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Tu cosa mi dai in cambio?

Novembre 13, 2007

10 agosto 2007 – 23:58

Chi era l’idiota che veniva alla festa della birra di Caiano con un Mercedes SLK?
Didier guardava la fila di auto parcheggiate con la coda dell’occhio. Allungò il passo e si strinse nel giubbotto, lottando con il freddo umido, che entrava nelle ossa. La musica della festa andava e veniva, con l’alternarsi di case e giardini.
Una classe A. Costosa.
Una Smart. Forse stesso prezzo di listino.
Una Twingo rosa e nera, con le minigonne e le finiture cromate. Un cazzotto in un occhio.
Una Punto grigia. Niente modifiche, niente optional.
Continuò a camminare, mettendo un piede davanti all’altro lungo la salita. Solo un pupazzetto o due. Poteva essere la macchina di un impiegato, o di un muratore.
Dopo una cinquantina di metri attraversò la strada e s’incamminò verso il basso.
Pensò di nuovo a Michel e si ritrovò a cercare di ricordare quanto tempo fosse passato. Sei mesi. E due settimane. Sì, due settimane tonde: era stato di venerdì. Strinse i denti e andò avanti.

11 Agosto 2007 – 01.42

Il gruppo sul palco smise di suonare, ma non se ne accorse quasi nessuno. Dal chiosco arrivavano gli sbraiti di Marcello che cercava di farsi offrire un giro.
Una cameriera passò accanto al loro tavolo con due vassoi di bicchieri e patatine. Sulla canottierina gialla, che lasciava scoperta una pancia arrotondata a forza di bionde medie, era stampata la scritta “Caiano Birrafest”, stiracchiata dalle tettone un po’ cadenti.
Marco seguì il ballonzolare delle sue chiappe fin quando riuscì a vederle.
«Vista quella?» disse rigirandosi tra le mani un bicchiere mezzo vuoto.
Geigei sbuffò.
«Perché, secondo te è bella?»
«Io una botta gliela darei.»
«Regaz, voialtri dovreste vedere cosa c’è in giro per il mondo.»
Coro di insulti.
«C’è poco da ridere.» continuò «State qua, dietro a ‘sti cessi che neanche vi cagano.»
«Veramente a me mi cagano…» disse Paolo.
Risate.
«Qui sono sempre le solite quattro baldracche che si son già chiavati tutti. E se la tirano pure.»
«Sono donne, Geigei…»
«No, dai retta a me. A Bologna è tutta un’altra storia.»
«Eh, chissà!»
«Vecchio, fidati. C’è del movimento, con l’università vengono da tutta Italia. Certi pezzi di gnocca…e poi fini, mica queste qua. E per strada ci metti niente a conoscerne…»
«Guarda che a puttane ci siamo stati anche noi.» disse Marco.
Ancora risate.
«Con voi non si può mica parlare…»
«Dài Geigei,» fece Paolo «se uno non ci sa fare non scopa neanche a Bologna.»
«A Bologna è impossibile.»
«Sì, ma costa un capitale…»
‘Stavolta Geigei attaccò prima che i bastardi si mettessero a ridere.
«Fai poco lo spiritoso, Marco! Cazzo, ci studio, ci abito cinque giorni alla settimana, lo saprò! Vai in via Zamboni… ce la fai per forza! Io ormai mi annoio…»
«Non ti tira più?»
«Coglione! Volevo dire che è troppo facile. Vai in un pub, dici due cazzate, fai un po’ il simpatico… inviti la tipa… dai vieni a prendere un caffé da me… non c’è sfida…»
«Con la Samantha, invece? Con lei c’è, la sfida?»
Avevano tutti un mezzo sorrisino del cazzo sotto ai baffi.
«E’ solo una ragazzina…»
«Però l’altro giorno, in piscina, non la lasciavi più andare.»
«Ma sì, facevo il cretino… avrà diciassette anni…» guardò l’orologio «Cazzo, ma sono già le due?»
«Sedici.» disse Riccardo.
«Eh?»
«La Samanthina ne ha sedici di anni. Mio fratello è andato al suo compleanno l’altra sera!»
«Chissà se suo padre è tornato…» disse Paolo fingendo di guardare in giro.
E gli altri due si misero a sghignazzare. Che pezzi di merda.
«Ma siete proprio degli stronzi. Allora, avete finito con questa storia?»
«Dai, sedicianni… non si va neanche in galera…»
«Poi mi raccontava mio fratello che non è proprio di primo pelo…»
Geigei mandò a puttane l’autocontrollo.
«Allora, mi sono rotto i coglioni! Se siete usciti per prendermi per il culo io torno a casa!»
Marco fu lì lì per dire qualcosa, ma Riccardo gli tagliò la strada.
«Va bene, va bene. Era solo una battuta. Incidente chiuso. Qui non c’è più un cazzo, cosa facciamo?»
«Andiamo da me?» fece Paolo «I miei non ci sono e ho delle birre.»
«Ci facciamo un match a Pro 2?»
«Mmh. Ho la Play in macchina.» mugugnò Geigei «A me va bene…»
Così vuotarono i bicchieri e uscirono. Ormai la gente se ne stava andando: c’era qualche macchina in arrivo, ma erano più che altro i baristi dei paesi vicini. Stava cominciando la loro, di serata.
Marco si accese una sigaretta.
«Allora, dove andiamo questo fine?»
«Pensavo al mare.»
«Marina?»
«E se andassimo a Riccione?»
«A Riccione?…»
«MapporcoDD…»
Si voltarono tutti verso Geigei.
«Oh, Gianluca, siamo davanti a una chiesa…»
«La macchina! Dove cazzo è? L’avevo messa qui, merda, me lo ricordo benissimo!…»

