Matteo entrò nel bar di Yuri senza salutare. Si tolse il berretto, lo piegò in due e appoggiò i gomiti sul bancone. Tutti guardavano in alto, verso la televisione. C’era il telegiornale: erano le solite cose, ma stavano tutti zitti. Allora anche Matteo si mise a guardare in silenzio, con la testa all’insù.
Alla fine Yuri si accorse di lui.
«Dimmi, Matteo.»
«Un nocino.»
Yuri cercò la bottiglia sul ripiano, poi gliene versò uno.
«Se, se, va là c’l’è un bèl schiv!»
Matteo si voltò distrattamente.
«Mmh?»
«Ho detto che è un bello schifo! Tu cosa dici, Matteo?» gli ripeté Mario.
Mario Balestri era un montanaro alto e secco, sulla trentina. Camicia a righe, pantaloni color senape, cintura di finto pitone. Matteo lo guardò smarrito.
«Ah sì, sì… m’immagino… cos’è che han detto?…» disse bevendo un sorso di liquore.
«Le tasse! Con ‘sta finanziaria dell’ostia, quasi quasi mi conviene fare il barbone!»
«Non dirlo a me.»
«Eh va là,» a Matteo arrivò una gran pacca sulla spalla «che state bene voi dipendenti! Ferie pagate, se vi ammalate vi mettete in mutua. Sono io che se non vendo non mangio!»
«Se gli chiude la fabbrica non sta bene neanche lui.»
Si voltarono tutti. Andrea era appena entrato nel bar.
«Oh, è arrivato il commercialista!» gli fece Mario «Come andiamo dottore?»
«Si fa quel che si può.» disse appoggiandosi al bancone. «Dai un digestivo anche a me, Yuri?»
«Allora,» riattaccò l’altro «cosa mi consigli per risparmiare qualcosina?»
«Di tasse? Basta che firmi una liberatoria e puoi dichiarare quello che vuoi.»
«Voi non c’entrate mai niente, eh? Avete una bella paura di andare in galera.»
«Eh! Al limite mi arriva una multa. Con quello che mi fa fare la gente…»
«Tipo?» chiese Yuri riempiendo un bicchierino di grappa.
«I peccati dei clienti li tengo per me. Come i preti.»
«Sì, siete tutti dei santi! Ma alla fine gli inghippi li fate voi e a pagare sono sempre gli altri.» disse Mario.
«Io presento dei fogli allo stato, compilati come dicono i miei clienti. Se poi mi fanno scrivere che la Mercedes è un autocarro o che la barca la usano per le consegne, non posso farci niente.» diede una sorsata «Altrimenti, come dicevi tu, non mangio.»
«Hai una bella fantasia, però!»
«Mi basta la fantasia dei miei clienti. Non so cosa faccia il tuo, di commercialista.»
Mario si avvicinò a Andrea.
«Guarda che se fosse per quelli là» e indicò la televisione «io davvero non mangerei.»
«Me lo dicono venti volte al giorno.»
«Controllano solo noi che siam piccoli, quelli che rubano davvero…»
«…non li vanno mai a disturbare. Anche questa è vecchia.»
Mario si scurì.
«Guarda, ragazzo, che io lavoro. Quei porci dei politici si fanno i loro comodi senza tanti rimorsi.»
«Magari abbiamo i governanti che ci meritiamo. Alla fine, quelli che pagano per tutti, sono loro.» e fece un cenno verso Matteo «Imposte addebitate in busta paga, senza neanche aver visto i soldi. Loro non si possono inventare niente.»
«Buoni anche quelli! Se lavorassimo tutti non ci sarebbe bisogno delle tasse, te lo dico io.»
Yuri guardò Matteo e sorrise, scuotendo la testa. Matteo fece una mezza smorfia, inespressiva.
«Le tasse, in teoria, servirebbero per darci dei servizi.» continuò Andrea.
«Sì, la cassa integrazione per una manica di lavativi! Bei servizi, davvero! Quando ho avuto bisogno io, nessuno mi ha mai dato una lira!»
«Tu ci stai proprio bene per i fatti tuoi, eh?»
«Sicuro! E gli altri che si arrangino!»
«Si raccoglie quel che si semina, dicono…»
«Va bene, ho già capito. Vado via, che è meglio.» Mario rovistò nel portafogli e buttò una banconota sul bancone. «Grazie per la compagnia.» E se ne andò.
Anche Matteo mise mano al portamonete.
«Quanto ti devo…?»
Andrea lo fermò con una mano.
«No, lascia, faccio io. Quant’è con la grappa?»
«Tre e sessanta.»
«Dai, ti accompagno, che tanto torno a casa anch’io.»
Uscirono. Matteo si chiuse la zip della felpa.
«Cazzo, ma hai freddo? Guarda che siamo in luglio!»
