchio tempo: tra i vestiti e le lattine vuote spuntavano pagine colorate, più che altro riviste. Laura cominciò a frugare, spostando le cose con due dita: Moto Sprint, Max, Casalinghe Golose. E poi una busta gialla, con dentro qualcosa di rettangolare e pesante. Sfilò il contenuto come se fosse una bomba. Erano fotografie, scattate un po’ ovunque: nella piazza del paese, ai giardini, in un paio di bar. In tutte c’era Dorotea. Alcune erano prese dall’alto, come se il fotografo fosse stato alla finestra; in altre qualcosa aveva coperto l’obiettivo a metà e delle bande nere tagliavano gambe e teste alle persone. Dorotea era sempre al centro, ma non guardava mai in camera: o camminava su un marciapiede, oppure leccava un gelato, o parlava con qualche ragazzo del paese.

Qualcosa si schiantò sulla nuca di Laura. Lei vide ballare tutto: cadde in avanti, sulla scrivania, e scivolò sul pavimento in una cascata di oggetti. Si ritrovò seduta contro al mobile: di fronte a lei, chiuso in un angolo, c’era Marcello, tremante, con in mano una chiave inglese.

«Oddioddioddio, scusami, cazzo, scusa, non volevo…»

Laura strinse i denti. Si toccò la nuca e sentì qualcosa di umido che le impiastricciava i capelli. Lentamente si rialzò in piedi, reggendosi alla scrivania.

«Ma che cazzo fai…»

Marcello si coprì la bocca e cacciò in terra l’attrezzo.

«Oddio, ti ho fatto male…?»

Laura raccolse una foto.

«E QUESTE CHE CAZZO SONO?!»

«Non urlare, cazzo, se ci sente qualcuno…»

«PERCHE’ LA FOTOGRAFAVI DI NASCOSTO?! EH, STRONZO MANIACO DI MERDA?!»

Marcello si sedette sul letto. Laura ebbe un fremito: aveva voglia di prendere la chiave inglese e colpirlo in mezzo alle gambe. Forse lui capì, perché cominciò a parlare, a voce bassa.

«Ma come…come hai…»

«Ho visto le altre in macchina, coglione!»

«Io…io…mi dispiace…io le volevo bene…»

«E NON BASTAVA DIRGLIELO?!»

Lui scosse la testa.

«Ma mi vedi? E poi stava con Dave, mi avrebbe riso in faccia.»

«Non la conoscevi. Io so solo che seguire la gente è morboso.»

«Non riuscivo a pensare ad altro che a lei…non resistevo…»

«E cos’era quella cazzata dell’altra sera?»

Marcello fece una smorfia, ma non parlò.

«Allora?»

Ancora silenzio.

Laura sventolò la foto. «E se queste le porto ai carabinieri?»

Marcello la guardò con odio.

«Provaci…»

«Perchè, sennò? Non sei riuscito a picchiarmi neanche con una chiave inglese!»

Rimasero zitti a studiarsi.

«Ho fatto qualcosa di terribile.» mormorò lui alla fine.

«Questo l’abbiamo già detto.»

«Non intendo le foto.»

Laura si sentì un po’ meno fredda.

«E cioè?»

«Quando ero piccolo, mia nonna mi raccontava sempre una storia…»

Laura sospirò.

«…diceva che se raccogli un fiore cresciuto sulla tomba di qualcuno e lo pianti in cantina, allora il morto torna indietro. A lei l’aveva detto una vecchia di Rocca…»

«E allora?»

«Bisogna dire certe preghiere, in una lingua strana. Mia nonna aveva scritto tutto in un quaderno. Quando Dorotea è morta io…ho cercato il quaderno e poi l’ho fatto.»

«Cosa hai fatto?»

Marcello s’alzò e s’inginocchiò davanti al letto. Infilò una mano tra la rete ed il materasso e tirò fuori un quaderno ingiallito, aperto e ripiegato al contrario.

«Ecco, guarda!»

Laura glielo strappò. Qualcuno, con una grafia stentata, aveva scritto delle sillabe sconnesse, impronuncaibili.

«Cos’è questa roba?»