3 Agosto 2007 – 16:49

«Ti è piaciuto?»
Geigei spostò i capelli di Samantha con la punta del naso e la baciò sotto un orecchio.
«Sì.» disse lei sorridendo.
«Era la prima volta?»
«Sì. Dietro sì.»
Almeno quello.
La piccola Samantha circondò la testa di Geigei con un braccio. Lui continuò a baciarla sul collo, poi si sciolse dalla stretta e scese lungo le spalle.
«Sei bellissima.»
«E tu sei dolcissimo. Non si direbbe, a vederti.»
Geigei lasciò il suo capezzolo.
«Sai che me lo dicono tutti? Non so perché.»
«Hai sempre un’aria strafottente…»
«Forse sono così di mio.»
«Mmh. E dire che… oh cazzo!»
«Cosa c’è?»
Samatha saltò giù dal letto e cominciò a frugare nei mucchi di vestiti sparsi sul pavimento.
«Sono le cinque! Devo tornare in piscina…»
«Stai tranquilla, ti riaccompagno in macchina.»
«No, no, che se ci vede qualcuno che conosce i miei…»
Il pensiero dei “suoi” fece rimanere comodo Geigei. Sì, forse era meglio se ci tornava a piedi, in piscina.
Restò sdraiato a guardarla. Girava nuda per camera sua, raccattando il costume in fretta e furia. Lo sforzo di non sbatterla sulla scrivania fu tremendo.
«Vado.» disse quando si fu rivestita.
«Un bacino?»
Lei si rituffò sul letto e lo baciò.
«Ci vediamo ‘stasera.»
«Va bene. Io ho ancora la casa libera.»
«No, vediamoci in giro.»
«Ok. Occhio quando esci, eh? Guarda che non passi nessuno.»
Tanto i vicini erano tutti al mare.
Lei scese dal letto e uscì dalla camera.
«Ciao amore.»
«Ciao.»
Geigei sentì la porta dell’ingresso aprirsi e richiudersi. Corse alla scrivania e spostò le magliette ammonticchiate davanti al PC. La videocamera aveva quasi finito la batteria. Che culo.
«Adesso Geigei, vediamo come sei venuto.»
Attaccò la piccola telecamera al caricabatteria e pigiò il tasto play. Nel minuscolo monitor a colori comparve Samantha, a gattoni sul letto, e lui che la montava da dietro, in ginocchio.
«Gianluca, sei veramente un figo.» si disse massaggiandosi le palle.

