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L’avete sentita voi?

ottobre 17, 2012

Appena esco di casa sento che si sta aprendo anche la porta di fronte. Si affaccia la mia vicina: si tiene le braghe con una mano, c’ha gli occhi ancora mezzi chiusi dal sonno. L’avete sentito anche voi? No perchè sono qua da sola, che Angelo non c’è… Vuoi venire da noi? Guarda che tanto siam tutti svegli. No, no. Non importa. Era solo così, sai, son qua da sola…
Allora la saluto e comincio a scendere dalle scale. Mi sembra che è meglio star vicini al muro quando scendi le scale, che è più solido. Giù in strada non c’è nessuno. Penso che qui han tutti un gran coraggio. Poi però guardo le finestre, e vedo che ci sono un sacco di luci accese.
Esco dal parcheggio del mio palazzo e attraverso la strada. Passo davanti al supermercato, vado giù per i palazzi bassi, dove ci sono gli studentati. Qua di gente ce n’è: ragazzi, con le tute, coi cappucci alzati sulla testa. Mi sa che uscire gli dà più coraggio che stare in casa, a loro. C’han la paranoia dell’Aquila, mi dico. Me lo alzo anch’io il cappuccio della felpa. C’è un nero con la giacca a vento che sale da un viottolo. Attraversa la strada e si mette a parlare con ‘sti ragazzi: eh, io sto in alto, l’ho sentita, l’ho sentita. Mia moglie s’è messa a urlare – ride – andiamo via, andiamo via. Adesso siamo in macchina…
Vado avanti, attraverso ancora. C’è qualcuno che passa in macchina. Penso dov’è che sta andando. C’è un signore dall’altra parte, che sta sulle strisce pedonali e parla con una coppia che s’è fermata sul marciapiede, con due cagnolini al guinzaglio, di quelli da appartamento. Eh, mah, io non li capisco, dice lui, che è in braghini da basket. Non li capisco quelli che stan sotto i portici dei palazzi. Eh sì, fa il signore, almeno stare qui in mezzo, che è più libero. Io sto qui, che almeno…
Poi arrivo nel giardino del palazzo di fronte. Ci sono delle panchine e c’è una signora, seduta da sola, che guarda la casa. E’ in vestaglia e si tiene strette le braccia sul petto. Sta bene signora? – le dico. Mi conosce: eh sì. Sono uscita subito, eh? Qua però sono uscita solo io. Si tiene le braccia strette perchè c’ha un borsellino, uno di quei portafogli da donna, con la cerniera. E’ stata bella forte, eh? Eh sì. Ho fatto uscire il gatto, chi lo sa dov’è andato? Mah, adesso ritornerà. So che vive da sola e allora mi fermo un po’ a parlare. Non l’ho neanche chiamata, mia sorella, dice. Lei non m’ha chiamato, magari sono a letto. Che non li vado a svegliare.
Dopo un po’ ritorna in casa. Ritorno verso casa anch’io. Per strada mi telefona la morosa. Ciao. Tutto bene? Ma sì, sono qui in strada col cane. C’è tanta gente anche in piazza. L’hai sentito tuo zio? Sì, mia mamma l’ha chiamato. Eh perchè sul sito dell’Ansa dice che l’epicentro è stato a Modena. Sta bene? Eh sì sì. L’ha sentito infatti. Però tutto bene. Io torno verso casa. Eh, dai, ci sentiamo dopo. Va bene dai. Un bacio. Poi mi chiama anche mia mamma: dove sei andato? Son qui che faccio un giro: ce n’è di gente per strada… Eh, torna ben qui, dai, che non ci perdiamo. No, stai tranquilla. Sono al sicuro – scherzo. Eh – lei ride, però poco convinta – dai, torna qui. C’è uno che sta facendo benzina, sotto una di quelle pensiline che stanno sopra ai distributori. Poi c’è un tipo che passa in macchina a tutta birra.
Ritorno vicino a casa e vedo due macchine parcheggiate per strada, una dietro l’altra, con della gente dentro. Secondo me è la famiglia di Gianluca, e infatti son proprio loro: le due sorelle la mamma e il cane nella ford, e lui di dietro nella sua macchinina che non ho mai capito che marca sia. Tutto bene? dico alla mamma. Eh sì. L’abbiamo sentita. Ah, bè voi poi state in alto. Eh, al quattordiciesimo piano – mi fa la sorella grande – Gianluca s’è messo a urlare: terremotoooooo! – e ride. Intanto Gianluca scende dalla sua macchinina. Oh, l’avete sentita questa? A me mi ballava la macchina sotto il culo. S’è attaccato a internet col telefono. Dopo un po’ va a finire che mi fa vedere la tabella di wikipedia con i danni ai palazzi in base alla potenza delle scosse. Faccio altre due chiacchiere e gli dò la buonanotte, a lui e a tutta la famiglia. Anche al cane, che sta nel baule della ford, gli batto la punta di un dito sul vetro e gli dico: ciao Tom.
Vado verso casa e intanto chiamo la morosa. Sei ancora in strada? Eh, sì. Mi han detto che stanno venendo delle altre scosse. Sì, sì, leggevo sul sito dell’Ansa. Io però stavo camminando, le dico, non le ho mica sentite. Stiamo un po’ al telefono. Alla fine le dico ciao. Ciao. Buonanotte allora. Ciao. E dopo un po’: un bacio.