«Io un po’ di freschino lo sento.» e s’accese una sigaretta.
«Posso rubartene una?»
«Come no.»
Camminarono per qualche minuto, fumando in silenzio.
«Ci sarai domenica, vero?» disse Andrea «Ci tiene tanto anche Chiara!»
«Ci mancherebbe.»
«Mi fa piacere.» guardò l’orologio «A proposito, vado che Chiara mi aspetta. A domenica, ok?»
«Va bene.»
«Ciao, allora.»
«Ciao.»
Matteo lo guardò allontanarsi lungo la piazza. Si chiuse di nuovo la zip, ma era già a fine corsa.
Aprì il portone e salì in casa. Buttò il cappello su una sedia e si sedette sul letto. Guardò l’ora: quasi l’una. Accese la televisione. Una bionda con due seni enormi aveva una mano infilata nelle mutandine e fingeva di masturbarsi. Guardava in camera e si leccava le labbra con la punta della lingua. Matteo socchiuse gli occhi.
«Buongiorno!»
Erano le sette del mattino, e si sudava già a star fermi.
Matteo rispose alzando la mano. Ermanno si avvicinò spedito.
Nessuno sapeva esattamente quanti anni avesse Ermanno: tutti se lo ricordavano già lì dal loro primo giorno alla Panaro Meccanica.
In lontananza si sentiva abbaiare Romeo.
«Senti com’è contento!»
«Ci credo, tutta notte senza vedere nessuno.»
Ermanno aprì il cancello.
«’Stamattina cominci presto.»
«Oggi esco prima.»
«Come mai?»
«Devo comprarmi un vestito. Domenica ho un matrimonio…»
«Ah, il figlio di Preti! E’ vero che si sposa.»
«Mmh.»
Si sentì una bicicletta che scendeva a ruota libera. Pallotti, per tutti Pal, s’infilò nel piazzale dell’officina. Frenò e scese dal sellino.
«Buongiorno.»
«Buongiorno.»
«Ciao.»
Romeo continuava ad abbaiare.
«Sei già qui anche tu, Matteo?»
«Sì, devo uscire prima.»
«Dov’è Romeo? Di solito viene a far le feste.»
«Bel cane da guardia!» disse Ermanno e infilò le chiavi nella porta del capannone.
Entrarono. Pal abbassò gli interruttori del quadro e i neon s’accesero ticchettando.
«Caffé?» propose.
Matteo fece di sì con la testa. Si avvicinò al distributore automatico, infilò la chiavetta e pigiò un paio di bottoni. I bip bip della macchina si persero nel soffitto dell’officina.
«Che impressione che fa, quando le macchine sono spente.» disse Pal.
«Mmh.»
«Ma non hai caldo con la felpa?»
«Sento gli spifferi.»
Biiiiip. Matteo prese il suo caffé.
«Certo,» disse «che anche questo è meglio di quello di Yuri. Ma come fa a farlo così schifoso?»
«Ah, non lo so. Secondo me lo allunga con la segatura.»
«MATTEO!» sbraitò Ermanno dall’ufficio «VAI A FAR TACERE ROMEO! NON HA ANCORA SMESSO UN MINUTO!»
«ARRIVO!»
Matteo sbuffò e buttò il bicchiere di plastica nel bidone. Si tolse la felpa, la cacciò nel suo armadietto e uscì.
Nel piazzale non c’era ombra del cane, si sentiva solo abbaiare.
«Ma dove cavolo sei?»
Cominciò a girare a caso attorno al capannone. Quando i latrati si avvicinarono, girò l’angolo. Romeo, un mezzo pastore tedesco, stava davanti al cassone del metallo, una specie di container dove buttavano la riccia e i pezzi usciti male. Romeo si sgolava, puntando verso l’alto. Ogni tanto saltava e cercava di arrampicarsi sulle lastre di metallo.
Nell’aria c’era una strana puzza.
Matteo si avvicinò.
«Buono Romeo! Cos’hai da abbaiare?»
Ma non smetteva. Lo guardava, poi puntava di nuovo la cima del cassone.
Matteo lo accarezzò dietro alle orecchie.
«Ma cosa c’è? Ci hanno buttato un altro gatto morto?»
S’aggrappò alla sommità della lamiera e fece forza sulle braccia.
Ci mise un po’ per capire cosa stesse guardando. Lì per lì, gli sembrò un mucchio di stracci sporchi. La puzza era nauseante. Poi distinse la scarpa.
E svenne.
La prima cosa che vide quando riaprì gli occhi fu la faccia di Ermanno.
«Matteo, stai bene?»
«EVVIVA GLI SPOSI!»
La piccola folla di parenti e amici cominciò a lanciare riso e coriandoli. Qualcuno tirò anche dei maccheroni. Andrea fece galantemente scudo a Chiara con la schiena. Quando la pioggia si calmò, si tolse gli occhiali e si scompigliò i capelli. Chiara scrollò il velo e fece cadere uno scroscio di chicchi sul selciato della chiesa. Tutti quanti applaudirono.