11 Agosto 2007 – 15:18

La voce di Gigi D’Alessio ricominciò a cantare.
Geigei raccattò il cellulare: Samantha. Cosa voleva ancora ‘sta zoccola?
«Ciao amore.»
- Ciao. Novità? -
«Sammy, ci sono le stesse novità che c’erano un quarto d’ora fa.»
- Ma vaffan… -
«Scusa tesoro.» disse guardando in alto «E’ la macchina… dentro c’era un sacco di roba, l’autoradio, la Play…»
E la videocamera.
Con un filmato di lui che se l’ingroppava da dietro.
- Mi dispiace…hai ragione… è che anch’io… -
«E’ successo qualcosa?»
- No… oggi torna mio padre e qui la situazione è un po’…così… -
Gianluca sentì improvvisamente caldo.
«Ah è oggi che esce dal… carcere? Da quand’è che non lo vedi? Sarai contenta…»
- E’ dentro da tre anni. E qui nessuno è molto contento. -
«Ah…»
Una goccia densa gli scivolò lungo il naso e cadde sulla tastiera del PC. Geigei sentì le palle arrivargli in gola.
«Non ci avevo pensato. Perdonami.»
- No, vabbè… anche tu hai i tuoi pensieri… -
«Ma no, ma no, in fondo è solo una macchina. Speriamo che la ritrovino, tutto qua. Senti, ci sentiamo dopo, va bene? Ti chiamo io.»
- Va bene. A dopo. Bacio. -
«Ciao tesoro.»

11 Agosto 2007 – 23:25

Aggressione e lesioni. Aggressione e lesioni. Le parole gli rimbombavano in testa a colpi di chiave inglese.
Geigei si mangiava le sigarette come fossero noccioline. Dov’era, dov’era, dov’era quella maledetta telecamera? Se il pezzo di merda che gli aveva fottuto la macchina si era dato la pena di guardare nella memoria, il filmato era già su Internet. Il padre di quella mignotta di Samantha probabilmente non sapeva neanche leggere, ma di sicuro conosceva qualche segaiolo che bazzicava per siti porno.
O magari era stato fortunato, e il ladro ancora non l’aveva vista, oppure non l’aveva accesa. In ogni caso aveva solo qualche giorno in più per decidere in quale paese cominciare la sua nuova vita.
Geigei buttò il mozzicone nel mucchio di filtri spenti ai suoi piedi. Prese il pacchetto e vide che dentro ce n’era una sola.
Chi è, pure, che glielo aveva raccontato? Il padre di Samantha era dentro perché un carabiniere l’aveva fermato per strada. Non era ubriaco, non aveva niente di cui preoccuparsi: però lo sbirro aveva fatto qualcosa che non gli era andato a genio e lui gli aveva piantato un cacciavite in una gamba. Così, senza neanche dire “beo”. E poi c’era la storia della madre di Samantha, che al bar la chiamavano “La carica dei 101”: prima che succedesse il casino del carabiniere, scommettevano su quanto tempo ci metteva il suo occhio a tornare nero.
Gianluca si accese l’ultima sigaretta.
«Quello non ha mai ammazzato nessuno. Magari te la cavi con qualche osso rotto.»
La boccata di fumo gli andò di traverso.
«Chi…» cercò di biascicare tra i colpi di tosse «…cazzo è?»
«Un folletto del Fantabosco.»
Gianluca lasciò cadere la paglia per terra e si guardò attorno. C’erano solo gli alberi e, tra i fusti sottili degli ippocastani, il buio.
«Non farti venire una crisi isterica.»
Era come se gli sussurrasse a un orecchio.
«Che scherzo di merda!» strillò «Piantala e vieni fuori! Non fa ridere!»
«Non sto scherzando. Sto cercando di salvarti il culo.»
«Chi sei?»
«Te l’ho detto. Sono una voce che abita nel bosco.»
«Cazzate!»
«Ragiona. Chi sa del filmato, oltre a te?»
«Chi mi ha rubato la macchina.»
«Ma io non ti sto ricattando.»
Che cazzo stava succedendo?
«E allora cosa vuoi?»
«Io posso dirti dov’è la tua auto, con l’autoradio, la Playstation e tutto il resto. Sei fortunato, al ladro quella roba non interessa: la telecamera non l’ha neanche toccata. Ancora.»
«Come fai a saperlo?»
«So parecchie cose di quello che succede qui attorno. Sai, le voci vanno dappertutto.»
«E perché me lo verresti a dire?»
«Perché quando avrai trovato la tua roba vorrei che mi facessi un piccolo favore. Equo, no?»
Gianluca si prese la testa tra le mani e guardò per terra. Era impazzito. Un bel finale per il casino dove si era andato a infilare. E tutto per le chiappe di una ragazzina.
«E’ una sciocchezza. In cambio delle tue ossa intere.»
«Va bene.» disse «Spiegami.»

