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Per sempre giovane.

Aprile 30, 2007

Qualcuno aveva rotto una flebo per sbaglio ed erano settimane che nel magazzino ne stagnava l’odore. Soffocai un conato di vomito. Ogni volta che entravo là sotto era la stessa storia.

Riaccostai la porta ed accesi la torcia elettrica: sedie a rotelle, tetrapodi, scaffali stipati di medicinali. Presi tra i denti il manico della lampada ed iniziai a rovistare negli scatoloni, cercando di fare meno rumore possibile. Mi servivano aghi sottili, adatti a vene fragili. E anitiemetici. E morfina.

Questa è una di quelle azioni che mi manderanno all’inferno. Non riuscii a ridere di quel pensiero.

Quando uscii da là mi chiusi nel giubbotto per ripararmi dall’aria notturna. Camminavo svelto tenendo sottobraccio la mia refurtiva: poco più di una scatola da scarpe. Quella settimana la farmacia dell’ospedale aveva morfina in fiale: una vera fortuna. Usare i cerotti ad assorbimento epidermico era una tortura per Alessandro, oltre che una seccatura terribile. La sua pelle tendeva a cedere quando glieli toglievo e più di una volta avevo dovuto medicargli alla meglio delle scorticature inguardabili.

Arrivai davanti al portone di casa ed infilai la chiave nella toppa. Salii le scale fino all’ultimo piano ed aprii la porta dell’appartamento. Dentro c’era la solita puzza di frutta marcia, che divenne più intensa entrando in camera da letto. Le luci erano spente.

«Stai riposando?»

«E’ da cinquant’anni che non dormiamo, Mattia.»

La voce sembrava quella di un vecchio.

Accesi la luce ed appoggiai la scatola sul tavolino accanto al letto. Alessandro pareva ancora più piccolo di quando lo avevo lasciato. La pelle era color della cenere e sembrava aderisse direttamente alle ossa. Stava fissando il cielo oltre la porta a vetri.

«Oggi endovenosa!» dissi mostrandogli le fiale.

«Era ora. Domani la ceretta la faranno quei vecchi bastardi terminali.»

Controllai la flebo, poi preparai l’iniezione. Mi sedetti accanto al letto e spostai le lenzuola di seta, rivelando quasi tutto il suo scheletro. La puzza era terribile. La grande T disegnata sul petto dalle cicatrici dell’autopsia, che arrapava tanto le ragazzine dark, era diventata nera. In alcuni punti i lembi della ferita si erano riaperti dopo più di quarant’anni e lasciavano fuoriuscire rivoli di pus e sangue. Presi un pugno di garze e cercai di ripulire quello schifo. Non medicavo neanche più le piaghe: i cerotti si attaccavano alla pelle, che si strappava come carta velina. Alessandro mi osservava. Cercai di non ricambiare la tristezza del suo sguardo.

«Sbrigati con quella siringa, non ce la faccio più!» balbettò.

«Sono qui, stai calmo. Un attimo e ho fatto.»

Gli legai un laccio emostatico al braccio e cominciai a cercare una vena ancora intera. Lentamente infilai l’ago e premetti lo stantuffo. Il suo respiro si fece ancora più affannoso. Stava fissando il vuoto con gli occhi spalancati. Poi la morfina entrò in circolo e si distese un poco. Sfilai lentamente l’ago e tenni tamponato il foro, col terrore che partisse un’altra emorragia. Alla fine risistemai le lenzuola macchiate e mi appoggiai allo schienale della sedia.

«Da quanto tempo è che dovremmo essere morti?» la domanda di Alessandro fu soffocata da una tosse catarrosa.

«Non sforzarti, Ale.»

«Sopravviverò» replicò abbozzando un sorriso «Allora, ti ricordi il giorno dell’incidente?»

«Sono quarantasei anni…»

«Ricordi come ti sei sentito quando ti sei svegliato?»

«Vagamente.»

Alessandro deglutì faticosissimamente.

«Fu un po’ come vincere alla lotteria, no? Credere di essere arrivati alla fine e poi tornare a svegliarsi, come se fosse stato un brutto sogno.»

«Già.»

«Io e Mattia siamo morti per la prima volta il due giugno del 1958. Allora facevamo i pescatori. Eravamo usciti in mare anche se il tempo prometteva male, ed infatti mantenne tutte le promesse. Finimmo in mezzo ad una bufera e fummo scaraventati fuori bordo. Ci ripescarono dopo una settimana vicino a Pesaro. Tecnicamente avremmo dovuto morire annegati, ma, a quanto pare, qualcosa andò storto.»

Alessandro stava facendo il solito numero e le ragazze pendevano dalle sue labbra. Era sdraiato sul divano con la camicia aperta sul petto, le cicatrici più in vista possibile. Dopo che ebbe finito ci fu una lunga pausa: le due tipe lo guardavano stordite mentre si accendeva una sigaretta. Era di una bellezza strafottente, con quel viso che continuava a dimostrare ventidue anni. Proprio come me.