Matteo si mise in fila per fare i complimenti allo sposo e baciare la sposa. Quando fu il suo turno abbracciò Andrea.
«Auguri.»
«Grazie, Matteo.»
In due e due quattro fu portato alla deriva dalle ondate di invitati. Si ritrovò in un angolo del sagrato. Si accese una sigaretta e si chiuse nella giacca.
Quel giorno era arrivato tra mille ostacoli. La morte di Mario aveva, ovviamente, mandato all’aria tutto. In più, la polizia aveva sentito e risentito tutte le persone che l’avevano visto prima della morte. Matteo aveva dovuto scendere a Modena quattro volte, più tutte le visite che gli investigatori gli avevano fatto a casa. Andrea, che la notte stessa aveva discusso con Mario davanti a tutto il bar, era stato massacrato. Convocazioni in questura, telefonate dei parenti, colloqui con avvocati. E in mezzo un matrimonio da organizzare.
Il capannello cominciò a sfilacciarsi. Salirono tutti in macchina, col condizionatore al massimo, in coda verso il ristorante. Il pranzo era un buffet, servito nel giardino di un agriturismo, parecchio fuori Rocca. Quattro pini marittimi, finiti chissà come sull’Appennino modenese, facevano ombra al cortile di una vecchia casa colonica. Il fienile, aperto su due lati, era diventato una specie di grande sala da pranzo. La gente andava e veniva dai piccoli gazebo, dove camerieri in giacca bianca servivano aperitivi ghiacciati. Foto dopo foto, bitter dopo bitter, si arrivò agli antipasti.
Matteo si guardava attorno e riconosceva tutti. Parenti degli sposi, amici, addirittura i compagni di università. Tutti erano passati da Monteombroso. Adesso sembrava che nessuno volesse più rimanerci. Ridevano e scherzavano, e più vivevano vicini al paese, più si sforzavano di farla sembrare una bella giornata di festa. Ma quando finivano gli argomenti c’era sempre qualcuno che guardava in basso. Come dire: Umberto Maccapani è morto da neanche un anno, e adesso anche questo.
Quando vennero serviti i primi, a Matteo girava già la testa. Erano le tre del pomeriggio e non c’era un filo di vento, ma il vino andava via lo stesso. Matteo era seduto al tavolo degli amici dello sposo. Si era tolto la giacca e allentato la cravatta, quella che avrebbe comprato un mese fa, se non avesse trovato un cadavere. Le gocce di sudore gli correvano dietro alle orecchie, lungo il collo, fino ai fianchi. Un altro meccanico dell’officina aveva cominciato a cantare, e tutti a seguirlo. Nei piatti insalata di cereali, pasta fredda, affettati. A metà dei secondi sollevarono Andrea di peso e lo buttarono nel laghetto, facendo scappar via due cigni accaldati. Chiara rideva, con le mani giunte davanti alla bocca. Prima del dolce i ragazzi di Caiano, amici dello sposo, montarono tastiere, amplificatori e batteria e cominciarono a suonare. Il sole era già basso. I parenti più anziani se ne andavano con le bomboniere in mano. Matteo era seduto al tavolo, mezzo ubriaco. Sentì un brivido di freddo. Ripescò la giacca, tutta impolverata, e se l’infilò. Cinque sedie vuote più in là, una ragazza di Monte della Corona era seduta sulle ginocchia del fidanzato di Rocca. Parlavano e si guardavano negli occhi. Marcello, il volontario dell’ambulanza, ballava in mezzo al cortile, completamente sbronzo, con la cravatta legata attorno alla testa.
Matteo era stato uno dei pochi a vedere il cadavere di Mario. Ermanno lo aveva trovato svenuto sotto al cassone dei rifiuti metallici. Anche lui aveva visto cosa c’era là dentro e non aveva permesso a nessuno di guardare.
Di Mario erano rimaste più ossa che carne. La polizia aveva detto che era impossibile capire cosa l’avesse ucciso. Forse un cinghiale aveva fatto scempio del cadavere. Forse qualcuno gliel’aveva dato in pasto per nascondere i segni di un omicidio. O forse era morto d’infarto, da ubriaco, e poi l’avevano trovato dei cani randagi. Forse.
Ma il paese, la provincia e i giornali pensavano qualcos’altro. Era di nuovo la belva. Aveva ucciso Umberto solo un anno prima e nessuno l’aveva mai trovata. Monteombroso era di nuovo in prima pagina e chissà, forse poteva fare anche una prima serata.