12 Agosto 2007 – 00:07

«Invitami dentro. Io non posso entrare nelle case se non vengo invitato.»
Geigei camminava da quasi mezz’ora, bestemmiando a ogni radice in cui inciampava.
«Mezz’ora di cammino, sempre dritto verso il centro del bosco. Non ti puoi sbagliare.»
Una parola. Qual’era il centro del bosco? Là dentro non ci si vedeva un cazzo.
Ogni tanto qualcosa si muoveva tra le foglie. Merda un cinghiale, pensava. Rimaneva immobile, senza tirare il fiato, poi, lentamente, muoveva un tremante passo in avanti. Non c’era nessuna reazione, e allora ne faceva un altro, e ancora niente. Alla fine smadonnava e ricominciava a marciare, fino al rumore successivo.
Dopo una mezza dozzina di quelle soste, gli alberi iniziarono a diradarsi, lasciando filtrare la luce della luna tra le foglie. C’era una specie di baracca, accasciata più che costruita, su un pendio. E davanti una Punto scura.
«Cazzo!»
Geigei corse verso la sua macchina. Sarà anche stata una voce nella sua testa, ma aveva ragione. E se non lo era aveva avuto una gran colpo di culo. La serratura era quasi a posto, solo un po’ ammaccata. Con le mani che non riuscivano a star ferme aprì la portiera. La spalancò, alzò il sedile e cominciò a frugare sui seggiolini. Era lì, la teneva sempre lì.
Niente. Né la Play, né il frontalino dell’autoradio (che, almeno quella, era ancora al suo posto), né la videocamera.
Il bagagliaio. Uscì senza neanche chiudere lo sportello e girò attorno alla macchina. Strapazzò la maniglia finché il portellone non si aprì.
Geigei rimase stordito. Due grosse bombole riempivano quasi completamente il portabagagli. Perché cazzo ci avevano montato l’impianto a metano? Merda, e se non era la sua? La targa. Abbassò di nuovo lo sportello. No, era proprio lei. E allora?…
Vide luccicare qualcosa. Allungò una mano e tirò. Era il quadrante di una vecchia sveglia. Dalle lancette pendevano due cavi, che si perdevano sul fondo del baule. Le bombole…
Lasciò l’orologio, come se ci fosse passata la 220.
«MaDDio…»
La bestemmia gli morì in bocca. La botta fu così forte che batté la testa contro il portellone aperto. Poi, il buio.

