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Monteombroso.

Aprile 30, 2007

La nebbia, bianca e densa, aveva invaso le strade del paese. Il dottor Ferrei se ne stava in piedi, chiuso nel cappotto di panno, a guardare Monteombroso attraverso la finestra rigata dalla pioggia. Ebbe un brivido: diede la colpa al freddo, ma non si trovò convincente.

La porta della stanza si aprì cigolando: l’agente di polizia municipale Romei Francesco entrò tenendosi un fazzoletto sotto al naso. Aveva ripreso un poco di colore.

«Va meglio?» gli chiese Ferrei.

«Mi scusi dottore, non sono abituato a certe cose. Ma lei come fa?»

Il dottore sospirò, e l’odore della carne gli piombò fin nello stomaco. «E’ la vecchiaia Francesco, purtroppo è solo la vecchiaia. Te la senti di continuare?»

L’agente tossicchiò, questa volta senza vomitare.

«Va bene.»

Ferrei si voltò: il cadavere sembrava un ammasso di scarti in un angolo di mattatoio. Era sempre lì, raccolto sulla tela tinta di nero dal sangue. Il dottore strinse i denti e gli s’inginocchiò davanti, osservandolo senza toccarlo.

«Cosa può averlo ridotto così?» chiese Francesco.

Ferrei scosse la testa. «Non lo so proprio. La cosa più vicina a questo che io abbia mai visto è il corpo di un tizio che diedero in pasto ai cani…»

Francesco sbiancò di nuovo. «Eh?»

Il dottore si alzò subito in piedi, temendo che gli svenisse lì per terra. In realtà fu lui a rischiare di cadere: la schiena non gli perdonò quel movimento affrettato, mentre il vigile rimase piantato sui suoi piedi da montanaro.

«Scusa» disse Ferrei con una mezza smorfia di dolore «era solo un ricordo di quand’ero in Africa…»

«Nessun problema…tanto stava scherzando, no?»

Lentamente tornò a chinarsi, tenendosi la schiena.

«Onestamente: di ferite ne ho viste tante, ma queste proprio non sembrano fatte da una lama. E poi tutto quello che…manca…dov’è finito?»

Francesco strinse più forte il fazzoletto sulla bocca.

«Per conciare così un cristiano bisognerà fare un bel po’ di casino. Qui attorno non c’è praticamente sangue…»

«E’ vero. Fa pensare che l’abbiano…fatto da qualche altra parte e poi qualcuno lo abbia scaricato qui. Hai chiamato su a Rocca?»

«Sì, la polizia sta arrivando. Penso che abbiano avvisato Modena: dubito che sappiano da che parte prendere questo macello.»

«Immagino. Settimo e i suoi?»

«Sono di sopra. Silvia si è sentita male.»

Qualcuno bussò alla porta esterna.

«Vado io.» disse Francesco.

Dall’ingresso arrivarono rumori indistinti, poi un uomo si fermò di colpo sulla soglia del garage. Era alto, sulla cinquantina, chiuso in un giubbone color cachi.

«Oddio.» disse asciutto.

Ferrei gli si fece in contro: si squadrarono, ma nessuno trovò nulla di sensato da dire.

Fu Francesco, entrato nella stanza, a rompere l’imbarazzo.

«Commissario, questo è il dottor Ferrei, il medico del paese. Ho pensato fosse la persona più adatta ad aiutarmi mentre vi aspettavo. Dottore, le presento il commissario Tognini: è arrivato adesso da Modena…»

Si strinsero la mano.

Entrarono anche due poliziotti, che cominciarono ad aggirarsi attorno al corpo.

«L’anno trovato qui?» chiese il commissario.

«Sì, dentro a quel sacco.» continuò Francesco «L’ha aperto il padrone di casa, noi non abbiamo toccato nulla…»

«Meno male, la scena è già abbastanza inquinata.» Li guardò di traverso. «Chi altro è stato qui dentro oltre a voi?»

«Il padrone di casa e sua figlia…»

«Sua figlia?»

«E’ stata lei a trovare il sacco. Ha avvisato il padre e lui l’ha aperto…»

«Dove sono ora?»

«Al piano di sopra, assieme ad una mia collega.»

«Andiamo a parlargli.»

«Forse per Silvia è un po’ presto…» intervenne Ferrei.

Il commissario gli puntò gli occhi addosso.

«Soffre di depressione. E’ sotto shock…» aggiunse.

«Lei come fa a saperlo?»

«Sono il medico curante.»

L’altro lo guardò per alcuni istanti, come se stesse decidendo qualcosa.