«Laura, ti prego, devi credermi: ho piantato il fiore e Dorotea è rinata!»

«Tu sei scemo.»

«Laura…»

Lei lasciò cadere il quaderno sul pavimento e fece due passi indietro.

«Marcello, hai bisogno di un dottore. Sei depresso, oppure è l’alcol, ma io non posso proprio aiutarti. Mi dispiace.»

«Laura, no! L’altra sera ho detto quelle cose perché Dorotea era appena scappata! La tenevo in cantina: le portavo da mangiare e da bere. Era…è come una bimba, non sapevo cosa fare! Poi l’altro giorno…l’ho cercata dappertutto, ma non riesco più a trovarla, se la vede qualcuno…»

«PIANTALA! Smettila! Non capisci che mi fai male?!»

«Vieni a vedere la cantina. Solo per un minuto. Poi se vuoi vai pure via…»

«Ma che cazzo dici?!»

«No, no, non voglio farti male! L’hai detto anche tu, non ci riuscirei neanche! Ti prego, devi vedere quella cantina.»

«Io…»

«Ti prego…»

Restarono di nuovo senza parole, a guardarsi in faccia.

«Va bene, alzati.»

Marcello s’illuminò.

«Grazie…!»

«Taci. Hai delle forbici qui?»

«Nel cassetto, credo…»

Senza dargli le spalle, Laura si avvicinò alla scrivania. Le forbici c’erano: le lame erano tozze ed appuntite. Le prese, girò attorno a Marcello e spinse la punta contro la sua schiena.

«Fai strada.»

Grosse gocce di sudore cominciarono a correre lungo il collo di Marcello. Lentamente uscirono dalla stanza, scesero le scale e tornarono in soggiorno. Marcello prese un mazzo di chiavi da sopra un comò, poi aprì la porta d’ingresso. Sporse la testa fuori.

«Non c’è nessuno.» sussurrò «Andiamo…»

Attraversarono il cortile di casa. Era buio pesto. Dall’altra parte c’era una costruzione bassa, dalle pareti grezze, con una porta di lamiera mezza sverniciata dalla ruggine. Marcello armeggiò un poco con le chiavi, poi l’aprì. Entrò ed accese la luce: era una specie di capanno per gli attrezzi: badili, una falciatrice, tute da lavoro. Di fronte un’altra porta, di legno.

«E’ lì.» disse.

«Muoviti.»

Marcello si avvicinò all’uscio. Prese un’altra chiave e la girò nella serratura.

Entrarono. Anche lì puzza di concime. Lui accese la luce: quella stanza era quasi vuota. Quasi. Appoggiati a un muro c’erano due sacchi di plastica: uno era rotto ed aveva sparso del terriccio sul pavimento. In un angolo un piatto sporco, un bicchiere, una bottiglia d’acqua mezza vuota. Ed in mezzo c’era la pianta.

Un gigantesco bocciolo era afflosciato sul piccolo vaso di terracotta dove era stato piantato. Dal fiore spuntava un filamento biancastro e ritorto. Sul pavimento c’era una chiazza nera, rappresa sul cemento. L’aria puzzava di macelleria.

«Cosa…cos’è successo qui dentro?»

«E’ una pazzia! Ma lo sai che ore sono?»

Laura guardò Marcello ferocemente e lui si mise zitto. Erano sulla Punto e stava guidando lei. Ancora si sentiva addosso l’odore del sangue.

«Quindi è da sabato che non l’hai più vista?» chiese più che altro per cambiare discorso.

«Sì. Chissà dov’è finita ormai…»

«Se qualcuno l’avesse trovata lo sapremmo. Dev’essere qui, da qualche parte.»

«Ma ha tre giorni di vantaggio! Potrebbe anche…»

«E’ a piedi. Nessuno l’ha vista, per cui sarà nascosta. E poi dovrà pur trovarsi da mangiare.»

«Più che altro beve. Da…da me non ha mai toccato cibo. Stava sempre vicino alla finestra e guardava fuori…»

Una pianta chiusa al buio. Laura strinse i denti per la rabbia.

«E non ha mai detto niente? Non parlava?»