18 Agosto 2007 – 20:52

- E c’è un inaspettato sviluppo nella storia di Didier, il giovane ivoriano dell’Appennino modenese. -
Geigei alzò gli occhi dal portatile e si mise a guardare la TV.
- Dalle indagini degli inquirenti è emerso che il ragazzo aveva un fratello, Michel Kidane, – e comparve la foto di un negro, vestito con una camicia chiara e dei pantaloni dello stesso colore – più anziano di lui di due anni. Michel era scomparso quasi sette mesi fa, nel naufragio di immigrati clandestini al largo di Ustica. – immagini di repertorio: barche strapiene di gente riprese dall’alto – I conoscenti del ragazzo hanno raccontato agli investigatori una storia straziante: Michel aveva vissuto in Italia per sei anni, con regolare permesso di soggiorno. Aveva fatto il muratore in vari cantieri, nei pressi di Rocca. – un filmato di operai attorno a una casa, in un posto che Geigei non aveva mai visto – Poi, circa due anni fa, l’incidente. Un’impalcatura crollò, con sopra lui e altri due manovali. Michel perse una gamba, – delle ambulanze ferme in un piazzale – perse il lavoro e così anche il permesso di soggiorno. – una fila infinita di marocchini, filippini e albanesi davanti a un palazzo grigio – Visse da clandestino per alcune settimane, poi fu rimpatriato. Ma in Costa d’Avorio la vita per un disabile è anche più dura che in Italia. – villaggio di scheletrici negri seminudi – Decise di andarsene, ad ogni costo. Riuscì a espatriare, forse in Libia, e s’imbarcò su una delle tante carrette del mare. Ma il viaggio, in condizioni inumane, finì come sappiamo. – di nuovo la barca di prima – Ai limiti delle acque internazionali, incrociarono una nave della guardia costiera. Il dubbio, atroce, è che gli scafisti abbiano buttato in acqua i passeggeri per sfuggire alla pattuglia. Che abbiano gettato in mare aperto un uomo senza una gamba.
Se ci sia un legame tra questa storia e il delitto di Monteombroso ancora non è chiaro. -

12 Agosto 2007 – 01:25

Riaprì gli occhi. C’era pochissima luce: era seduto per terra e aveva male al collo. Un male tremendo. I suoni arrivarono con un po’ di ritardo: musica lirica, da camera, o qualcosa del genere.
Era legato, le mani dietro alla schiena. Alzò la testa e il dolore gli diede le vertigini. Un tizio, alto e magro, era in piedi davanti a lui, di spalle. Stava lavorando su qualcosa. Ma dove cazzo era finito? L’uomo si girò: era un negro, con gli occhi che brillavano come fari sulla pelle scura. Lo guardò, poi tornò al suo lavoro, senza dir nulla.
Gli venne in mente il culo di Samatha. La forza dell’abitudine. Improvvisamente tutti i ricordi si rimisero in fila, tirandosi fuori l’un l’altro dal buco nero dello svenimento. Il pregiudicato che lo voleva gambizzare, la macchina rubata, il ladro. La voce nel bosco.
«Dove cazzo sono?» gemette Geigei.
Il negro si voltò di nuovo, solo per un attimo.
«A casa mia.»
«E tu chi sei?»
«Non ti deve fregare.»
Aveva una voce che sembrava una marmitta rotta e non si capiva una minchia di quello che diceva.
Geigei si guardò attorno: era una stanza con le pareti di legno, senza neanche il pavimento. La baracca, già. Non c’era l’ombra di un mobile: solo un sacco a pelo srotolato in un angolo e due zaini strapieni. La luce veniva da una specie di lampada da campo. Su una delle pareti erano stati inchiodati un crocefisso e una foto: un altro negro, camicia aperta sul petto e pantaloni di lino.
«Chi è quello?» chiese.
Il tizio guardò Geigei, poi la foto.
«Mio fratello.»
Per terra c’era un tappeto di pezzetti di filo di rame e guaine di cavi elettrici. Ai piedi dell’uomo una valigetta per gli attrezzi aperta.
«Cosa vuoi farci con la mia macchina?»
‘Stavolta gli riservò uno sguardo più lungo.
«Far saltare in aria un cantiere. Ammazzare i porci che hanno rovinato mio fratello. Ma a te non importa. Domani sarà tutto finito. Te ne potrai andare.»
Li vide. La Play l’aveva usata da fermaporta. Il frontalino e la videocamera, invece, erano stati buttati in mezzo all’erba, lì vicino.
«Come rovinato?»
«Ha perso una gamba. Quel cantiere faceva schifo. Non gli davano neanche i guanti.»
«E io? Mi liberi tu?»
L’uomo fece di no con la testa.
«Qualcuno ti troverà.»
La porta della baracca erano due assi inchiodate male. Nonostante la Playstation che le puntellava, c’era un’apertura larghissima, da cui si riusciva a veder fuori. Geigei sorrise.
«Vieni, entra pure.»
«Cosa?»
«Come?»
«Che cazzo hai detto?» insisté il tizio.
Qualcosa si mosse nella scatola degli attrezzi.
«Io?…ah…niente, niente…»
«Cosa stai guard…»
Improvvisamente il crocefisso cadde per terra e i bracci si spezzarono con uno schiocco.
«E adesso, coglione?»
Il negro si irrigidì e mollò per terra quello che aveva in mano.
«Chi è stato?»
«Ora infilerò nella tua testa di cazzo un semplicissimo concetto.»
«Chi ha parlato?!» strillò.
«Non si entra in casa degli altri senza chiedere il permesso!»
Si sentì un fracasso di plastica e metallo. Cacciaviti, lime, pinze, tutto quello che aveva una punta o un filo si librò in aria e puntò contro il tizio.
«Non c’è più il tuo Cristo a proteggerti?»
Un paio di forbici scivolò sulla terra battuta e si fermò contro le scarpe di Geigei.
«Tu liberati, fesso.»
Gianluca strisciò sul culo e cercò di prenderle con le mani. Vedeva le stelle ogni volta che si muoveva. Alla fine riuscì a raccoglierle, ma il negro urlò, e quasi gli ricaddero per terra. Geigei si voltò verso di lui: i suoi attrezzi lo avevano circondato. Si copriva una guancia con una mano, due dita sotto a un occhio. La punta di un cacciavite gocciolava sangue. Due paia di tenaglie si avvicinarono lentamente.