«Va bene, almeno potremo parlare col padre.» Il commissario impartì un paio d’ordini ai poliziotti, poi tornò a rivolgersi a loro due. «Quanto a voi, vi ringrazio per la sollecitudine, ma ora è il caso che usciate da qui. Non allontanatevi: dovrò farvi qualche domanda dopo aver parlato con la famiglia.»

«Certo commissario.»

Fu così che la piccola Monteombroso fu invasa da un esercito di facce sconosciute. Chi in divisa ad aggirarsi per strade e per boschi, chi con un accredito stampa a ronzare attorno alla casa della povera famiglia Mareschi, tutti diedero il loro contributo a turbare la calma sonnolenta del paese.

Dopo ore di interrogatori al commissario Tognini non rimase che prendere atto che ignoti avevano abbandonato un cadavere mezzo scorticato in un garage. Il padrone di casa, Mareschi Settimo, era un tranquillo metalmeccanico, padre di famiglia, per di più con un alibi di ferro. Tutto rimaneva un mistero: chi avesse massacrato quell’uomo, dove lo avesse fatto o anche solo come fosse riuscito ad entrare nel garage di casa Mareschi.

Si riuscì almeno a dare un nome alle ossa ed ai muscoli sbrindellati: Umberto Maccapani, trentenne spiantato del paese. Le malelingue, che lavoravano sul suo conto da anni, riuscirono appena a trattenersi davanti alla madre, che dovette riconoscerlo da ciò che era rimasto dei vestiti.

I giorni erano passati ed erano diventati settimane. Le indagini, nonostante il continuo andirivieni del commissario, sembravano ad un punto morto. Qualche ben informato del bar disse che si stava per dare la colpa ad un cinghiale o ad un branco di cani randagi. Forse qualcuno si era ritrovato un cadavere sulla propria terra e l’aveva buttato nel garage del vicino per non avere noie. Ovviamente quella spiegazione non rassicurava nessuno.

Lo stanco dottor Ferrei, come spesso capitava negli ultimi giorni, stava cercando di riordinare tutti quei pensieri, quando il campanello di casa lo riportò al qui e all’ora. Guardò l’orologio del soggiorno: le sette di sera. Si alzò dalla poltrona ed andò ad aprire la porta.

«Sì?…ah, sei tu Silvia!»

Silvia Mareschi era una ragazza di ventisei anni con l’aria di chi stava attraversando un brutto periodo. Se ne stava in piedi sulla soglia con gli occhi trasognati; l’impressione che le guance fossero scavate era accentuata dai capelli neri, che le ricadevano disordinatamente attorno al viso.

«Vieni, entra pure. Cosa fai qui a quest’ora?»

Silvia entrò in casa e richiuse la porta, non prima di essersi guardata alle spalle.

«Mi scusi se la disturbo, dottore…»

«Nessun disturbo. Siediti, su. Posso offrirti qualcosa? In casa ho solo dell’acqua, ma posso prepararti un tè…»

Lei si tolse la giacca a vento e si sedette su una poltrona del soggiorno: era vestita con una tuta da ginnastica tutta gualcita.

«No dottore, grazie. Io avrei solo bisogno…insomma, di un favore…»

Ferrei spense la televisione e si mise a sedere di fronte a lei.

«Silvia, stai bene?»

Lei scosse la testa, guardando da qualche parte sul pavimento.

«Ho bisogno delle pastiglie…»

«Hai la richiesta dello psicologo?»

«Dottore, non riesco a dormire. Sono due giorni che non vado al lavoro.»

Ferrei sospirò.

«Segui ancora la terapia?»

Silvia spostò lo sguardo sul bracciolo della poltrona e rimase in silenzio.

«Silvia, non posso prescriverti un sonnifero se prendi degli antidepressivi, non senza l’ordine di uno specialista. E’ per il tuo…»

«Non la faccio più, la cura.»

Ferrei si sporse verso di lei.

«Da quanto?»

«Da un po’…cinque, sei mesi…»

«Perché hai smesso?»

«Non mi faceva nessun effetto, era sempre…» si lasciò andare sullo schienale e finalmente lo guardò negli occhi «…era sempre come se non avessi la forza di fare nulla. Mi dicevano che sarei stata meglio, ma c’erano delle mattine in cui mi sentivo addirittura peggio. Una volta…»

Lasciò la frase sospesa..

«Cosa, Silvia?»

«Una volta ho anche cercato di ammazzarmi.»

«Oddio…»

«Avevo inghiottito una scatola di sonniferi. Mi hanno presa per i capelli, altrimenti me ne sarei andata.»