Matteo si accese un’altra sigaretta. Ormai s’era fatto buio. Chiara ballava con suo padre, in mezzo al cortile dell’agriturismo. Andrea li guardava seduto al tavolo, con un bicchiere di vino in mano. I fidanzatini avevano smesso di parlare e guardavano la fine della festa, abbracciati. Matteo alzò il bavero della giacca.
Matteo venne stringendole il culo tra le mani. Giovanna, a cavalcioni sopra di lui, continuò ad assecondarlo, dondolando ancora qualche volta. Poi si alzò sulle ginocchia, lasciandolo scivolare fuori di lei. Scese dal letto e andò in bagno, chiudendosi la porta alle spalle.
Matteo, nudo sulle lenzuola, rabbrividì per il freddo. Cercò le mutande e se le infilò. Poi frugò nella giacca e tirò fuori le sigarette.
«Ti ho detto di non fumare. La puzza mi fa schifo.»
Giovanna era già uscita. Si era rimessa le mutandine e stava armeggiando col ferretto del reggiseno. Aveva un fisico solido, da montanara. Il pizzo nero sollevò i suoi seni un po’ cadenti.
«Scusa. Sono un po’ ubriaco.»
«Ho visto. Non venivi più. Rivestiti dai, che c’è mio figlio che dorme.»
«Mmh.»
Matteo cercò i pantaloni.
«Guarda che li hai lasciati sulla sedia.»
«Ah.»
I pantaloni, la camicia e tutto il resto erano sulla seggiola vicino alla porta. Chissà perché la giacca se l’era portata a letto. Cominciò a sentire un cerchio alla testa.
«Sei stato al matrimonio di Andrea?» gli chiese Giovanna allacciandosi la gonna scura.
«Mmh»
«Che cafone» disse lei sorridendo «non mi ha neanche mandato una bomboniera.»
Matteo la guardò interrogativo.
«Con tutte le volte che è stato qui!»
«Andrea?!»
«Cosa credi, io qui vi ho visti tutti.»
«Non me lo immaginavo.»
Giovanna raccolse tra le mani la maglia elasticizzata, dello stesso colore della gonna, e vi infilò la testa.
«Oh, viene, viene. Mi sa che con la Chiara le cose non vanno mica tanto bene. A letto almeno. Ma tu domani non lavori? Guarda che ore sono!»
Matteo finì di allacciarsi la camicia e si cacciò la cravatta in tasca. Poi prese in mano il portafogli.
«Ho preso un giorno di ferie. Cento, vero?»
«Lascia stare. Offre la casa.»
«Mmh?»
«Non avevo voglia di stare da sola. Eravate tutti al matrimonio.»
Matteo si domandò cosa si dovesse mai dire in questi casi.
«Ah. V…va bene. Grazie…»
«Non dirlo in giro, eh? Se no si presentano tutti qui a chiedere gli sconti.»
«Va bene. Ciao, allora…»
«Mi offri una sigaretta?»
«Ma hai detto…»
«Fuori.»
«Ah. Ok.»
Giovanna fece strada fino in giardino. Si fermarono davanti alla porta di casa. L’unica luce era la luna, quasi piena. Matteo le porse una sigaretta. Lei la prese e se la fece accendere sporgendo il viso verso l’accendino. Poi, finalmente, anche Matteo riuscì a fumare.
«E’ vero che hai visto il cadavere di Mario?»
Lui la guardò e annuì
«Sì.»
«Era…era davvero così…»
Matteo fece di sì.
«Secondo te è stato…»
«Non…non lo so. Magari era già morto davvero quando l’hanno conciato così. Lo conoscevi?»
«Veniva qui anche lui. Era un pezzo di merda. Credeva di poter fare tutto solo perché pagava. Tutte le volte che me lo faceva fare…dietro…»
Giovanna si coprì gli occhi e cominciò a piangere.
Matteo la guardò disorientato.
«Ma…»
«In sei anni…è stato l’unico che mi ha mai dato una mano. Delle volte veniva qua e mi lasciava dei soldi…senza far niente…. faceva sempre il regalo a Giulio per il suo compleanno …»
Matteo aggrottò le sopracciglia.
«Mio figlio.»
«Ah…»
Rimasero così per qualche minuto. Lei piangeva e Matteo la guardava, ammutolito. Alla fine Giovanna si calmò.
«Scusami. Non sapere con chi parlarne…non ce la facevo più…»
Matteo le mise le mani sulle braccia e la baciò su una guancia. Poi, quasi subito, si staccò. Si guardarono.
«Mi…mi dispiace. Non lo sapevo. Io…ci vediamo, va bene?»
«Sì, certo. Buonanotte. E grazie.»
Andrea e Chiara oggi sposi
Il foglio sventolava attaccato allo stop della piazza. Dopo tre giorni, ce n’erano ancora appiccicati per tutto il paese.