18 Agosto 2007 – 21:02

- Se ci sia un legame tra questa storia e il delitto di Monteombroso ancora non è chiaro. -
«Posso cambiare?» disse Marco.
Geigei lo guardò interrogativo.
«Comincia la partita…»
«Sì, cambia, cambia.» e ritornò allo schermo del portatile.
«Cos’è, adesso comincia a interessarti questa storia?» gli chiese Paolo.
«Ma quale storia?»
Geigei parlava assorto, fissando il monitor e muovendo adagio il mouse.
«Del negro ammazzato nella baracca.»
«Stavo solo guardando il telegiornale.»
«Fino all’altro giorno non te la sei filata pari. Non mi starai mica diventando comunista?»
«Eccheduépalle! Sto cercando di fare ‘sto lavoro, mi lasciate in pace e vi guardate la partita?»
«Hai paura di non venire bene?»
Si misero a ridere tutti, tranne Gianluca.
«Ma vaffanculo.» disse tra i denti. Non riusciva a trovare la larghezza giusta dell’inquadratura: se stringeva non si vedeva la faccia di Samantha, se allargava si vedeva la sua. Di tagliare proprio il pezzo dove era riuscito a farla girare verso la telecamera non se ne parlava.
Il commentatore, intanto, stava dicendo un mucchio di cazzate sulla formazione dell’Inter.
«Tu non la guardi?» gli chiese Riccardo.
«Prima voglio finire qua.»
Paolo si alzò dal divano e si mise alle sue spalle.
«Però.»
«’Sta troia. Ma adesso gliela faccio pagare.»
«Non è che avesse la fama della santa…»
«E quel frocio di Caiano? Lei mi tradisce con uno così? Vuol dire che è solo una puttana.»
«Certo che ti è andata di culo. Per suo padre, intendo.»
Geigei sorrise.
«Nella sfiga.»
«Se usciva di galera, adesso non stavi qua a mettere filmati su Internet, te lo dico io.»
«Lui è un coglione e sua figlia è una mignotta.»
«Un coglione? Ha accoppato uno in mensa! Il suo ultimo giorno di gabbio! Quello è il re dei coglioni!»
Gianluca lasciò il mouse e si appoggiò allo schienale della sedia. Così gli si vedeva appena un po’ di mento, lei invece era proprio in primo piano. Guardò Paolo, che approvò.
«Sarebbe figo se gli montassi della musica in sottofondo.»
«Bella idea! Dopo la partita mi metto a cercare qualcosa su E-mule.»
«Volete tacere che comincia?» sbraitò Marco stravaccato sul divano.
Quello stronzo. Quasi quasi gli faceva smontare i freni della macchina.
«Avete già finito la birra?!» disse Geigei guardando il tavolino del salotto, pieno di bottiglie vuote.
«Ne avevi portate due!»
«Due confezioni da tre! Merda, si vede che non le pagate!»
«Eddài Gian…»
«Affanculo.» Si alzò dalla sedia «Vado a prendermi da bere.»
«Ne porti una anche a me?» disse Riccardo.
«Inculati!»
Geigei uscì dal salotto e scese in cantina. Accese la luce.
«Lo so che ci sei.»
Uno spiffero gelato soffiò sotto il suo orecchio.
«Pensi che tutto questo durerà per sempre?»
Geigei si mise le mani in tasca.
«Durerà fin quando lo dirò io. A proposito, bel lavoro col padre della zoccola.»
Non ci fu nessuna risposta.
«Vai a procurarti due birre. In bottiglia. E fredde questa volta.»
«Io ti caverò gli occhi.»
Questa l’aveva già detta anche ieri.
«Muoviti. E non parlare con nessuno.»
Sentì un profondo sospiro. Se n’era andato.
Non era saggio tenerlo così, in casa. Si sarebbe fidato di più a raccogliere una saponetta nelle docce della Dozza. Ma, alla fine, una promessa era sempre una promessa.