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Riassunto: verso il fondo

maggio 2, 2012

Un ragazzo sta facendo un viaggio e prende una corriera che ferma a Innsmouth. Non l’aveva mai sentita dire: è un buco, gente schiva, gli ha detto il bigliettaio, con delle tare nel sangue. Per un turista non dovrebbe essere male, magari vede qualcosa da raccontare.
Quando scende dall’autobus trova la piazza deserta. Durante il viaggio ha visto solo delle case abbandonate e della gente a zonzo. Le chiese stanno cadendo a pezzi e c’è puzza di pesce. Al largo, di fronte al porticciolo, c’è una scogliera scura. Ogni tanto per strada passa qualcuno. Lì si somigliano tutti. Non lo guardano neanche; hanno gli occhi vuoti, lontani.
Il ragazzo entra in una drogheria: c’è un commesso giovane, uno di fuori. Ha voglia di chiacchierare, perchè lì nessuno gli rivolge mai la parola. Se uno vuole passarsi un po’il tempo, gli dice, l’unica è fare due chiacchiere con Zadok: è vecchio e alcolizzato, ma sa un sacco di storie sul paese.
Il ragazzo allora compra una bottiglia di whisky e si mette a cercare Zadok. Lo trova, e quello attacca a bere e a raccontare, senza tanti complimenti: anni fa il paese era messo male, dice, ma almeno la gente era sana. C’era della miseria, dice, c’era stata la guerra, e in mare non si riusciva neanche a pescarci. Allora il vecchio Marsh ha cominciato a commerciare coi canachi. Portava in paese degli strani gioielli, delle casse intere, di un oro verde, mescolato con chissà cosa; ha messo su una raffineria e la gente ha cominciato a lavorarci. Non lo sapeva nessuno da dove venivano i gioielli, mica potevano farli dei cannibali canachi. Poi un giorno i carichi hanno smesso di arrivare. Marsh aveva perso i suoi selvaggi: qualcuno diceva che le tribù vicine s’erano incazzate e li avevano ammazzati tutti, fino all’ultimo. E allora ancora miseria, e Marsh ha cominciato a raccontare delle cose, che aveva visto là, dai canachi. Ha fatto una setta, che andavano sulla scogliera, la notte, a cantare certi cori alle stelle. Buttavano dei sacchi in mare, e al mattino si scopriva sempre che qualche ragazzina non era ritornata a casa. Zadok quasi si finisce la bottiglia. Un giorno anche la gente del paese s’è incazzata: hanno preso Marsh e i suoi, e li hanno sbattuti in galera. Per delle settimane nessuno ha più buttato in mare niente. E allora, una notte, qualcosa è strisciato fuori dall’acqua. Zadok è fuori di testa, sta urlando. Ero un solo bimbo, dice, mio padre m’ha chiuso in soffitta. Diceva che si tuffavano dalla scogliera, che non si contavano da tanti che erano, e che nuotavano fino al porto. Io sentivo le urla. Al mattino le strade erano piene di morti. Hanno liberato Marsh; quelle cose, quei mostri là hanno chiesto degli altri sacrifici, di fare delle cose con le donne del paese. Hanno riportato l’oro e hanno riportato il pesce. Poi, col tempo, sono nati i bambini.
Zadok dà di matto: ci han visti, dice; corre via, scappa, dice. Il ragazzo allora torna in piazza, di corsa, a prendere la corriera. Ma la corriera è guasta. Fino a domani non si parte. La gente lo guarda, con quegli occhi assurdi che c’hanno, che sembrano tutti dei pesci. Lui prende una camera in albergo e va a letto subito.
Ma la notte sente dei rumori: qualcuno prova ad aprire porta e lui scappa dalla finestra. Fuori c’è tutto il paese che lo sta cercando. Sulla scogliera c’è qualcuno, delle sagome, che si tuffano in acqua e nuotano verso il porto. Lui corre; la puzza di pesce fa venire il vomito. Si nasconde in un fosso. Gli esseri della scogliera gli passano a qualche metro, lui li vede da vicino. Poi non si ricorda più niente.
Si sveglia la mattina, che è ancora nel fosso. Attorno non c’è più nessuno. Piano piano, come riesce, si rialza e si trascina via. Parla con la polizia, con quelli del governo: nel giro qualche mese radono al suolo Innsmouth e deportano tutto il paese nelle prigioni dello stato.
Passano due, tre anni; il ragazzo ha qualcosa che non lo fa dormire. Comincia a cercare, e scopre di essere parente del vecchio Marsh. Il tempo passa e lui comincia a fare degli incubi: sogna di nuotare, di stare sott’acqua, in una città tutta d’oro dove vivono i suoi vecchi, che ormai sono più pesci che cristiani. Una notte si sveglia che sta urlando: va a specchiarsi, e lo vede, alla fine, che ci sta somigliando sempre di più alla gente di Innsmouth. Allora decide di scriverla, la sua storia, con una pistola carica nel cassetto della scrivania, che quando ha finito c’è rimasta solo una cosa da fare. Ma alla fine non si spara: c’ha qualcosa nel sangue che lo chiama, verso il fondo.