Matteo lo guardava, sprofondato nella sedia del bar. Al mattino, quando si era presentato in officina, aveva trovato un carico di pezzi ribaltato sul piazzale. Lui e Pal li avevano raccolti e portati dentro uno per uno, quindici chili alla volta.
Era così stanco che gli si chiudevano gli occhi. Non riusciva ad addormentarsi solo perché aveva troppo freddo. S’era alzato un vento leggero e il tramonto era coperto dalle nuvole.
Matteo cercò di stiracchiare la schiena piegandosi in avanti, ma il dolore lo fece bestemmiare tra i denti. Si rimise seduto e finì la birra, ingollando l’ultimo sorso ad occhi chiusi. Quando li riaprì vide Paola che attraversava la piazza.
Paola era una delle tre ragazze nate a Monteombroso nel ‘78. Lei, Chiara e la figlia maggiore di Ricci, Laura, non avevano passato un solo giorno delle loro vite senza vedersi.
Paola si guardava attorno disorientata. Vide Matteo e deviò bruscamente verso il bar. Attraversò la strada di corsa e si fermò sulla soglia della veranda.
«Hai sentito?» gli disse col fiatone.
Matteo scosse la testa.
«Andrea non si trova più!»
«Eh?»
«Andrea! E’ da ieri che non torna a casa!»
«Cazzo.»
«La Chiara s’è sentita male! Dai vieni, che c’è anche il dottore!»
Matteo uscì dal bar, gridando a Yuri che la birra gliela pagava domani. Paola era già ripartita.
Trovarono il portone di casa aperto. Salirono le scale a due gradini alla volta ed entrarono nel piccolo appartamento, fresco d’imbiancatura. Nella camera da letto, Chiara era sdraiata con due cuscini sotto i piedi. Aveva addosso una tuta celeste e i capelli biondi legati dietro alla nuca. Il dottor Ferrei, un ometto dagli occhi decisi, le stava seduto accanto. Quando Paola e Matteo entrarono nella stanza, Chiara fece per alzarsi a sedere, ma Ferrei la trattenne delicatamente.
«Calma, calma. Li puoi salutare anche da sdraiata.»
«Stai meglio Chiara?» partì Paola.
«Sì, sì. E’ stato solo un capogiro.»
Matteo guardò il dottore.
«Solo un po’ di stress. Paola, hai trovato le gocce?»
«Sì, sì, eccole.» rispose, e tirò fuori da una tasca una scatolina blu e bianca.
«Dalle pure a me.» disse Ferrei alzandosi in piedi «Queste le usiamo solo se non riesci riposare, va bene Chiara? Adesso cerca di dormire un po’.»
«Ma cos’è successo?» chiese Matteo.
«Stavo parlando con Paola, poi ha cominciato a girarmi la testa…» disse Chiara.
«Ero qua e mi è cascata per terra così, da un momento all’altro!»
«Hai sentito il dottore, sono solo un po’ stanca…»
Ferrei, intanto, ripose il fonendo nella sua borsa. Si era appoggiato al comodino dall’altra parte del letto. C’era un libro e cominciò a sfogliarlo, distrattamente.
«Non le ho offerto niente, dottore…»
«Non preoccuparti, Chiara.»
«Ma almeno un caffé!» disse Paola «Glielo preparo io.»
«Un caffé quasi quasi…però, faccio da solo. Posso permettermi? Così tu rimani a farle compagnia, Paola. Chiara mi ha già visto abbastanza per oggi.»
«Ma dottore, non è mica un problema…»
«Tranquille, tranquille, riesco ad arrangiarmi. Tu, Matteo? Un caffé?»
Matteo fece di sì con la testa. Seguì Ferrei in cucina. Il medico cominciò ad aprire le ante della dispensa.
«”E’ possibile che il Dinofelis fosse un predatore specializzato in primati? Che fosse la Nostra Bestia? Il nemico per eccellenza, che ovunque andassimo ci faceva, furtivamente e scaltramente, la posta? Ma sul quale, alla fine, avemmo il sopravvento?”»
«Prego?»
Ferrei sorrise.
«E’ il libro che c’è sul comodino di Andrea. Aveva…ha sottolineato queste righe.»
«E che libro è?»
«”Le vie dei canti”. E’ il racconto di un viaggio in Australia. A un certo punto lo scrittore si mette a parlare di una sorta di tigre preistorica.»
Da come il dottore lo guardò, Matteo capì di aver fatto una faccia stravolta.
«Lo so perché l’ho letto anch’io. Strano, in un libro del genere, evidenziare proprio quelle frasi. Non trovi?» disse armeggiando con la caffettiera «Qui in casa ci sono parecchi libri di antropologia. Non credevo che Andrea fosse un appassionato.»
Ferrei finì di preparare il caffé. Mise la moka sul fuoco e si sedette. Matteo lo guardava, in piedi.
«Matteo, tu sei amico di Andrea, vero?»