Quella con i capelli corti mi guardò sbattendo le ciglia da cerbiatta cerchiate di trucco nero.

«Ma…ma come avete fatto…»

Vuotai il mio drink con un movimento studiatissimo. Squadrai la sua minimale canottiera e tutto quello che lasciava intravedere.

«Per fortuna quando successe non c’era nessuno nell’obitorio. Comunque non era una bella situazione: eravamo nudi come vermi, puzzavamo ancora di pesce ed avevamo tutte quelle cuciture addosso. Figurati, neanche sapevamo che cos’era un’autopsia!»

La tipa dai lunghi capelli biondi si mordicchiò il piercing sul labbro inferiore. Saltò sulla poltrona quando Alessandro le mise un braccio attorno ai fianchi.

«Sei gelato!» strillò senza convinzione.

«Per forza, sono morto! Il mio cuore non batte, il mio sangue non scorre…e mi nutro di carne umana…»

La bionda diventò più pallida di lui.

«Eh?!»

Alessandro sghignazzò

«Scherzo, scherzo, stai tranquilla. Io e Mattia non abbiamo neanche bisogno di mangiare.»

Capelli corti mi appoggiò una mano su una coscia e mi guardò.

«Ma non vi viene mai fame?»

«Mettiamola così: possiamo permetterci di mangiare solo per il gusto di assaggiare.»

Alessandro aveva già iniziato a baciare sul collo capelli biondi. Sentii la mano di capelli corti che si muoveva su e giù per la mia gamba, giocherellando con un ginocchio.

«E il vostro sangue è proprio fermo del tutto?»

«Si muove per quel che serve…»

La baciai. La sentii gemere quando le spinsi la lingua in bocca. E’ misterioso come una donna riesca a trovare eccitante un pesce morto che le scivola tra le labbra.

Dopo un’ora di intense fornicazioni sgattaiolammo fuori dalla casa, lasciando andare le fanciulle in contro ai postumi della sbronza.

Era uno dei tanti appartamenti di studentesse che avevamo visitato negli ultimi vent’anni: dei buchi nel centro di Bologna, con arredamenti cadenti, riscaldamenti approssimativi ed inquiline calde e soffici.

Quando uscimmo la strada era deserta. Alessandro guardò l’orologio.

«Le quattro. Andiamo a mangiarci qualcosa prima di tornare a casa?»

Annuii e mi accesi una sigaretta.

«Ma qui non c’eravamo già stati?»

«Pare anche a me. Nell’87?»

«Mmh, può darsi. Certo che sta diventando sempre più facile, no?»

«Abbiamo un certa esperienza, ormai.»

«Non dicevo solo quello: una volta era più dura convincerle. Adesso ti saltano addosso loro!»

«Che vuoi che ti dica: che tempi,…»

«Bastardi.»

Fu solo un sibilo, ma nel silenzio della strada ci fece sobbalzare. Ci voltammo di scatto verso un vicolo buio. Un tizio ci guardava chiuso in un cappotto, alitando nuvolette di vapore.

Alessandro imbastì la sua espressione più sorpresa.

«Scusi?»

«E’ inutile che fai la commedia, ho visto come te le sei lavorate le due ragazzine.»

Fece un passo in avanti. Un tipo sulla quarantina, barba sfatta, capelli scompigliati. Dove lo avevo già visto? Un’illuminazione: fuori dalla discoteca.

«Ci conosciamo?»

«Cosa avete fatto a Lucia?»

Capelli corti.

«Lucia? Beh, sua figlia ha l’età per decidere chi…»

«LUCIA NON E’ MIA FIGLIA! E’ la mia ragazza!»

Io ed Alessandro ci guardammo e non riuscimmo a non ridere. Mi avvicinai all’uomo e gli appoggiai una mano su una spalla.

«Dài vecchio, non te la prendere, oggi a te e domani a me, sono cose che capitano! Risolviamola da amici e andiamo a berci qualcosa.»

Il signor geloso sembrò non condividere la nostra leggerezza. Con un gesto brusco mi prese il bavero della camicia.

«Guarda coglione che non ho voglia di scherzare. L’altra troietta che vi siete scopati è minorenne. Adesso siete nella merda fino al collo!»

Il comizio non durò molto: Alessandro gli mollò un pugno sulla nuca e lo tramortì quel tanto che bastava a liberarmi. Sentii qualcosa rompersi nel suo viso quando lo colpii con la testa.

Ci guardammo attorno e lo trascinammo precipitosamente nel vicolo da dove ci aveva chiamati. Un quarto d’ora dopo scaricammo il suo cadavere in un bidone dell’immondizia, ci ripulimmo le scarpe dal sangue e tornammo verso la casa delle ragazze.

«Pensi davvero che fosse il suo maschio? Magari era solo un maniaco del cazzo che la seguiva.»

«C’è solo un modo per saperlo.»