«E’ stato quando…quando è finita con Umberto?»

«Sì.»

«E dopo?»

«Mia zia mi ha detto che c’era questa vecchia, su a Rocca, che preparava delle medicine con le erbe. Sembrava che facesse miracoli, così mi sono lasciata convincere. Quando ci sono andata, lei mi ha fatto parlare per un po’, poi mi ha preparato quella…non so, quella tisana e mi ha detto di berla tutti i giorni.»

«Cosa c’era dentro?»

«Era un infuso di non so cosa…so solo che nel giro di due giorni mi sono sentita meglio. Non mi importava più di nulla, di Umberto, di quello che pensava la gente, del lavoro…sembrava tutto a posto. E invece adesso…»

«Silvia, se sai qualcosa di quello che è successo a Umberto…»

Lei ammutolì. Si prese il viso tra le mani e, sommessamente, cominciò a piangere.

Ferrei si alzò dalla poltrona. La schiena lo rallentò, ma riuscì a chinarsi e a metterle le mani sulle spalle.

«Scusami, sono stato…»

Silvia scosse la testa.

«C’eravamo lasciati perché s’era messo a frequentare della brutta gente, peggiore del solito. Aveva sempre troppi soldi in tasca e non lavorava mai. Non so che cosa facesse. L’odiavo a morte, ma non volevo certo che…che…»

Una musichetta elettronica troncò freddamente la conversazione.

Lei frugò nella borsetta. Tirò su col naso e rispose al cellulare.

«Sì mamma, sto arrivando. No, sono in paese, dal dottore. No, stavo solo facendo due chiacchiere. Sì, arrivo.»

Si cacciò il telefono in tasca.

«Dottore, devo andare.» disse asciugandosi gli occhi con un dito «Me le ordinerà le pillole?»

«Vedrò cosa posso fare.»

«Grazie. Posso chiederle un’altra cortesia?»

«Certo.»

«Non ne parlerà con nessuno, vero?»

La casa di Francesco era isolata dal paese, aggrappata ad una collina e circondata dal bosco. Ferrei guidava lentamente: la foschia scopriva la strada bianca poco per volta, metro per metro. Le buche scuotevano la povera Panda fino a farla cigolare e le ombre degli alberi si confondevano nel buio della notte: gli sembrava di essere tornato in Somalia mentre andava a recuperare un ferito in qualche villaggio, con la paura di sentir sparare da un momento all’altro.

Alla fine la villetta emerse dalla nebbia. Ferrei fermò l’auto davanti al cancello. Scese e percorse il vialetto del giardino. Francesco lo stava aspettando sulla porta.

«Grazie di essere venuto, dottore.» disse a mezza voce.

«Non ti preoccupare. Luisa e i bimbi sono a letto?»

«Sì. Venga, andiamo in taverna.»

Ferrei lo seguì giù per una scala. Era già stato là sotto: Francesco aveva imbandito lì la tavolata per il buffet di nozze. Era passato qualche anno, ma l’ambiente non sembrava troppo cambiato: adesso in un angolo c’era una scrivania, con un computer seppellito nei post-it e nelle scartoffie.

Francesco prese una sedia e la portò davanti al computer.

«Ecco, si sieda pure.» disse. Non era normale che si esprimesse così, a monosillabi. Anche lui si sedette, poi si passò una delle sue manacce tozze sulla testa.

«Allora, cos’è successo?» gli chiese Ferrei.

«Dottore, mi scusi se ho fatto il misterioso al telefono, ma avevo paura che Luisa mi sentisse. Ho già fatto tante telefonate, a quest’ora…spero che non abbia capito…»

«Capito cosa?»

Francesco sospirò.

«Allora: tutto quello che sto per dirle non gliel’ho mai detto. Noi non ci siamo mai neanche visti stanotte. D’accordo?»

Era la seconda volta che prometteva di mantenere un segreto nel giro di una giornata. Ferrei si domandò se sarebbe stato in grado di sopportare il peso di tutta quella confidenza.

«Francesco, sono le due di notte. Perché mi hai fatto venire qui a quest’ora?»

«Questa sera Luca Ferrioli ha fatto un incidente sulla strada per Rocca. E’ morto.»

«Oddio. Ma non era…»

«L’amico di bevute di Maccapani. E non solo di bevute. Quei due tiravano, forse spacciavano anche.»

«L’avevo sentito dire. Com’è successo?»

«La solita storia: è uscito di strada da solo ed è caduto giù per un calanco. A sentire i volontari dell’ambulanza non sembrava neanche ubriaco.»