«Certo… perché?»
«Conosci la vecchia di Rocca? Quella che fa le tisane, legge le carte e via dicendo? La zia del povero Luca Ferrioli.»
«Sì, di vista…»
«Matteo, io sono convinto che lei sappia qualcosa. Del perché Andrea è sparito e anche di…Mario…»
«Eh?»
Il dottore lo guardò e sospirò.
«Matteo io…ti prego, ascoltami. Vai da quella donna e chiedile di quello che ti ho detto. Del Dinofelis e di Andrea. E anche di Umberto Maccapani. Se io potessi…se io avessi la forza lo farei di persona. Ma non voglio più rivederla.»
«Ma perché non lo dice alla polizia?»
«Mi prenderebbero per matto. Proprio come stai facendo tu. Credimi: lei può aiutarti. E forse può aiutare anche Andrea.»
La casa della vecchia di Rocca cadeva a pezzi. Era un podere, cinque minuti d’auto fuori dal paese. In un qualche passato dovevano averci vissuto dei contadini, ma ora era circondato da rottami arrugginiti e erbacce.
Toc. Una goccia cadde sul tettuccio della macchina. Il cielo s’era fatto scuro. Matteo si chiuse la zip della felpa fin sotto al mento ed uscì. Fece di corsa i tre metri che lo separavano dalla porta della casa, sotto la pioggia che cadeva sempre più forte. Dalle finestre usciva una luce tremolante, come quella di un camino. Cercò un campanello da suonare, ma non trovò nulla. Bussò sulla porta di legno.
«Signora…?»
Non sapeva neanche il suo nome.
Da dentro nessun rumore. Il suo maglione era già zuppo.
«Signora!?»
«Sì?»
Gli rispose una voce rauca e bassa, né di uomo né di donna.
«Signora, mi chiamo Mazzei. Sono di Monteombroso. Avrei bisogno di…»
La porta si aprì e Matteo si trovò davanti alla vecchia. Era due spanne più bassa di lui, avvolta in un groviglio di scialli.
«Lei è…»
«Entra, ti stai bagnando.»
La donna si fece da parte e Matteo entrò in casa. Dentro c’era un odore acre, che rivoltava lo stomaco. La muffa si stava mangiando il poco intonaco che ancora resisteva sui muri.
La vecchia fece strada in cucina e si sedette su una sedia malandata. Matteo rimase in piedi sulla soglia. La stanza era illuminata da una candela, appoggiata su un tavolo deformato dall’umidità. Non c’erano pentole, né stoviglie. Una parete era occupata da scaffali. Barattoli pieni di qualcosa di scuro. Un gatto tigrato urinò contro un muro e uscì dalla stanza, guardando Matteo con diffidenza.
La vecchia lo fissava in silenzio, le mani raccolte in grembo.
«Lei…lei sa che Andrea Preti…»
«E’ sparito. Sì, lo conosco.»
Matteo si era aspettato di sentirsi parlare in dialetto. La vecchia aveva un italiano praticamente senza accento.
«Mmh. E non è che…?»
«No. Non lo so dov’è finito.»
«No, no, non volevo dir questo…non sa se questa cosa…e anche quello che è successo a Mario Balestri…sa se potrebbe c’entrare con un certo Di…»
Come diavolo si chiamava quella bestia?
La vecchia sospirò.
«Ti manda Ferrei?»
Matteo trasalì.
«E magari penserà anche che sia colpa mia. Siediti.»
Matteo si sedette davanti alla donna. La sedia gemette sotto il suo peso.
Una goccia piombò dal soffitto e si schiantò sul tavolo.
«Io conosco molte favole. Vuoi sentirne una?»
Matteo non rispose.
«Un tempo, prima del nostro primo ricordo, gli uomini vivevano come bestie. Dormivano nelle caverne e mangiavano piccoli animali a cui persino loro riuscivano a dare la caccia. Ancora non avevano inventato nessun dio: tremavano quando cadevano i fulmini e si nascondevano quando sentivano i lupi aggirarsi attorno ai loro pagliericci. Se li sentivano. Il Dio Di Allora aveva creato il mondo così, a sua immagine: vite e morti, fino alla fine dei giorni.
Gli uomini avevano paura di tutto, ma più di tutto avevano paura del Cacciatore. Il Cacciatore era un animale gigantesco, un predatore feroce che si nutriva di carne umana. Era uno soltanto, ma da solo riusciva a impedire che gli uomini diventassero numerosi. Era la voce del Dio Di Allora, che ricordava al mondo chi lo avesse creato. Era così spietato che la sua paura scorre ancora nelle vene degli uomini. I bambini lo vedono nelle stanze buie e lo sentono muoversi sotto al letto.