H. P. Lovecraft – L’ombra su Innsmouth

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L’abitacolo.

marzo 29, 2012

– clack – le portiere si aprono. Quando esco dal parcheggio il mondo diventa piccolo e semplice, fatto di strade segnali cartelli. E’ come giocare: dal momento che tiri i dadi ci sono solo le pedine e le punte di freccia, tu che devi muovere in un senso e il tuo avversario in un altro. Tutto il resto non importa più.
Il backgammon è un gioco a chi arriva primo. Guidare alle sette di mattina no, ma tutti fanno come se lo fosse e quindi non cambia. Col tempo le mosse degli altri diventano prevedibili. Il problema vero sono solo i dadi. Non li puoi pianificare, né influenzare, né costringere. Puoi solo fare i conti: quante punte mi mancano per chiudere? Quante a lui? Se tiro due dadi, quante possibilità ho di fare un sette? Calcoli. Sei su trentasei. Centoventi contro ottantacinque. Quanto mi ci vuole a infilarmi nella rotonda? A quanto sta andando quello sulla Polo verde? Probabilità di farcela. Rischi calcolati. Devo mentirle o essere sincero? E’ un buon lavoro oppure è una presa per il culo?
La strada è a senso unico, due corsie. In fondo devo girare a destra e tengo la mia mano. Dietro ho un’Audi nera; s’infila tra me e quello che viaggia sulla corsia di sinistra, mi sorpassa, poi gira a destra senza mettere la freccia. Lo insulto. Penso a che motivo può avere per guidare così. S’è preso un rischio senza ragione, magari solo per abitudine. E’ un brutto modo di giocare. Così però non sto calcolando. I suoi motivi li conosce solo lui, chiuso nel suo abitacolo. Se la mia sveglia non avesse suonato, io come guiderei? Se mio figlio fosse al pronto soccorso? Se stessi perdendo il lavoro? Non lo so. Non lo so e basta. Per me lui è solo un imprevisto alla guida. Un due-uno a inizio partita. Alea.
Non so perché, penso a Francesca. Sono le tre del pomeriggio, abbiamo venticinque anni. C’è il sole che entra dalla finestra del cucinotto di casa dei suoi. Lei sta lavando i piatti, io sono in piedi appoggiato allo stipite della porta. Parliamo. Lei si volta e mi dice: ma figurati, lo capisci quando c’è qualcosa che non va. Il ciondolo a forma di punta le pende dal collo e indica in giù, dal mento al seno. No, faccio io, secondo me no. Come fai a sapere cosa c’è nella testa degli altri? Dipende, dice lei, da quanto li conosci. Non li conosci mai del tutto, dico io. E’ impossibile.
Siamo tutti chiusi nei nostri abitacoli.