«Ci ha messo un po’ prima di cominciare. Ogni tanto chiamava dei nomi…ha una vocina, delle volte neanche si sentiva.»

«Chi chiamava?»

Marcello ci mise un po’ per rispondere.

«La mamma, il papà…te…era tremendo…»

Laura strinse più forte.

«Da noi però non è mai venuta.»

«Magari non l’avete vista. Oppure l’ha trovata qualcun altro e non l’ha detto a nessuno.»

«Ma chi è che se la terrebbe in…?»

Laura inchiodò, e per poco Marcello non volò contro al parabrezza.

«Ma che cazzo…!»

Laura fece inversione e ripartì a tavoletta.

«Ma dove vai? Non volevi cercare su per i castagneti?»

«Mi sono ricordata di una cosa.»

Ritornarono in paese. In piazza non c’era nessuno: Yuri ormai aveva chiuso. Laura si fermò davanti al bar, quasi in mezzo alla strada. Spense la macchina, si mise le chiavi in tasca e scese.

«Aspettami qui.» disse, e chiuse la portiera prima di sentire la risposta di Marcello.

Camminò fino a casa. La vecchia BMW di suo padre era parcheggiata lì davanti. C’era una luce accesa al piano di sopra. Laura guardò l’ora: le due.

Girò attorno all’auto ed aprì il baule: tre pacchi di minerale. Richiuse e s’infilò in un angolo, dall’altra parte della strada. Non dovette aspettare molto: quasi subito qualcuno aprì il portone.

«Dove stai andando, papà?»

Suo padre si voltò verso di lei.

«Laura…cosa ci fai ancora…»

«Vai da lei?»

Laura non si perdonò mai di aver fatto fare quella faccia a suo padre.

«No Laura, ma che…»

Lei gli andò in contro e l’abbracciò.

«Ho guardato nel baule della macchina. Vai da Dorotea, vero?»

Suo padre si sciolse dalla stretta e la prese per le spalle. Gli tremavano le mani.

«Come…cosa sai?»

«Tutto… tutta quell’acqua è per lei, vero?»

«Laura, se vedessi cos’è diventata…»

«Dov’è che l’hai nascosta?»

Le ombre sul viso di suo padre sia allungarono.

«La tenevo al castagneto. Avevo sgomberato il capanno per farla stare lì.»

«Come la tenevi?»

«E’ scappata.»

«Oddio…»

«Stasera sono andato là e lei non c’era più. Bisogna trovarla altrimenti…»

«E dove la cerchiamo?»

«Non lo so. Non può essere successo da molto. Non può mica andarsene in giro di giorno. Santo Dio, se la vedono le sparano…com’è potuta diventare così? Perché anche questo…»

La frase si spense in un guaito. Laura l’abbracciò di nuovo e lo strinse, come un naufrago con un rottame della sua nave. Sembrava passata una vita dall’ultima volta che si erano abbracciati: era stato quando gli operai avevano chiuso la bara di Dorotea. Laura si era sentita così sola. Tutta quella gente che amava sua sorella, dov’era finita quando poteva dimostrarlo? Quando non riusciva a mangiare, quando non dormiva senza la morfina. Tutti i clienti del bar, i Marcello, i

«Dave…»

«Cosa?»

«Dalle parti del castagneto, non c’è anche la casa dei genitori di Davide?»

Suo padre la guardò stordito.

«Davilli? Sì…»

«Merda. Andiamo. Dai andiamo che non c’è tempo!»

Ora nella Punto erano in tre e guidava il padre di Laura. Correvano come matti: erano già le due e mezza. Marcello se ne stava di dietro, con le braccia incrociate sul petto. Avevano preso la sua macchina per non dargli la possibilità di tagliare la corda. Tutti guardavano fuori, in silenzio: i discorsi erano finiti davanti al bar. Il padre di Laura aveva ascoltato il racconto di Marcello senza dire una parola.

Laura si scrollò, ma il mal di testa rimase lì dov’era. Le bruciavano gli occhi, ma il cuore le batteva troppo e non riusciva a sentire il sonno.