Un giorno un uomo vide un leone rincorrere una zebra, rimasta isolata dal branco. Il leone le aprì la gola, e cominciò a sbranarla che ancora si muoveva. L’uomo allora capì: il Cacciatoreriusciva a uccidere gli uomini perché vivevano soli, ognuno coi suoi cuccioli, la sua donna e il suo pagliericcio. Ma se gli uomini gli avessero dato la caccia tutti assieme, forse sarebbero riusciti ad ammazzarlo.
L’uomo girò per tutta la savana, albero per albero, grotta per grotta. A ogni suo simile chiedeva di unirsi a lui, per stanare il Cacciatore. Molti si rifiutarono, impauriti dalla sola idea, qualcuno lo allontanò tirandogli pietre e bastoni. Ma molti altri accettarono.
Così, un giorno, quando il sole era alto e il Cacciatore dormiva, gli uomini lo colsero, per una volta, di sorpresa. Lo trafissero con le loro lance di legno e gli strapparono il cuore. Liberarono il mondo dal grande predatore e l’uomo poté riprodursi e diventarne il padrone.
Ma l’uomo non aveva fatto i conti con la propria natura. Dimenticò in fretta quella prima lezione: iniziò a credere che facendo il proprio interesse, pensando per sé, avrebbe fatto l’interesse di tutti. Ricominciò a vivere solo, più solo ancora dei tempi in cui il Cacciatore uccideva i bambini nel sonno. E ancora oggi lo spirito del Cacciatore, assetato di vendetta, fiuta i più soli tra gli uomini. E li sbrana.»
Matteo aveva voglia di fumare.
«Andrea Preti si è presentato qui da me» disse la vecchia «proprio come hai fatto tu. Parlava di un Dinofelis, o qualcosa del genere. Io gli ho raccontato questa storia. Mi ha chiesto se c’è un modo per attirare lo spirito del Cacciatore.»
«E lei?»
«Gli ho raccontato la fine della favola.»
Sul tavolo ormai si era formata una pozza. Le gocce continuavano a cadervi dentro, schizzando dappertutto.
«Credo di non aver altro da chiederle.» disse Matteo alzandosi «Mi scusi se l’ho disturbata.»
La vecchia non si mosse. Matteo abbozzò un saluto e uscì dalla cucina.
Aveva già una sigaretta in bocca, quando la voce della vecchia lo fermò a cavallo della porta.
«Quello che dovresti chiederti, Matteo, è: perché Andrea voleva far sbranare qualcuno?»
Matteo si richiuse la porta alle spalle. Come faceva a sapere il suo nome di battesimo?
Matteo suonò il campanello.
“Sì?”
«Sono Matteo, Chiara.»
Il portone di casa si aprì con uno scrocco.
Matteo chiuse l’ombrello e salì. Chiara lo aspettava sulla soglia.
«Vieni, entra pure.»
«Disturbo? Sono passato a vedere come stai…»
«Non ti preoccupare. Stavo guardando la televisione.»
Matteo guardò l’orologio: le dieci. Era stato nella doccia quasi un ora e ancora si sentiva addosso l’odore di piscio di gatto.
Entrarono nella cucina. Il piccolo televisore era acceso. Sul tavolo un bicchiere vuoto, un posacenere pieno e un cellulare. Lei si appoggiò a un mobile, Matteo rimase in piedi.
«Vuoi un po’ di camomilla? Mi sa che ormai è fredda. Birra non ne ho, se vuoi ti faccio un caffé…»
«No, no, non disturbarti. Te l’ho detto, sono solo passato a vedere se avevi bisogno di qualcosa.»
«No, credo di no.» sorrise stancamente «Ma se mi offri una sigaretta…»
Matteo tirò fuori il pacchetto di Camel e glielo allungò.
«Ne hai solo una…»
«Prendi, prendi. Ho una stecca a casa.»
Chiara prese la sigaretta. Matteo gliela accese. Lei guardava fissa il telefonino.
Matteo fece un respiro profondo: «Andrea e Mario Balestri si conoscevano bene?»
«Non credo…penso poco più che di vista. Perché?»
«No, è che…mi hanno raccontato una storia assurda, ma mi ha fatto pensare. Non è che li hai mai visti litigare o roba del genere, eh?»
Chiara scosse la testa. Poi singhiozzò e per poco la sigaretta non gli cadde per terra.
«Che succede?»
«Scusami…non credevo che si sapesse in giro…»
«Che cosa?»
«Di me e di Mario…»
«Eh?»
Chiara sbarrò gli occhi.
«Ma tu hai detto…»
Matteo era stordito.
«Cosa vuol dire “tu e Mario”?»
Chiara scoppiò a piangere.
«Andrea…lui non riesce…insomma a letto…dice che è solo con me…»
«Tu…»
«Mario ci provava. Ci ha sempre provato. Io…io…»
«E Andrea vi ha scoperti?»
«Andrea l’ha sempre saputo.»
