«Dov’è la prossima?»
«Al Pratello Diego, vicino a quella del mese scorso»
Diego guardò l’orologio: le undici e un quarto. Quindici minuti di ritardo sul giro delle riparazioni!
«Cazzo, quella dopo non è a mezzogiorno?»
«Sì, è meglio che ci sbrighiamo. Anche perché se questa è al Pratello ci vorrà un casino di tempo: con le case che ci sono lì non c’è da meravigliarsi che ci sia una perdita al mese.»
Semaforo rosso: Diego rallentò fino a fermarsi. Erano imbottigliati in via Saffi da quasi dieci minuti: tutto per fare neanche due chilometri, ed il traffico non accennava a schiarirsi.
«Cosa ci fa tutta questa gente ancora in giro? Non dovrebbero essere tutti in ufficio?!»
«Stai buono Diego, siamo solo un po’ in ritardo»
«Sì Gigi, ma lo senti poi te, il boss! Ci ha cazziato solo la settimana scorsa perché eravamo indietro col lavoro!»
Gigi sprofondò nel sedile del furgoncino e si accese una sigaretta.
«E che se li trovi lui altri due che fanno tutto ‘sto straordinario, allora! Abbiamo fatto tre chiamate anche domenica! Se vuole che gli chiudiamo le perdite a tutte le ore del giorno allora aspetta che facciamo il lavoro con calma! Paglia?»
«Grazie» disse Diego e prese una sigaretta dal pacchetto che gli stava porgendo il collega «Vabbè Gigi, lo sai che è il contratto…»
«Sì, però è un lavoro di merda lo stesso, anche se ci pagano bene! Ma lo sai che l’Elisa è incazzata come una pantera perché non ci vediamo da dieci giorni? Niente niente mi molla e tutto per colpa del lavoro!»
«E magari ti lascia per un idraulico!» disse Diego sorridendo; e si beccò un pugno sulla spalla da Gigi.
«Dai, smettila che siamo arrivati.»
Diego parcheggiò in via Calari, di fronte alla chiesa. I due scesero dal Fiorino ed aprirono il portellone del portabagagli.
«Ma guarda te se ci tocca lavorare con ‘sta roba!» disse Gigi scaricando la sua cassetta degli attrezzi «Pesa una tonnellata ed è vecchia più di me!»
L’altro si limitò a sospirare ed a richiudere il portellone.
Una mano nella tasca della tuta, l’altra che reggeva la cassetta, la sigaretta in bocca, si incamminarono per via del Pratello.
Una ragazza con una canottierina rossa incrociò la loro strada. Gigi le sorrise: lei ricambiò e passò avanti. Finalmente arrivarono davanti al numero civico dove era segnalata la perdita. Buttarono le cicche per terra e le spensero con i piedi. Diego suonò il campanello.
«Sì?»
«Siamo gli idraulici, per la chiamata del piano sopra al suo. Può aprirci lei?»
«Sì, sì, salite pure!»
Il portone si aprì. Diego e Gigi entrarono e cominciarono a salire le scale. Uno, due, tre piani. Poi si fermarono di fronte ad una porta.
Gigi tirò fuori dalla cassetta la bomboletta. Diego Bussò alla porta.
«Sì?»
«Idraulici!»
Aprì la porta una ragazza sui venticinque anni, in maglietta e pantaloni della tuta. Forse una casa di studenti.
«Buongiorno.»
«Buongiorno. E’ sicura che non ci abiti nessuno al piano di sopra?»
«Sì, è da un paio di settimane che non si sente l’inquilino. Poi stamattina si è formata una macchia di umidità sul soffitto. E una puzza di marcio! Sentite qua!»
In effetti dall’interno dell’appartamento arrivava un odore fortissimo, come se si entrasse in una pescheria. O sotto la coperta di una nave, pensò Gigi.
«E’ in casa da sola?»
«Come?»
«E’ stata lei a notare la perdita?»
«Sì, l’ho vista io e vi ho chiamato subito, ma…?»
Diego si guardò attorno: via libera. Gigi spruzzò lo spray della bomboletta sul viso della ragazza, che cadde immediatamente svenuta.
«Mettila a letto e sbrighiamoci: speriamo che nessun’altro abbia notato la perdita!»
Gigi trascinò la ragazza in camera da letto, poi uscì dall’appartamento chiudendosi la porta alle spalle.
Salirono al piano superiore. Altra occhiata attorno: sempre nessuno in giro.
Diego prese in mano il passepartout, uno strumento cilindrico delle dimensioni di una biro, laccato di nero. Accostò una delle due estremità alla serratura e attivò l’attrezzo: un breve ronzio, poi lo scatto della serratura. Con circospezione aprì la porta.
Gigi aveva tirato fuori di nuovo la 44. : dopo l’altra perdita in Strada Maggiore la sguainava ad ogni minimo sospetto. Difficile dargli torto, del resto: quella volta stava per rimetterci un braccio!