Mi suonano contro. Sono entrato in rotonda senza neanche rallentare. Stava arrivando una Punto, non forte; adesso ce l’ho dietro, forse gli è pure toccato frenare. A far così si fanno gli incidenti. Non si mangiano pedine se poi ti scopri nel tuo tavolo. All’altro basta un tiro secco per rimandarti indietro. Undici possibilità su trentasei. Tantissimo. E’ un errore da principianti, ti rovini il torneo. Se devi smettere di giocare esci dal mondo semplice delle regole e ti ritrovi nel casino della vita. Come quando il gatto di Francesca è saltato sul tavolo e s’è messo a sparpagliare le pedine. Non mi ricordo se era una bella partita, di sicuro era meglio della vita fuori.
Non lo so da quanto non la vedo Francesca. Sei anni? Otto? A metà partita non ci sono pentimenti. Non si ragiona sulle scelte fatte, neanche se sono sbagliate. C’è solo una situazione da affrontare, un tiro di dado da usare meglio che riesci. Se io fossi stato diverso, adesso staremmo ancora assieme? Sarei sposato? Sarebbe finita lo stesso? Domande senza senso. Sono solo nel mio abitacolo e devo andare al lavoro. Ho una partita da recuperare. Devo giocare.
Il semaforo di via Andrea Costa è sempre rosso. Quando arrivo lo trovo verde, allora accelero, metto la freccia e volto a destra. Rimango sì e no dalla mia parte della mezzeria. Appena giro mi trovo davanti uno scooter in contromano. Scarto a destra, d’istinto, sbando. Il pilastro del porticato si avvicina. Freno, sterzo; ai miei movimenti non rispondono più quelli della macchina. Mi sento sbalzare contro il finestrino, la cintura strappa come un cappio. Il gatto salta sulla tavola e manda all’aria le pedine.
Il
gatto salta
sulla
tavola.

Riapro gli occhi e incomincio a tremare. L’aria è bianca e polverosa. Dal volante è uscita una lingua stropicciata di tela. Mi brucia la gola. Un uomo e una ragazza vestiti di arancione mi chiedono come mi chiamo. Mi aiutano a uscire e mi sdraiano su una barella. Mi palpano, mi fanno domande. Sento un fischio continuo, che non smette mai. Fa freddo. Non riesco a pensare a nulla per più di un attimo. Ogni tanto mi accorgo che sono sdraiato su un lettino in mezzo a una strada. Mi viene da vomitare. Ci sono le voci della gente, lontane. Vedo il cielo, i tetti delle case. Il mondo fuori dal tabellone.
A un certo punto mi sollevano e mi caricano su un’ambulanza. Per un attimo riesco a vedere attorno. La mia macchina è di traverso contro una colonna. I vigili urbani le girano attorno senza guardarla. Uno ferma le auto e le fa tornare indietro. C’è lo scooter sdraiato in terra, su un fianco. Dei paramedici sono chinati su un’altra barella. S’affollano sulla ferita che abbiamo aperto nella routine di via Andrea Costa. Raccolgono le pedine cadute, così la vita può ricominciare. Con le sue regole. Nonostante l’alea.
Cerco di pensare a Francesca. Non riesco a ricordarmi bene il suo viso. Però mi viene in mente il profumo dei suoi vestiti. Di ammorbidente, di pulito. Chiudono le porte e partiamo. La luce dentro arriva filtrata. I finestrini sono coperti. Che gli altri, da fuori, non vedano.