Dave era seduto sul divanetto della sua casa nel bosco: era a cavalcioni su un bracciolo, la schiena schiacciata contro al muro. Dorotea gli stringeva le braccia attorno alla vita e cercava la sua bocca. Dave si dimenava, disperato: cercava di liberarsi, ma non ci riusciva. Lei lo baciava dappertutto, lo accarezzava. Gli passò una mano sulla bocca ed un germoglio che le spuntava da sotto un’unghia sfiorò il naso di lui. Poi Dorotea non c’era più: il padre di Laura stava parlando con Dave. Il ragazzo era in mutande e maglietta ed aveva l’aria insonnolita. Gambe muscolose, da calciatore, i pettorali piccoli e solidi che segnavano arrogantemente il bianco della t-shirt. Sta arrivando qui, è un mostro… ma Dave lo guardava divertito e non stava neanche a sprecare il fiato per rispondergli. Poi c’erano loro tre, in cerchio attorno a Dorotea. Lei stava mettendo radici nel prato. No, no, vi prego, diventerò una pianta, un albero, ve lo prometto, non mi vedrà nessuno. Il padre di Laura aveva il fucile che usava a caccia, quello che ammazzava i cinghiali. Teneva la canna puntata contro la fronte di Dorotea, in mezzo ai suoi occhi da gatta. Le guance ispide erano rigate dalle lacrime.

«Laura?»

Laura sussultò. Era di nuovo sul sedile della punto. Suo padre le stava scuotendo una spalla.

«Mi…mi sono addormentata…»

«Siamo arrivati.»

Al posto della strada adesso c’era un sentiero sterrato, buio, stretto tra i castagni. Il bosco s’aprì all’improvviso e si ritrovarono in una specie di radura. Davanti c’era la casa di Dave: al pian terreno c’era la luce accesa.

Il padre di Laura spense il motore.

Marcello attaccò subito. «E adesso?»

«Bisogna avvertirlo.» disse lei.

«Eh?!»

«A quest’ora è ancora sveglio?» chiese suo padre.

«Domani non deve mica andare a lavorare.»

«Ma sono le tre! Quello non ci apre neanche la porta! E poi cos’è questo…»

Il padre di Laura fece un gesto brusco e Marcello lasciò la frase a metà. C’era uno strano rumore, come un battito. Saltarono tutti fuori dalla macchina. Dalla casa arrivavano come dei gemiti. Sembrava che qualcuno stesse facendo uno sforzo terribile, ripetuto, ritmato da un battere sordo.

«No…»

Laura corse. S’attaccò al campanello di casa e cominciò a bussare contro la porta.

«DAVE! DAVE! APRI DAVE!»

Il rumore cessò. Laura sentiva il cuore che le batteva in gola. Dentro, un interruttore scattò con uno schiocco. Dei passi si avvicinarono.

La porta s’aprì e lei si ritrovò davanti a Dave. Aveva una maglietta gialla ed un paio di jeans, dal colore ormai indefinibile. Era inzaccherato di un qualcosa di lattiginoso, verdastro. Aveva il fiatone, la fronte lucida di sudore.

«Cosa volete?»

«Lei…è qui?»

Dave la guardò negli occhi e Laura, improvvisamente, capì. Dietro la faccia da spaccone, in fondo agli occhi celesti, Laura scorse qualcos’altro, qualcosa che aveva visto anche Dorotea.

«No. Non c’è più.»

«Cosa vuoi dire?» disse il padre di Laura.

«E’ venuta qui qualche ora fa. L’ho portata in cantina e ho messo a posto tutto. Non dovete più preoccuparvi di niente.»

«Cristo santo! Ma cosa le hai…»

«I miei ci tengono la legna, di sotto. Se può servire a qualcosa, secondo me non lo sentiva neanche, il dolore.»

«L’HAI AMMAZZATA?!»

Dave non fece una piega.

«E voi, invece, cosa le avete fatto?»

Laura era rapita: la maschera di Dave, da così vicino, non riusciva a nasconderlo. Aveva fatto a pezzi qualcuno a colpi d’accetta, ma nei suoi occhi c’era pietà.

Nessuno riuscì più a dir niente. Dave tornò in casa, sbattendo la porta.