«E allora?»

«Conosce Marcello, il volontario del 118? Quello di Rocca?»

«Sì, certo.»

«Lui è stato il primo ad aprire il bagagliaio della macchina. Aveva sentito delle voci su certe cassette che Ferrioli smerciava. Marcello, stupido com’è, quando ha visto questi…»

Aprì un cassetto e gettò tre custodie di CD sulla scrivania.

«…se li è messi in tasca prima che arrivassero i carabinieri.»

Ferrei li guardò attonito. Sui dischi non c’era scritta nessuna indicazione.

Aveva sempre troppi soldi in tasca e non lavorava mai. Non so cosa facesse…

«Ma è impazzito? Perché ha fatto una cosa del genere?»

«Perché è stupido. Magari credeva di aver qualcosa di cui parlare al bar, oppure per far colpo sulle ragazze. Invece, quando è tornato a casa e ha guardato i CD, se l’è fatta addosso e mi ha telefonato a mezzanotte passata.» Francesco si strofinò gli occhi col pollice e l’indice. «A dir la verità non so dargli torto.»

Ci fu un lungo silenzio.

«Cosa c’è in questi dischi?»

«Non sono riuscito a vederli del tutto. Sono filmati…gente che viene violentata…torturata… Dicono che ci sia un certo mercato di questa roba, ma non ne avevo mai visto uno…»

Ancora silenzio.

«Li darai ai carabinieri, vero?»

«Il problema, dottore, è quello che c’è qua.» Francesco prese un disco e lo porse a Ferrei. «Non credo sia giusto che qualcuno lo veda.»

Ferrei lo prese in mano.

«Cosa c’è qui dentro?»

«Dottore io…io l’ho guardato una volta e penso che per questa vita mi basti. Mi dispiace, ma ora le spiego come vederlo sul computer e poi vado a fumarmi una sigaretta.»

Ferrei rimase in silenzio. Ascoltò Francesco che gli parlava di programmi e di file video, poi lo guardò alzarsi dalla poltrona ed uscire.

Rimase immobile per alcuni istanti, indeciso se infilare il CD nel lettore oppure no. Per un momento fu tentato di seguire Francesco e farsi spiegare cosa ci avesse visto. Alla fine prese il disco e l’inserì nel computer.

Le immagini erano buie e sgranate. Ferrei distinse la figura di Umberto Maccapani, ancora vivo, seduto contro una trave di legno. Era legato ed imbavagliato, gli occhi semichiusi, come se non riuscisse a star sveglio. L’inquadratura si muoveva di continuo: forse il video era stato girato con una piccola videocamera. Qualcosa attirò lo sguardo di Umberto verso un punto fuori campo. Lentamente, un essere indescrivibile entrò nello schermo. Era grande come un maiale, ma camminava eretto. A Ferrei ricordò alla stessa maniera una scimmia ed un rettile. Si fermò davanti all’uomo e lo fissò con i suoi occhi neri e bulbosi. Aprì le fauci, scoprendo una schiera di fitti denti triangolari. Si allungò verso il collo di Umberto e lo azzannò. Lui si risvegliò, come se gli fosse arrivata addosso una secchiata d’acqua. Forse gridò, soffocato dallo straccio stretto sulla bocca. L’essere non mollò la presa. Tirò indietro il capo e strappò via. Il sangue arrivò fino alla lente della camera. L’inquadratura avanzò con uno zoom ed indugiò sulla ferita, poi sul muso della bestia che inghiottiva senza masticare.

Ferrei fermò il video. Si accorse di avere il fiatone. Tutto sembrava essersi allontanato: i suoni, le luci, gli odori, niente riusciva a sollecitare i suoi sensi.

Prese il disco ed uscì in giardino. Francesco stava fumando una sigaretta; guardava il bosco in silenzio. Quando lo sentì arrivare si voltò.

«A Rocca» disse Ferrei «c’è una vecchia che fa medicine con le erbe, vero?»

Francesco annuì.

«E se non sbaglio era una zia di Luca Ferrioli.»

«Sì…»

«Allora dobbiamo parlarle. Subito.»

Il dottor Ferrei fumava nervosamente, con grandi boccate. La pioggia cadeva fitta e l’aveva già infradiciato fin nelle ossa. Teneva gli occhi fissi sull’altro lato della strada, in attesa di un movimento al di là del muro bianco della nebbia.