Varcarono la soglia e si ritrovarono nella cabina di una goletta della metà dell’ottocento, completa fin nei dettagli: la cuccetta, le pareti, il soffitto ed il pavimento in legno laccato; al centro dell’angusta stanza un tavolo ingombro di carte marittime e strumenti di misurazione. In un angolo, proprio sotto un piccolo specchio, un vaso da notte ed un catino d’acqua. Il pavimento ondeggiava ritmicamente. E c’era un tremendo puzzo di pesce. Richiusero la porta dietro di loro.
«Un’altra influenza letteraria» disse Diego a voce bassa «diciannovesimo secolo direi.»
«Melville?»
Con un botto si spalancò una botola e dal pavimento uscì una specie di zombi, che si trascinò fuori fino all’altezza della cintola. Dai vestiti si sarebbe detto fosse un marinaio, ma la pelle del viso e delle braccia era grigiastra e punteggiata di croste. I capelli erano ridotti a pochi lunghi ciuffi sparsi sulla calotta cranica. Un occhio penzolava dall’orbita ancora attaccato al nervo.
«Poe!» gridò Diego. Non fece a tempo ad estrarre la sua arma che Gigi aveva già sparato tre colpi, spappolando la testa del marinaio. Adesso c’erano sangue e cervella ovunque.
«Che casino! Dai Diego, muoviamoci a trovarlo!»
Nel silenzio sentirono un bisbiglìo provenire dalla botola, come una cantilena. Diego si mise in ginocchio, poi si sporse dentro all’apertura nel pavimento. Era buio pesto là sotto, e l’odore di marcio rendeva l’aria irrespirabile. Prese la torcia elettrica e fece una panoramica. Poi si rialzò in ginocchio.
«Trovato. In pieno delirio, ma inoffensivo per il momento. Passami la bomboletta.»
Prese la torcia tra i denti ed afferrò la bomboletta che Gigi gli stava porgendo.
Tornò a sporgersi di sotto: il ragazzo se ne stava rannicchiato in un angolo, apparentemente incosciente della sua presenza, continuando a parlare da solo.
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«Sì, sì, certo.»
Spruzzò tutto il contenuto della bomboletta: niente più nenie.
Tempo cinque minuti riuscirono ad issare di sopra il ragazzo: forse non aveva nemmeno vent’anni. Chissà da quanti giorni era in quello stato. Lo chiusero dentro ad un sacco di plastica e Gigi se lo caricò in spalla. Poi uscirono dall’appartamento.
«Un’altra fuga dal linguaggio, eh?»
«Come ci avevano segnalato, del resto. Ormai capita sempre più spesso.»
«Ma perché la gente non si accontenta della realtà in cui vive? Perché tutti devono per forza capire cosa c’è dietro? Vogliono aprire il giocattolo per vedere com’è fatto dentro e poi si lamentano che s’è rotto!»
Diego prese le sigarette dalla tasca della tuta di Gigi e se ne accese una «Perché capiscono che è una cazzata! I condizionamenti e la socializzazione ormai cominciano a fare acqua: vecchi attrezzi contro nuovi guasti. E la macchina comincia ad incepparsi.»
«E dire che è così semplice: nasci, ti insegnano che “casa” è una cosa con quattro muri, una porta e le finestre. Poi senti che tutti chiamano “casa” una certa cosa e da quel momento per te quella cosa ha quattro muri, una porta e delle finestre. Punto, che problema c’è? Invece adesso tutti si mettono a credere nei deliri che leggono nei romanzi e finiscono col perdere l’uso del linguaggio – e col combinare un gran casino!»
I due uscirono dal portone del palazzo e tornarono a percorrere via del Pratello. La ragazza con la canottierina li incrociò nuovamente: di nuovo scambio di sorrisi con Gigi.
«L’aumento delle perdite» insisté Diego «significa solo che il meccanismo del condizionamento linguistico è logoro. La mentalità è cambiata: relativismo, costruttivismo radicale, teoria del complotto, la gente ormai non si stupisce più di scoprire che quello che vede o sente non corrisponda quasi mai alla “realtà”. Basta guardare il telegiornale!»
Gigi, ancora girato a guardare il fondoschiena della ragazza: «Sì, ma ci pensi che casino se tutti sapessero che la realtà è solo quello che una persona crede che sia?»
«Tutti pensano già che la realtà è quello che una persona percepisce della realtà. Non è la stessa cosa? Dai retta a me, tra un po’ alla direzione generale avranno dei grattacapi seri.»
«E a noi rimarranno solo gli straordinari da fare.»
Arrivarono al Fiorino. Gigi aprì il portellone posteriore e gettò dentro il sacco di plastica.
Diego si sedette nel posto del passeggero e parlò al cellulare senza aver digitato numeri «Centrale? Abbiamo finito con la perdita in via del Pratello, adesso partiamo per il lavoro in Saragozza. Mandate una squadra a fare pulizia: distorsioni elevate, pesante ristrutturazione dello spazio e del tempo. Buon lavoro ragazzi!»
Gigi si sedette di fronte al volante. «Sì, ne hanno bisogno. Chissà quanto ci metteranno a sistemare quel bordello!»
Diego buttò la cicca della sigaretta fuori dal finestrino. «Dài muoviamoci, che dopo questo si mangia.»
«Ah, la pausa pranzo!» Gigi avviò il motore e partì «A proposito, tu che fai quest’estate, parti o rimani in città?»
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