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Riassunto: la vita al tempo dei treni

febbraio 28, 2012

Croix-de-Maufras è un brutto posto: ci vive il Presidente della compagnia ferroviaria; è un vecchio, ricco e potente, che abusa delle ragazzine che prende a servizio come cameriere. Anche Séverine è passata dalla sua villa; adesso è cresciuta, lui l’ha accasata con Roubaud, un vice capo stazione, e la sua vita non è felice, ma almeno è tranquilla. Un giorno però le sfugge una parola e Roubaud capisce; le fa raccontare tutto a forza di botte; Séverine deve ricordare ogni cosa, anche quelle che aveva cercato di dimenticare, e alla fine Roubaud la costringe ad aiutarlo ad ammazzare il Presidente.
A Croix-de-Maufras ci è nato anche Jaques, un macchinista, bello e un po’schivo. Una sera finisce a far l’amore con Flore, proprio nel giardino del Presidente. Jaques non vuole, ma Flore lo prende, lo chiude in un angolo, si fa spogliare. Jaques prende un paio di forbici e fa appena in tempo a scappare prima di piantargliele in gola; è sempre così: appena avvicina una ragazza lo prende la febbre di ucciderla. Corre via, in mezzo alla campagna, verso la ferrovia; in quel momento arriva il treno e Jaques vede qualcosa di strano: in un vagone ci sono delle persone che lottano. Il convoglio passa e se ne va, come al solito; ma a terra, poco più in là, rimane il cadavere del Presidente.
Scoppia uno scandalo e la polizia deve indagare tra mille pressioni. Vengono sentiti tutti, anche Roubaud, Séverine e Jaques. Jaques riconosce subito Roubaud e Roubaud capisce che l’unico che potrebbe farlo accusare dell’omicidio è Jaques. Roubaud è talmente disgustato da Séverine che la spinge tra le braccia di Jaques per comprare il suo silenzio, e anche se nessuno dei tre lo vuole ammettere, la cosa va bene a tutti.
Il tempo passa, e tra Séverine e Roubaud va sempre peggio: il Presidente ha lasciato a lei la villa di Croix-de-Maufras, loro però non riescono né a viverci né a venderla. Roubaud comincia a giocare e Jaques e Séverine diventano amanti, nella sua totale indifferenza. Tutte le settimane Jaques e Séverine vanno a Parigi e Jaques è talmente innamorato che non sente più l’istinto di uccidere. Un brutto giorno, però, comincia a nevicare: gli affari valgono più della vita di un macchinista e Jaques deve guidare il treno sotto la tormenta. Non si ammazzano tutti per miracolo, ma a Croix-de-Maufras il treno si deve fermare. Sopra c’è anche Séverine, e Flore scopre la sua tresca con Jaques.
Passano le settimane e Flore impazzisce di gelosia; piazza un carico di pietre sui binari e fa deragliare il treno che porta Jaques e Séverine a Parigi. E’una carneficina, ma loro due per miracolo ne escono vivi. Flore si spezza: si incammina sui binari e si lascia uccidere dal treno, sotto la galleria di Croix-de-Maufras.
Séverine intanto ha portato Jaques alla villa; passano le settimane, le ferite del corpo guariscono ma quelle delle coscienze vengono a suppurazione: decidono di ammazzare Roubaud e di scappare in America. Lei chiama il marito nella grande villa abbandonata; Jaques torna a Le Havre, si fa vedere in giro per crearsi un alibi e poi riprende di corsa il treno per Croix-de-Maufras. Ma quando arriva trova Séverine in vestaglia, quasi nuda, con la gola scoperta. Jaques non ce la fa: la uccide a coltellate e scappa, giusto un attimo prima dell’arrivo di Roubaud.
Scoppia l’ennesimo scandalo. La Francia intanto è entrata in guerra con la Prussia. Roubaud viene condannato per tutti e due gli omicidi, senza infangare la memoria del Presidente: l’impero sta crollando, ma nessuno lo vuole sapere. Jaques ne esce pulito, senza rimorsi; ruba la donna al suo fuochista e addirittura il suo lavoro lo salva dalla chiamata alle armi. Un giorno prende servizio su un treno di soldati da portare al fronte; il fuochista si presenta ubriaco: partono, si intralciano, litigano: si mettono le mani addosso e alla fine si ammazzano a due passi da Croix-de-Maufras. Il treno, senza controllo, prende velocità, nessuno riesce più a fermarlo; carico di soldati ubriachi corre verso la fine.