Aveva un ricordo piuttosto vago dell’ultima volta che aveva fumato: era stato molti anni fa e lui era giovane. Era così strano: solo il giorno prima accendersi una sigaretta gli sarebbe sembrato un cedimento intollerabile. Adesso invece, mentre aspettava rintanato in un angolo, l’importanza delle cose si era drasticamente ridimensionata.

Uno scroscio ruppe il silenzio: qualche metro più in là i cespugli iniziarono ad agitarsi, scrollandosi di dosso l’acqua. Una sagoma goffa e pesante emerse dalla boscaglia e saltò sgraziatamente sull’asfalto della strada.

Ferrei si sentì rattrappire per la paura. Respirò così profondamente che gli bruciarono i polmoni. Lasciò cadere la cicca per terra e si costrinse a camminare allo scoperto.

L’ombra avanzò caracollando. Ferrei gli si fece in contro, finché non la vide emergere dalla foschia. Si fermarono uno davanti all’altro: i suoi occhi erano neri e lucidi, come biglie. Era come guardare dentro ad un pozzo. Cercò di non pensare ai suoi denti aguzzi o alla piaga sanguinolenta al posto della gola di Umberto. Alle sue spalle c’era la casa di Silvia: da quel momento non si tornava più indietro.

Uno sparo echeggiò nella via. La testa tozza e squamosa dell’essere ebbe un fremito, poi uno scoppio di schizzi neri esplose in mezzo ai suoi occhi inespressivi. Il mostro si voltò nella direzione da cui era venuto il colpo, come se nulla fosse. Ferrei sentì le budella farsi di ghiaccio. Ci fu un altro sparo, poi un altro: alla fine la cosa cadde su un fianco e smise di muoversi. Le pozze sul selciato cominciarono a tingersi di nero.

Francesco corse verso la casa dei Mareschi, ancora con il fucile in mano. Ferrei gli doveva la vita, ma proprio non riusciva a parlare. Sentì qualcuno avvicinarsi alle sue spalle: era la vecchia di Rocca.

«E’ inutile che si affanni. Ormai l’avete uccisa.»

«Non è mai detta l’ultima parola.»

«Non si può vivere solo a metà.»

Ferrei guardò la vecchia, stizzito. Era avvolta in uno scialle e si era riparata sotto ad un vecchio ombrello di tela.

«Tu l’hai ammazzata almeno quanto lo abbiamo fatto noi. Se non le avessi dato quell’intruglio, adesso tre persone sarebbero ancora vive.»

«Vive? Hanno smesso ora di muoversi, ma dentro erano già morte da un pezzo. Non è buffo? Il mostro che tormentava la ragazza ha ucciso Umberto e poi gliel’ha riportato, come fanno i gatti quando uccidono un topo. Forse voleva solo farsi dire che era stato bravo…»

«Non essere ipocrita. Tu e tuo nipote vi siete offerti di tenere nascosta quella…cosa. Poi Luca ha pensato che ci si poteva fare qualche soldo ed alla fine vi è scappata. E Umberto ha pagato per tutti. Voleva tirarsi fuori dagli affari di Luca, non è vero?»

«Dottori: per voi ciò che è vivo è solo una cosa. Silvia era malata nell’anima e voi l’avete curata come se avesse una tonsillite, con delle medicine.»

«E tu, invece, cos’hai fatto per lei?»

«Io l’ho liberata da quella parte di sé stessa che la faceva soffrire, proprio come mi aveva chiesto. Forse nemmeno lei immaginava di essere così orrenda.»

Ferrei guardò la carcassa distesa sull’asfalto.

Sentì degli altri passi: Francesco stava uscendo dalla casa, intabarrato in una cerata verde. Non aveva più la carabina.

«Silvia aveva già smesso di respirare. Sta arrivando un’ambulanza.»

Al dottor Ferrei sembrò che la notte fosse diventata più buia.

La vecchia si voltò e, senza aggiungere una parola, sparì, inghiottita dalla nebbia. Francesco ebbe un fremito.

«Ma, non la fermiamo?»

Ferrei scosse le spalle.

«Vuoi denunciarla? Per aver fatto un decotto?»

Il corpo del mostro stava iniziando a sfaldarsi, come un castello di sabbia sotto alla risacca.

«Dottore, ma è vero? Abbiamo tutti dentro un…una cosa simile?»

Ferrei scosse la testa. Gli venne in mente un bimbo, conosciuto anni prima. Una mina gli aveva portato via una mano e mangiava una zuppa acquosa tenendo il cucchiaio con una specie di moncherino.

«Non lo so, Francesco. Potrebbe anche darsi.»

Nessuno ebbe più la forza di dire nulla.