Matteo non riusciva a guardarla.
«Non hai idea di dove possa essere andato?»
«Ogni tanto andava via, quando voleva stare da solo. I suoi gli hanno lasciato una casa, dai sassi di Caiano. Quando tornava era più…più sereno…oddio…»
Un’altra lacrima le scese lungo il naso.
«E non l’hai ancora detto a nessuno? Della casa, intendo.»
Chiara fece di no.
«Speravo…spero che ritorni…che sia solo andato via, a stare un po’ da solo…tanto è così, no?»
Matteo guidava a memoria. Vedeva l’asfalto a intermittenza, quando il tergicristallo riusciva a spazzare l’acqua dal parabrezza.
La strada per i sassi di Caiano era una serpentina di tornanti che si arrampicava sulle colline. Ogni tanto incrociava un’altra macchina. Allora rallentava un po’, con gli abbaglianti puntati negli occhi, e sperava di ricordare bene quanto fosse stretta quella curva.
All’improvviso vide una sagoma scura, sfuocata dalla pioggia. Una casa. Frenò e parcheggiò nel cortile. Scese, senza nemmeno chiudere la portiera, e corse. Chiara aveva detto nel bosco, lì vicino. Non vedeva nulla. Capì di essere entrato nella macchia quando sentì i rami schiaffeggiargli la faccia. Continuò a tentoni, cercando di evitare i tronchi dei castagni.
Alla fine, fradicio di pioggia e col fiato grosso, riuscì a distinguere qualcosa. Le foglie si diradarono e scoprirono una baracca. Dove Andrea portava le ragazze a guardare le stelle a San Lorenzo. Dove aveva chiesto a Chiara di sposarla. Matteo si avvicinò, sollevando schizzi di fango. Allungò le mani sulle pareti nere. Sentì le assi della porta cedere alla sua pressione. Spinse.
Entrò. Dentro il caldo era soffocante. Riconobbe l’odore.
«Dio, no.»
Prese l’accendino. Era così umido che la fiamma non riusciva nemmeno a bruciare. Le scintille della pietrina illuminarono qualcosa di strano. Di troppo alto.
Matteo tirò fuori il cellulare e spinse un tasto.
La luce azzurra del telefono illuminò il viso gonfio di Andrea, appeso per il collo al soffitto.
Dopo l’acquazzone della settimana prima, l’aria era cambiata. Il sole era ritornato, ma il caldo non era più così soffocante. Si lavorava meglio e si riusciva, finalmente, a dormire. Di sera, però, cominciava a fare veramente freddo.
Matteo entrò in casa e si tolse la giacca. Appoggiò una mano sul termosifone e lo trovò gelido. Si sedette sul letto. Prese il posacenere, lo appoggiò sulle lenzuola e si accese una sigaretta. Non fece in tempo a dare due tiri che suonò il cellulare. Lo raccattò dal comodino. Giovanna.
«Pronto? Sì…cioè, no, non disturbi. Eh, insomma. Sì, sono appena ritornato dalla cerimonia. Come vuoi che sia andata: era un funerale, mica una festa. No, Chiara stava abbastanza bene. Oddio, per essere il funerale di suo marito…Io? Io sto bene, perchè? Sì insomma, potrebbe andar meglio. Sì, è vero. Sì l’ho trovato io. No, non l’hanno voluto in chiesa.»
Matteo si sdraiò sul letto e appoggiò la sigaretta nel portacenere.
«Mmh. Non si sa. Poveraccio. Sai, con Chiara, la cosa di Mario deve averlo sconvolto. Come che c’entra Mario? Lui e Chiara…oddio scusa…sì…sì avevano una storia. Lo sai anche tu perché! Santo cielo. Scusami, sono davvero stanco. Sì, penso che prenderò un po’ di ferie. Ma, non credo. No, ho bisogno di dormire, più che altro. Tuo figlio…Giulio, vero?…come sta? Davvero?»
Matteo si alzò a sedere e si slacciò due bottoni della camicia.
Un rumore, come di una sedia spostata. Matteo mise i piedi per terra e fece per andare a vedere. Ma si fermò subito.
Un’ombra sgusciò silenziosa dalla cucina. I suoi passi non avevano suono. Era enorme. Lo guardava coi suoi grandi occhi tondi. Riflettevano la luce, come specchi.
Aveva quell’odore.
La sagoma nera si avvicinò, fissandolo. Matteo sentiva le gambe pesanti. Il mento cominciò a tremargli.
La bestia si fermò a un passo da lui. Era una macchia senza contorni, due monete d’argento su un panno nero. Matteo riusciva appena a intuirne i movimenti.
Fiutò l’aria. All’improvviso scivolò via. Attraversò la porta chiusa e scomparve.
L’odore svanì.
“Matteo? Matteo ci sei?” diceva qualcuno dal telefono.