Arrivammo davanti al portone e suonammo il campanello. Ci fu una lunga pausa. Suonammo di nuovo. Un altro lungo silenzio. Ancora. Ci guardammo: quelle due erano talmente ubriache che non avrebbero sentito una bomba esplodere in cucina. Inaspettatamente una voce impastata rispose al citofono.

«Sì?»

«Lucia? Siamo Alessandro e Mattia. Abbiamo dimenticato le chiavi di casa su da voi.»

«Va bene, salite.»

Entrammo e corremmo su per le scale. Quando arrivammo davanti all’appartamento trovammo capelli corti infilata in un pigiama a righe che ci aspettava dietro alla porta socchiusa.

«Non ho trovato nien…»

La travolsi con una spallata e mi scaraventai in casa. Alessandro richiuse l’uscio dopo avermi seguito.

«Cos’è questa storia del tuo “ragazzo”?»

«Chi?»

«Il tuo ragazzo, un tizio sulla quarantina, ci ha fermati qui fuori e ha cominciato a minacciarci!»

Capelli corti mi guardò come se avessi addosso un costume da clown.

«Io non ho nessun ragazzo, specialmente sulla quarantina!»

Guardai Alessandro, che inarcò le sopracciglia e annuì leggermente. Tornai a fissare capelli corti con aria torva; poi, il più improvvisamente che riuscii, cambiai espressione e le sorrisi.

«Dài, è solo uno scherzo! Pensavi che ce ne fossimo andati senza salutarvi eh?»

Il suo volto si distese.

«Che due stronzi!»

Poi si voltò e se ne tornò in camera da letto.

«E chiudete la porta quando uscite!»

Un’ora dopo eravamo seduti sul ciglio di una strada di campagna, a guardare un’auto rubata bruciare assieme ai cadaveri del quarantenne geloso e delle nostre amanti.

Fumavamo distrattamente le sigarette dell’ex proprietario della macchina, assorti ad osservare il falò.

«Che casino. Speriamo che si bevano la storia del maniaco.»

«Non hanno testimoni. Ci basterà cambiare aria per qualche mese, tanto per essere sicuri che nessuno ci riconosca.»

«Come al solito.» dissi spegnendo il mozzicone contro una scarpa.

«Non buttarlo. Non vorrei che lo trovassero.»

Infilai la cicca in tasca.

«Dove andiamo allora? Da quella tua amica a Firenze?»

«No, meglio spostarsi di più. Pensavo a Parigi…»

Sei mesi dopo il nostro ultimo omicidio ero seduto davanti ad Alessandro nella camera da letto di un attico vicino a boulevard Haussmann. Quattro mesi prima aveva capito di essere malato di qualcosa che poteva assomigliare ad un cancro. Da allora aveva perso più della metà del suo peso.

Tossì, quasi affogandosi nel suo catarro.

«Sono marcio, Mattia.»

«Vuoi che ti metta seduto? Ti sistemo i cuscini…»

Alessandro agitò stancamente una mano.

«No, non parlavo del mio corpo. Sono marcito dentro, nell’anima. Pensi che ce l’abbiamo noi, un’anima?»

«Ale, non devi…»

Mi guardava con i suoi occhi ingialliti.

«Non lo so, Alessandro.»

«Tu ricordi com’era prima di svegliarsi? Quando eravamo morti?»

Scossi la testa, fissando il pavimento.

«Nemmeno io. Mattia?»

«Sì?»

«Posso dirti una cosa?»

«Certo.»

«Scusami, ma non voglio andarmene prima di averlo fatto.»

«Ale…»

«Ti voglio bene Mattia. Perdonami, ma lo capisco solo ora. Sei l’unica persona che ha mai voluto dire qualcosa per me.»

Fu allora che compresi. Eravamo vissuti nell’illusione di essere immortali, senza che nessuno ce lo avesse mai assicurato. Eravamo rimasti eternamente ventenni, per sempre giovani, e non ci eravamo accorti che il tempo passava, anche per noi.

«Mattia?»

«Sì?»

«Mi sarai vicino, vero?»

Sentii i miei occhi di zombi bruciare, bagnati dalle prime lacrime in quarantasei anni.

«Certo.»

Alessandro trascinò la mano sulle lenzuola, fino a prendere la mia. Mi fissò diritto negli occhi, poi sorrise impercettibilmente e le sue palpebre iniziarono ad abbassarsi.

«Grazie…»

Improvvisamente la tosse lo scosse convulsamente. Sbarrò gli occhi e mi strinse la mano. Tossiva e non riusciva più ad inspirare e rantolava cercando disperatamente un’aria di cui non aveva mai avuto bisogno.

Poi gli spasmi cessarono e mi ritrovai a stringere un cadavere.

Gli rimboccai le lenzuola e chiusi le sue palpebre. Guardai tutte le medicine e le siringhe e le flebo e le garze che avevo rubato per lui. Fuori la vita degli altri continuava indifferente.