E. Zola –La bestia umana

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28 maggio 2011

gennaio 30, 2012

Un po’ alla volta il monitor si riempie di parole, con il cursore che si ferma a ogni ripensamento sul periodo; una paginetta o due al massimo, mi sono prefissato.
Ieri pomeriggio sono uscito a piedi. Erano le due, e anche se siamo in maggio ancora non era quel caldo; ho trovato il mio amico nel parcheggio del suo palazzo, che stava scaricando la spesa assieme alla sorella più piccola, lei con lo zaino di scuola ancora sulle spalle. Li ho aiutati a prendere le borse e siamo saliti in casa: – qui comincio a inserire dettagli e a creare, per accumulazione, l’idea della piccionaia di periferia – la porta antincendio del suo pianerottolo, accanto alla serratura, aveva la vernice scrostata. Lui si è trasferito qui da qualche settimana e io gli avevo promesso di aiutarlo a sistemare certe sue cose. Siamo entrati in casa e abbiamo cominciato ad aprire scatoloni; abbiamo riempito il tavolo del soggiorno con pile di carta e ci siamo messi a smistarla in silenzio, chiacchierando solo ogni tanto.
A un certo punto – inserisco nuovi dettagli, aggiungendo al contempo un movimento narrativo – a lui è suonato il telefono. «Che palle, l’ho già rifiutato tre volte.» ha detto, poi se n’è andato nella stanza accanto.
Il taglio sociologico mi porta a riprodurre il dialogo in uno stile realistico, quasi la sbobinatura di un’intervista; questo mi permette al contempo di essere evasivo sui particolari e di generare aspettativa:
«Ciao. Eh, grazie. Sì, tutto bene. Eh, ero al lavoro… Magari ci sentiamo più tardi. No papà, adesso sto sistemando casa. No. Dài, magari ci sentiamo domani. Eh, dài. Ciao. Grazie ancora. Ciao.»
Lo scollamento tra la realtà e le parole è netto; esse sono in gran parte inventate, forse totalmente diverse da quelle che sono state dette, limate oltretutto in termini di ritmo, varietà di espressione, comprensibilità.
Quando lui è ritornato in soggiorno non ha detto nulla. La sorella piccola intanto si era rintanata in camera sua e non la si sentiva più. Dopo un po’ il telefono è suonato di nuovo e lui ha risposto, questa volta senza cambiare stanza. «Pronto. Eh, direi che sei una madre snaturata. Eh, vabbé. Il fatto mamma è che la vita è una merda: se uno non ha neanche il tempo di guardare il calendario la vita è veramente una merda. Ma no, dài. Comprami un po’ di frutta piuttosto, che l’apprezzo di più. Sì. Non ti preoccupare. Sì. Dài, ci vediamo più tardi. Sì, va bene. Ciao.» Ormai l’attesa è sciolta, però confermo lo stesso al lettore i suoi sospetti: «Mia madre stava compilando una ricevuta» mi ha detto «e si è accorta che oggi è il mio compleanno. Bella lì.»
Abbiamo parlato un po’; io ho detto appena qualche parola di circostanza, neanche me le ricordo; poi ci siamo rimessi al lavoro, senza tornare più sul discorso. Col passare del tempo le parole si facevano sempre più rade. Ogni tanto uno dei due si alzava per sgranchirsi la schiena, indolenzita dalla posizione innaturale. Dalle finestre arrivavano gli schiamazzi dei ragazzini che giocavano in cortile; affacciandosi quasi si vedeva nelle case dei vicini, con gli infissi abusivi sulle terrazze e i graticci di canna anneriti dalla pioggia. A un certo punto ho guardato l’ora e mi sono accorto che erano le otto. Abbiamo ordinato due pizze, lui ha insistito per offrire. Prima che ce le portassero sono rientrate la madre e l’altra sorella, tutte e due ritornate dal lavoro alle otto passate di sabato sera. Allora anche la sorella piccola è uscita da camera sua, con gli occhi impastati dal sonno. Ognuno ha cominciato a prendere il suo posto nella quotidianità della famiglia, quasi senza farmi caso: la sorella grande a parlare della giornata, la piccola a guardare la televisione, la mamma a risistemare la spesa. Sono arrivate le pizze e io e il mio amico ci siamo messi a mangiare, chiacchierando giusto tra un boccone e l’altro. Alla fine gli ho chiesto se potevo rimanere ancora un po’, a finire almeno la parte di lavoro che avevo iniziato; poi, fatto quel che dovevo fare, ho salutato e me ne sono scappato via.
– adesso, in evidenza, la fine, con tanto di chiave di lettura del racconto – Ho sceso le scalinate del palazzo, coi corrimano mai riverniciati e i sacchetti di patatine buttati per terra – altri dettagli di un certo realismo –. Provavo a immaginare il tran tran della casa, con tre ragazzi e la mamma che cerca di tenere assieme la famiglia: il figlio grande troppo sensibile, quella di mezzo con un caratterino indipendente, la piccola piovuta lì all’improvviso dalla provincia, e lei, la mamma, che anche se il giorno dopo, che poi è domenica, deve tornare in bottega, ha una parola per tutti e scherza lo stesso. Mi è venuta in mente una canzone, una roba che fa un po’ alla carlona l’elogio del proletariato di periferia; ho pensato che quelle cose lì, quei film, quei libri, io li ho sempre considerati prodotti, cose ragionate per piacere alla gente e basta. Mi sforzavo di tradurre la famiglia del mio amico a forza di rapporti economici, disagio e anomia, ma la realtà mi scappava tra le dita; mi venivano in mente pezzetti di canzone, parole tipo “coraggio” o “eroe”, un lessico, semplice, immediato, ma comunque un testo, come il mio, fatto di accorgimenti, di cattiva fede nello scegliere cosa dire e cosa no, con la pretesa, oltretutto, di finire con un
– punto –