12 Agosto 2007 – 01:53

«Tagliati, tagliati cazzo!»
Geigei tremava come un foglia. Faceva forsennatamente scivolare la lama sullo spago, girandosi di continuo a guardare il negro. Il tipo se ne stava lì, con gli occhi fuori dalle orbite, a fissare le tenaglie che si avvicinavano ai suoi denti. Ma in che casino di merda era finito?
L’uomo gridò di nuovo: un paio di pinze gli avevano serrato un labbro e aperto malamente la bocca. Gianluca si voltò dall’altra parte e ricominciò a segare la corda.
Qualcosa lo colpì dietro al collo e lui smadonnò. Il male gli fece girare la testa. Quando riaprì gli occhi vide le tenaglie abbandonate sul terreno.
Stordito, guardò il negro: era sbigottito. Fatta eccezione per le pinze che gli pendevano dalla bocca, gli attrezzi erano tutti fermi. Nella baracca era sceso un silenzio imbarazzato.
Il tipo disse qualcosa di incomprensibile. Le pinze schizzarono via, colpendo una parete di legno tarlato. Un largo sorriso cominciò a disegnarsi sul suo viso. Ripeté la parola (o almeno a Geigei sembrò così) e il cacciavite insanguinato fece bruscamente dietrofront, piantandosi sul soffitto.
«Basta! Basta! Fermalo!»
«Ma che c…»
«Fermalo! Questo conosce la mia lingua! Mi sta scacciando!»
L’uomo si avventurava in frasi sempre più lunghe, scaraventando gli arnesi in giro per la stanza. Questa volta fu la voce a gridare, così stridula che Geigei sentì le otturazioni tremargli nei denti.
«Da dove viene…ci dev’essere ancora qualcuno che la parla…fermalo, muoviti…solo tu puoi sentirmi adesso…»
«E come cazzo faccio?!»
Lo spago attorno ai suoi polsi cedette. Geigei si guardò le mani.
«Sei libero, no? Cosa aspetti!?»
Geigei buttò le forbici per terra e raccolse un martello. Lo soppesò, svagato. Intanto il negro stava facendo un casino: tutte le lame e i punteruoli lottavano per liberarsi dal legno o dal terreno, ma bastava una parola per conficcarli ancora più in profondità o per spedirne una mezza dozzina fuori dalla porta. Il tipo era talmente preso che non si era nemmeno accorto di lui.
«Io, a dir la verità» disse Gianluca prendendo la videocamera e infilandosela in tasca «la mia promessa l’ho mantenuta. Ti ho invitato ad entrare, no?»
«Mi sta uccidendo, cazzo!»
«Ma io non sono più in debito.»
La voce gridò di nuovo, sempre più acuta.
Gianluca fece alcuni passi, proprio alle spalle dell’uomo. Il negro non lo degnò di uno sguardo. Alzò il martello sopra alla testa e si fermò, pronto a colpirlo.
«Tu cosa mi dai in cambio?»