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Compito 10 – E la pelle di questa figura aveva il colore delle nevi immacolate

dicembre 20, 2011

 

Siamo soli.
La ghiaia non è tanto dura e fa odore di sassi e di sabbia da cantiere. Il fiume è vicino, copre quasi le parole. Io ho un po’ paura. E’ buio, non lo so che ore saranno. A un certo punto ti alzi in piedi e cominci a frugare nella borsa. Cosa c’è? Voglio farti una foto. Ma che cazzo dici? Io penso che quello che è scappato quando siamo arrivati era grande come un gatto. Tiri fuori una macchinetta fotografica di quelle automatiche. Ho vent’anni e i capelli lunghi. Ho vent’anni e leggo fumetti. Ho vent’anni e sono sdraiato sulla riva del Reno con te. Ho vent’anni e penso che i miei tra un po’ cominciano a chiedersi dove sono.
Siamo soli.
Sei buffo, mi fai. Grazie. Hai una faccia buffa. Non sono abituato a questo posto. Penso che non sono abituato a un cazzo dei posti dove mi porti. Al circolo dei senegalesi. Al bar con le prostitute al bancone. A te che fai la spiritosa e mi chiedi se mi fanno impressione le coltellate. Io non dico niente. Ho solo voglia di andar via. Non lo so cosa pensavi. Certo che mi piacevi perché eri fuori. Coi capelli arancioni. Con gli ochi verdi. Con le magliette a righe. Con il piercing al naso. E adesso invece sto zitto e non dico niente.
Quanto siamo soli.
Io che prima di un esame non riuscivo a dormire. Figurarsi. Che mi piacciono le cose ordinate, le tabelle, i libri in fila. Le idee che danno un senso al casino. Che sono solo nelle nostre teste. Che alla fine rimangono solo quelle. Uno schemino in quattro quadranti che per farci entrare il mondo siamo disposti a prenderlo a martellate. A prendere una foto a caso delle vacanze. A inventarsi che non me l’ha fatta un mio amico in una sera di scazzo ma la mia fidanzatina fuori di testa una notte in riva al Reno. A inventarti di sana pianta, cara.
Siamo soli.
In una stanza con le locandine dei film, i barattoli con le penne e le forbici, col bonifico delle spese del condominio. Con la polvere negli angoli, col computer che s’è preso un virus. A scrivere. Siamo soli. Sdraiati sulla ghiaia in mezzo alle bottiglie vuote.

E la pelle di questa figura aveva il colore delle nevi immacolate

E con questo il viaggio è finito, cari miei. Ne siamo usciti sporchi e stanchi, in molti meno di quanti eravamo partiti, e più che approdati a un porto ci siamo ritrovati alla deriva verso il polo, dove nessuna carta segna terra.
Ma se state leggendo questo messaggio vuol dire che da qualche parte sono ancora qui che scrivo e che ho voglia di farmi leggere. E con le poche sicurezze della vita in mare direi che questo è quanto.
Grazie a tutti per essere stati con me fin qui, e arrivederci al prossimo viaggio.

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Compito 9 – Descrivi tuo babbo, tua mamma o un tuo parente

dicembre 6, 2011

Era grigio, ma non c’era la nebbia. Secondo me era il ponte dei morti. Io avevo ancora la vecchia panda bianca. I pini stavano perdendo gli aghi.
Sono arrivato davanti alla porta e lui mi deve aver aperto, perché aveva visto la macchina salire il vialetto di casa. Ciao. Ciao. Allora come va? Bene. E la mamma? Ma sì, sta bene. Dalle finestre entrava una luce grigia. La Milù era sdraiata su un fianco, sopra una coperta di lana scura. I piccoli non li vedevo da quando erano nati. Adesso erano lì che si azzuffavano in una mucchia per arrivare alla tetta. Papà deve aver detto qualcosa: pianino, pianino, eh Milù? fate pianino con la mamma. Anche lui non lo vedevo da agosto. A un certo punto s’era deciso che la gatta stava da noi finché non aveva fatto i gattini. Dopo io e la mamma siamo tornati a Bologna, perché io dovevo rimettermi a cercare lavoro, e lui era rimasto nella casa delle ferie, con la gatta i cuccioli e tutto, a tirare sassi agli altri gatti e a sminuzzare il pollo alla Milù e a darle il latte allungato con l’acqua. Credo che abbiamo cambiato discorso, dobbiamo esserci messi a parlare di qualcosa di pratico. Cosa c’è in casa? Bisogna fare la spesa? La mamma mi ha dato su dei zuchetti ripieni. Poi credo di essere uscito fuori, e di aver guardato le colline. L’aria sapeva di neve e di pulito. Non lo so, alla fine, chi c’è andato a fare la spesa. Avremo preso il latte e un po’ di pane.
Non mi ricordo quanti giorni sono stato su. Mi ricordo che non abbiamo discusso neanche una volta e che non mi sono mai incazzato. C’erano i gattini che correvano per casa e si addormentavano dove capitava e noi parlavamo ogni tanto di cose da fare e io non mi incazzavo. Eravamo da soli. Senza le volte che lui si era accorto di me solo perché avevo fatto un casino. Senza le volte che avevo lasciato rispondere al telefono mia mamma senza farmelo passare. E’ stato qualche anno fa. Quando ha lasciato due dei gattini a un suo amico so che ha pianto.
Dopo qualche anno ha fatto un piccolo intervento. Roba da poco. Io però ci sono stato male. Anche se non parlo con mio padre, mi dicevo, non vuol mica dire che non gli voglio bene.